Eros


 

 

 

Anno: 2004

Regia: Wong Kar-Wai, Steven Soderbergh. Michelangelo Antonioni

Nazionalità: Hong Kong, USA, Italia

Sceneggiatura: Wong Kar Wai, Steven Soderbergh, Michelangelo Antonioni

Cast: Chang Chen, Gong Li, Robert Downey Jr, Alan Arkin, Christopher Buchholz, Regina Nemni, Luisa Ranieri
 

Durata: 104’

 

L’Eros visto da tre maestri del cinema mondiale.

“La mano”, primo episodio, diretto da Wong Kar Wai, vede come protagonisti un apprendista sarto ed un prostituta d’altro bordo. Questi si innamora della donna, e continuerà ad amarla anche quando lei cadrà in disgrazia, malata.

Questo piccolo gioiello conserva le atmosfere rarefatte di “In the mood for love”,  affronta la storia con delicatezza e tatto, definisce i personaggi in modo netto ed ha il grande pregio di conservare in modo vivo e pulsante l’Eros, l’Amore (unito classicamente al Thanatos) che l’uno nutre nei confronti dell’altra, senza perdersi o indugiare su aspetti “mentali” della questione.

“Equilibrium”, di Steven Soderbergh, è una piacevole sorpresa. Perchè il regista sceglie di mettere sul lettino dello psicanalista un pubblicitario ossessionato dal sogno ricorrente di una affascinante donna nuda, (con la quale, però, non “conclude” mai nulla), mentre il suo psichiatra guarda fuori dalla finestra e ammicca a sua volta, chissà a chi. Soderbergh fonde il sogno (a colori) con la realtà (in bianco e nero) e scandaglia a fondo la questione “mentale” riguardante l’Eros (le pulsioni inconsce) per farci capire che, in realtà, non c’è proprio nulla da capire. E tantomeno c’è bisogno dell’analista!

“Il filo pericoloso delle cose”, di Michelangelo Antonioni è gioia per gli occhi e la mente. Non per la storia in sé, che comunque, archetipica e lineare(e mai scelta fu più azzeccata visto che si parla di Eros con il sigma finale): tra una giovane coppia il cui matrimonio è in crisi s’infila una avvenente fanciulla che ha prima un’avventura con il lui, e poi (forse) anche con la lei. Di Antonioni rimane la lentezza atta a scandagliare, definire, catturare ogni immagine. C’è il suo malizioso, infallibile Sguardo. C’è il suo stile, pieno e maturo. Ma ci sono sempre quei dialoghi poetici, stridenti con le immagini dietro cui si stagliano, e che li fanno apparire grotteschi. Ma, si sa, in un’esperienza visiva come un film di Antonioni le chiacchiere stanno a zero. E, magari, anche nel talamo.

Ci si aspetta un filo conduttore tra gli episodi, filo che non c’è. Sono tre grandi prove autoriali, ciascuna dotata di intrinseca bellezza e profondo significato. Vale la pena.