Nathalie...


 

 

 

Titolo originale: Nathalie...
Durata: 105 min. (colore)
Paese: Francia / Spagna
Anno: 2003

Regia:
Anne Fontaine
Sceneggiatura:
Anne Fontaine
Jacques Fieschi  
Interpreti:
Fanny Ardant - Catherine
Emmanuelle Béart - Nathalie/Marlène
Gérard Depardieu - Bernard
Wladimir Yordanoff - François
Judith Magre - La madre di Catherine
Rodolphe Pauly - Il figlio


 

 

Una ricca coppia di mezz’età affronta la crisi del proprio matrimonio. Cathrine (Fanny Ardant), scopre che suo marito Bernard (Gerard Depardieu, ancora in coppia con la Ardant in questo film che ricorda la delicatezza de “La sinora della porta accanto”), la tradisce. Cathrine è scossa, non riesce ad accettarlo e, per andare fino in fondo, paga una prostituta, Marlène (Emmanuelle Beart, perfetta nel ruolo), affinchè si finga una studentessa chiamata, appunto, Nathalie, e coinvolga Bernard in una relazione, per poi farsi raccontare da “Nathalie” ogni minimo particolare dei loro incontri.

Questo è, infatti, un film che parla di sesso, analizzando la sessualità: il paradosso risiede nel fatto che l’atto fisico sia continuamente suggerito, a volte rifiutato, ma soprattutto raccontato. E’ Nathalie che, con un linguaggio che sfiora la pornografia, racconta il sesso che fa con Bernard. Allo spettatore il compito di immaginarlo, di capire quanto di vero ci sia nei racconti della ragazza…

Infatti la telecamera è girata con maestria a seguire esclusivamente il punto di vista di Cathrine, che quindi diventa anche quello di chi guarda. La Fontaine gioca con te che guardi, usa tutti i trucchi del mestiere e lo fa bene, senza pecche. Col suo occhio attento scandaglia in modo freddo e allo stesso tempo appassionato quel che risiede nel complesso rapporto sesso (inteso anche come genere)/sentimenti, mettendo a nudo gli animi di due donne e rivelandoci, con un ghigno, che non sempre è l‘uomo il peggior bugiardo.

E nell’uso delle menzogne risiede i punto di forza della sceneggiatura e dei dialoghi, il dire, l’affermare con forza qualcosa che non c’è (e se vedrete i film capirete anche perché), per delineare il sottilissimo confine che c’è tra realtà e finzione (cinematografica?), tra ciò che crediamo e ciò a cui vogliamo credere. Tratto dal romanzo omonimo di Philippe Blasband.

Un consiglio: mettete da parte i pruriti, se ne avete, e godetevi un bel film.

Una chicca: le musiche sono di Michael Nyman.