La mala educaciòn


 

 

 

Anno: 2004

Nazione: Spagna

Distribuzione: Warner Bros

Durata: 105'

Data uscita in Italia: 08 ottobre 2004

Genere: drammatico

Regia: Pedro Almodovar

Sceneggiatura: Pedro Almodovar

Fotografia: José Luis Alcaine

Musiche: Alberto Iglesias

Montaggio: José Salcedo

Cast

Zahara/Ángel/Juan Gael García Bernal

Padre manolo Daniel Giménez Cacho

Paca/Paquito Javier Cámara

Martin Juan Fernández

Ignacio Francisco Boira

Enrique Goded Fele Martínez

Due ragazzini, Enrique (Fele Martinez) ed Ignacio (Gael arcia Bernal/ Francisco Boira), si conoscono all’età di tredici anni nel collegio gesuita che frequentano. Scoprono di amarsi e vengono per questo divisi da Padre Manolo (Daniel Gimenez Cacho), il direttore, geloso ed a sua volta “innamorato” del piccolo Ignacio. Si rivedranno anni dopo, quando Ignacio sottoporrà ad Enrique la lettura di un suo racconto, esplicitamente autobiografico, ed Enrique, regista affermato, deciderà di trarne un film. Questi, tuttavia, decide di indagare su Ignacio, c’è qualcosa del suo vecchio amico che non lo convince del tutto…

Una serie di lunghi flashback e digressioni metanarrative, strutturati in scatole cinesi, ricostruiscono l’andare della complicata vicenda senza mai stancare, grazie alla buona opera di montaggio, all’uso attento degli effetti speciali, ma soprattutto alla sceneggiatura, sublime (Almodovar deve tutto ad Hammett, ma non ha niente da invidiargli).

Il regista abbandona l’esplosione di sentimenti caratteristica dei suoi ultimi due lavori in favore di una fredda e distaccata analisi dei fatti, per confezionare un gioiello come tributo (e regalo) al cinema di genere noir, rispettandone tutti gli elementi caratteristici (e qui ricordiamoci anche il suo “Tacchi a spillo”, che risulta quasi un antesignano di quest’ultima fatica): il passato torbido che riaffiora (Falcone Maltese sotto forma di racconto scritto?), la doppia identità, il “blackmailing” (ricatto), il rapporto omoerotico tra i due (o tre?) protagonisti, la femme fatale, perfida ed autodistruttiva. Almodovar mette tutti questi elementi in un “frullatore postmoderno” e li tratteggia a modo suo, con sferzante ironia e una buona dose di cinismo: così, ad esempio, il rapporto “omoerotico” diviene una vera e propria relazione omosessuale e la femme fatale è in realtà un trans eroinomane. Sarebbe fin troppo semplice, con queste premesse, essere indotti a pensare che il film batta sui temi di omosessualità e pedofilia come inguaribili perversioni: essi sono “dati”, invece, a priori come caratteristica intrinseca del mondo squisitamente filmico in cui si muovono i personaggi (non è un caso che il “falso” omosessuale, il “coccodrillo”, quello che alla fine si sposerà con due cadaveri sulla coscienza risulti, alla fine della visione, la creatura più crudele e perversa). Non c’è neanche spazio per una riflessione sull’ipocrisia della Chiesa, anch’essa data per scontata. Le tematiche che risultano problematizzate, semmai, sono quelle che il regista ha seguito come fil rouge durante tutta la sua opera: la solitudine, il dolore, l’abisso nero che è la mente - ed il cuore- umano, la memoria, la passione come forza travolgente e distruttiva. La diversità sessuale che viene sistematicamente eliminata dalla società, perchè sentita come minaccia, è quella imbarazzante ed ingombrante dei trans e dei travestiti, se proprio ci si vuol impelagare in una analisi sociologica (assolutamente non necessaria), continuando sulla falsa riga tracciata da opinionisti televisivi e non. “La mala educaciòn” non è, quindi, quella dei gesuiti, ma quella che Juan/Ignacio mostra quando conversa con il trans nel camerino, una rabbia atavica derivante dalla rabbia covata durante la sua crescita atipica, denominatore comune a tutti i protagonisti.

“La mala educaciòn” va preso per quello che è: un’audace riflessione metacinematografica, una dichiarazione d’amore velata di elegante ironia al mezzo (la frase finale “con la stessa passione” è molto eloquente, in merito), al genere e (perchè no?) anche alle dive di celluloide strappate nei manifesti di Rotella (artista citato sin dall’inizio, nella grafica dei titoli di inizio).

Magnifico Gael Garcia Bernal, triplicato e virtuoso.

Una vera Opera d’Arte dell’era postmoderna, se non si considera l’ego strabordante del buon Pedro, e se non si hanno problemi con le scene di sesso, provocatoriamente esplicite, tra due uomini.