La terra dell’abbondanza (Land of plenty)
 


 

Anno: 2004

Regia: Wim Wenders

Nazionalità: USA

Sceneggiatura: Wim Wenders

Cast: Wendell Pierce, Michelle Williams, John Diehl, Richard Edson.

Durata: 112’

 

Lana (Michelle Williams) è una giovane ragazza americana, orfana di madre, che ha vissuto in Palestina e Africa lavorando per missioni umanitarie. Torna in America per continuare a svolgere il suo compito tra i poveri di Los Angeles, ma soprattutto per cercare suo zio Paul (John Diehl), ultimo legame che le è rimasto con la famiglia di sua madre. Si incontrano sulla scena di un delitto che vede come vittima un giovane pakistano, delitto avvenuto davanti alla porta della mensa dove Lana presta servizio. La giovane non sa, però che suo zio Paul è un reduce del Vietnam, e che questa esperienza ha lasciato in lui tracce indelebili, come fortissime emicranie ed una paranoia incontrollata verso il mondo arabo, tanto che vive in un furgone attrezzato per ricevere e captare qualsiasi segnale che faccia presagire complotti antiamericani…

Cosa ne è dello zio d’America? Il film di Wenders risponde a questa inquietante domanda post undici settembre in modo assai calzante: il vecchio zio Sam è incarnato dal personaggio di Paul, un veterano innamorato della sua terra, le cui paranoie sviluppate in seguito all’esperienza in Vietnam lo hanno trasformato in una specie di patetico cavaliere solitario, che si sente in dovere di combattere la sua battaglia privata contro il terrorismo passando le sue giornate ad intercettare complotti inesistenti. Triste, amara, incredibile, è la realtà. La terra dell’abbondanza viene causticamente mostrata come la Los Angeles dei sobborghi, delle condizioni disperate di milioni di poveri che abitano la città, e l’angelo wendersiano stavolta è la dolce Lana che, forte della sua incrollabile fede in Dio, ci propone una visione idealistica totalmente diversa da quella di suo zio. Lana agisce e pensa con saggezza, prudenza e generosità, non ha paura dell’arabo ma lo aiuta, tenta, a modo suo, di rendere il posto in cui vive una nicchia di speranza. Perché ha vissuto e lavorato in Palestina. E fa male sentirla dire che “laggiù ci odiano”, senza mezze misure.

Wenders torna al suo modo di fare cinema, sacrificando qualche picco di maestria in favore di una regia e di un assetto classici (o manieristi): gioca con le musiche come ha sempre saputo fare, guarda al cielo e crede agli angeli, ma non è il solito Wenders. Sacrifica la sua arte per far arrivare un messaggio chiaro ed inequivocabile: l’America è impazzita, proprio come Paul. E’ impazzita per un eccesso di amore verso un sogno nutrito a spese dei più deboli.

Il regista aggira retorica e politicizzazione facendo leva sui sentimenti, filmando impietosamente gli incubi di un reduce e il pianto di un pakistano che ha appena perso suo fratello. Questo film fa male. Fa male perché rappresenta il crollo di un impero, la decadenza degli Usa, e lo fa in modo intelligente e netto. Non svende speranza né rabbia, invoca solo pietà per il gigante che muore, e lancia un appello ai giovani: aprite gli occhi, cercate di redimere i vostri padri, siete voi a dover far apparire, senza equivoci, “la verità, prima o poi”.

Brava la Williams, che arriva al cinema dritta dritta da Dawson’s Creek.

Interamente filmato in digitale.

Se non credete più neanche a Michael Moore.