24/29 Agosto 2004

Mittwoch 25. August Götterdämmerung
Donnerstag 26. August Parsifal
Freitag 27. August Holländer
Samstag 28. August Tannhäuser

 

FOTO

 

 

Sacrificio e redenzione

Applausi a Bayreuth per «L'Olandese volante»


 

Le ultime battute del Festival hanno offerto la rara opportunità di poter risalire, nella contiguità di due serate, dall'estremo esito rappresentato dal Parsifal a quello che lo stesso Wagner considerava il vero inizio del suo cammino rivoluzionario, L'Olandese volante, dove in effetti, pur dietro un'articolazione ancora legata alle convenzioni operistiche preme una spinta nuova che forza il recitativo verso più ariosa espansione, mentre la presenza del «motivo conduttore» ( il futuro leitmotiv) appare già ineludibile; senza dire che affiora qui per la prima volta quel rapporto sacrificio-redenzione che costituirà la costante della drammaturgia wagneriana.

Naturalmente la proposta che ha fatto ora il Festival, affidata per la responsabilità musicale al giovane Marc Albrecht mentre quella registica era di Claus Guth, puntava su una lettura che lungi dall'accondiscendere ai moduli consueti, desse rilievo agli aspetti premonitori di quest'opera: quindi abolita innanzitutto la caratteristica ambientazione nordica, in cui si rifletteva tra l'altro l'esperienza del fortunoso viaggio per mare raccontata dal giovane Wagner diretto a Riga, Guth ha concentrato la vicenda in un'unica stanza stile primo novecento attraversata da un'ampia scala a chiocciola, una stanza che è tutto, salone della nave come abitazione di Daland, assolutamente spoglia: solo una poltrona, una lampada a stelo, un baule che in apertura di sipario appaiono rovesciati dalla tempesta, questa suggerita dalla sovrapposizione in proiezione leggera, fantomatica.

Dal baule esce un libro e una bambola, il che mette subito in allarme: quando c'è di mezzo una bambola solitamente si arriva diretti alla psicanalisi ed infatti il gioco inizia subito su questo registro misteriosamente introspettivo che, togliendo di mezzo ogni suggestione naturalistica, punta a dar evidenza al clima di sinistra inquietudine che avvolge la vicenda. Guth gestisce questo gioco, non poco pericoloso, con evidente sapienza nel costruire il tutto sul motivo centrale del «doppio», il vecchio Daland come doppio del fatale olandese, nel forzare quindi il motivo dell'amore sui due versanti, quello paterno e quello dannato per il fantomatico capitano e pure l'irriducibile Senta doppia di se stessa bambina (ecco la bambola!): gioco che trova un'evidenza scenica vividissima in quei repentini passaggi dal buio alla luce accecante, ma soprattutto costruisce questo andamento in stretta relazione con la musica, proprio nelle più esposte istanze del recitativo che va plasmandosi con gli stessi stacchi.

Certo, manca l'afrore del salmastro, intenzionalmente vanificato dalla dimensione claustrofobica che preme costantemente sullo svolgimento; tra l'altro, come voleva Wagner, senza soluzione di continuità tra i tre atti, riuniti in un'unica arcata di due ore e mezzo filate. Anche se poi il clima oppressivo appare filtrato da alcune sottigliezze che sono più che semplice dettaglio ma contribuiscono a creare momenti di sospensione surreale, alla Balthus cui veniva da pensare osservando la piccola Senta che rimandava appunto a quelle sue bambinette equivoche; tanti piccoli tocchi inquietanti, ancora, quali la Mary, pensata come cieca, ma con un libro in grembo mentre la sua stregata pupilla intona la drammatica ballata, movente primo, come si sa, della partitura; fino a sorprendenti rotture di tensione con le soluzioni ballettistiche, vere e proprie sortite offenbachiane, come quella delle filatrici, proposte in un ordinato grembiule scuro da impiegata, col loro bel collettino bianco, che ancheggiano ammiccanti, tutte belle allineate, come pure quella dei marinai, regolarmente in divisa bianca, col cappellino rotondo come fossero appena usciti dall'Accademia navale.

Poi, come spesso accade in operazioni così determinate, il meccanismo rischia di guastarsi, il gioco prende la mano del regista che si trova una po' braccato dal finale (quel gigantesco pupazzo dell'olandese ormai scheletro che cala capovolto dall'alto è veramente brutto, appartenente al cattivo gusto dei tedeschi): ma si tratta in ogni modo di una proposta intelligente, perché non combatte - come invece è avvenuto per il Parsifal con la musica.

E in tal senso si è potuto cogliere l'accordo con il direttore, sensibile da un lato ai tanti fermenti racchiusi in questa partitura, intessuta di infiniti richiami al liederismo contemporaneo, di Schumann in particolare ma altrettanto riflettente certi atteggiamenti dell'odiato Meyerbeer.

La compagnia di canto, con il vecchio Tomlinson nei panni dell'Olandese e la Senta un po' troppo tesa di Adrienne Dugger, era complessivamente buona, l'orchestra, come sempre magnifica, il pubblico entusiasta.

Gian Paolo Minardi

 

 

RECENSIONE DON QUICHOTTE