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martedì 17 febbraio ore 19 turno A giovedì 19 febbraio ore 19 turno B COSI' FAN TUTTE Editore propietario Bärenreiter Verlag, Kassel Rappresentante per l’Italia Casa Musicale Sonzogno di Piero Ostali, Milano musica di Wolfgang Amadeus Mozart direttore Claudio Abbado Mahler Chamber Orchestra Coro Atesthis maestro del coro Filippo Maria Bressan interpreti Rachel Harnisch / Eteri Gvazava, Anna Caterina Antonacci / Stella Doufexis, Daniela Mazzucato / Cinzia Forte, Charles Workman / Saimir Pirgu, Nicola Ulivieri / Markus Werba, Ruggero Raimondi / Andrea Concetti regia Mario Martone scene Sergio Tramonti costumi Vera Marzot luci Pasquale Mari allestimento Teatro San Carlo di Napoli Produzione: Teatro Comunale di Ferrara/Ferrara Musica, in coproduzione con Teatro Comunale di Modena, “ I Teatri” di Reggio Emilia |
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RECENSIONI
Il corriere della sera
Abbado: anche l' Italia scopra la tv di qualità
«Solo noi esclusi in Europa dal canale Arte» «La rete culturale franco-tedesca negli altri Paesi è accessibile a tutti, la Rai non ha voluto collegarsi» Il maestro a Ferrara per le prove di «Così fan tutte» che torna nell' edizione di Martone
Manin Giuseppina
DAL NOSTRO INVIATO FERRARA - Senza pubblicità, senza volgarità, capace di proporre cultura e informazione seria. Claudio Abbado chiede il diritto a un' «altra» tv. Una tv che non c' è. «Certo che esiste. Si chiama Arte, il canale franco-tedesco che trasmette da oltre 10 anni programmi di arte, spettacolo, musica, storia, ma anche documentari, reportage, dibattiti. In Europa vi partecipano tutti i Paesi. Tranne l' Italia». Una platea vastissima, dovrebbe fare gola. Invece. «Invece in Italia qualcuno non ne vuol sapere. Da anni, a diverse riprese, è stato offerto alla Rai di collegarsi. Ma, per una ragione o per l' altra, non si è mai approdato a nulla. Anzi, addirittura ci sono stati tentativi per bloccare alcuni programmi che, pur se mandati in onda solo all' estero, risultavano comunque sgraditi». Nel 2002 il presidente di Arte, Jerome Clement, denunciò un intervento del nostro governo presso il primo ministro Raffarin per una trasmissione scomoda sull' Italia di oggi. «Non mi interessano le polemiche. Il fatto è che l' Italia è tagliata fuori da parte della vita culturale europea. Arte è un bene di tutti i cittadini dell' Unione, un mezzo per creare quell' identità comune così importante. Noi però non ne possiamo usufruire. Una limitazione di libertà anti democratica. Vivendo per tanti anni all' estero, a Vienna, a Londra, a Berlino, ho imparato a conoscere aspetti di quelle culture proprio grazie ad alcuni canali tv. Arte in testa». Ma chi considera questa rete un pericolo? «Quanti guardano con sospetto alla cultura. Quelli soddisfatti degli attuali sette canali, dove persino il cinema di qualità viene frantumato dagli spot. La stessa Rai da un lato produce i film, dall' altro a volte non li trasmette o li manda in onda a tarda notte o li massacra con la pubblicità». E' facile ribattere che Arte è una rete d' élite, per pochi. «Il diritto di scelta è di tutti. Avere a disposizione un canale così anomalo sarebbe un arricchimento, anche linguistico, dato che Arte trasmette in originale con sottotitoli oppure offre la possibilità di decidere la lingua del doppiaggio». Attualmente l' unico modo per vederla è saper orientare la parabola sul satellite Astra. Ma non è impresa da tutti. «Negli altri Paesi invece è trasmessa via terra o via cavo, senza bisogno di complicate tecniche o abbonamenti. Un bene fruibile da tutti. Possibile che in Italia non ci sia nessuno, magari un gruppo privato, che intervenga per far conoscere il valore di questa rete? L' informazione sta vivendo un gran brutto momento, e non solo da noi. Sempre più si cerca di nascondere le notizie scomode. Una censura omologata: Arte sarebbe un importante antidoto. E' normale che gli stadi siano più affollati dei teatri, ma la legge dei numeri non deve essere l' unico criterio di valutazione». A proposito di teatri, il 17 febbraio al Comunale di Ferrara lei riproporrà il «Così fan tutte» nella felice edizione di Martone. «Il cast è in parte rinnovato, Ruggero Raimondi sarà Don Alfonso. Porteremo lo spettacolo anche a Modena e a Reggio Emilia. E il 20, sempre a Ferrara, con Martha Argerich e la Mahler Chamber, eseguiremo il Terzo di Beethoven». Di recente è stato a Cuba. Anni fa andò a portare aiuto musicale ai giovani talenti dell' Avana. Il progetto continua? «Tutta l' America Latina è in pieno fermento musicale. In questi anni le orchestre giovanili del Venezuela coordinate da Abreu hanno cresciuto ben 123.000 strumentisti. E all' Avana ho appena sentito straordinari esecutori di musica barocca, che suonano la viola da gamba e insieme cantano. Ragazzi davvero speciali. Li ho invitati al Festival dedicato a Gesualdo da Venosa che in autunno si terrà tra Potenza, Avellino, Matera».
Con la regia di Mario Martone
Ferrara applaude Abbado: l’opera «Così fan tutte» ritorna con un nuovo cast
DAL NOSTRO INVIATO FERRARA - Le belle dame di Ferrara e i loro spasimanti hanno di nuovo creato l’incanto del gioco dell’amore e del caso innescato dalla sublime musica di Così fan tutte . L’opera di Mozart ieri sera è tornata in scena al Teatro Comunale nell’ormai storico allestimento di Mario Martone, scene di Sergio Tramonti, costumi di Vera Marzot, Claudio Abbado sul podio della sua amata Mahler Chamber Orchestra. Una serata di festa ed entusiasmi come solo il maestro sa regalare, conclusa nelle immancabili ovazioni. Ma chi si aspettava una semplice ripresa dello spettacolo del 2000 è stato felicemente preso di contropiede. Perché Abbado e Martone hanno rimodellato interpretazione e regia a misura del nuovo cast. Accanto ai quattro splendidi nomi dell’edizione precedente, Anna Caterina Antonacci (Dorabella), Daniela Mazzuccato (Despina), Charles Workman (Ferrando), Nicola Ulivieri (Guglielmo), sono arrivati Rachel Harnisch (Fiordiligi) e il grande Ruggero Raimondi (Don Alfonso). È stato quest’ultimo, già coinvolto da Abbado nel Viaggio a Reims e in Falstaff , a determinare una svolta nello spettacolo, minimalista nell’immagine (sulla scena solo due letti sfatti e un fondalino con il Golfo di Napoli) e tutto centrato sulla recitazione dei cantanti e il loro rapporto ravvicinato col pubblico grazie anche a due passerelle che li fanno quasi entrare in platea. «Nella scorsa edizione Don Alfonso era il giovane Andrea Concetti, la sua era una beffa crudele ordita verso due coetanei - ricorda Martone -. Stavolta in quei panni c’è Raimondi, autorevole per voce e per età. Questo cambia le cose. Raimondi è stato un grandissimo Don Giovanni, immortalato anche nel film di Losey. D’altro canto io stesso nel frattempo ho allestito un Don Giovanni a Napoli. Con lui, il cinico filosofo che opera per distruggere le ingenue illusioni della giovinezza, assume inevitabili tratti del Grande Seduttore mozartiano. E allora, eccolo arrivare in scena direttamente dagli Inferi in cui era sprofondato alla fine dell’altra opera. Con tanto di pietra lavica in mano a indicare la provenienza». Altri pezzi di lava sono stati sparsi sulle passerelle, resti di eruzioni del vicino Vesuvio, segni di quella metamorfosi alchemica a cui esotericamente allude la trasformazione delle due coppie, freddo inferno sulla terra per chi con l’amore vuol troppo giocare. «Come Don Giovanni, anche Don Alfonso è un personaggio con una fortissima valenza teatrale. Mozart è lo Shakespeare dell’opera, Così fan tutte ha molte analogie con il Sogno di una notte di mezz’estate : si comincia con i toni buffi, poi i personaggi smarriscono le loro identità, fino a sfiorare la tragedia». Domani il secondo cast. Con il giovane Andrea Concetti come Don Alfonso, sarà un altro spettacolo ancora. E ancora repliche a Modena (23 e 25) e a Reggio Emilia (2 e 4 marzo).
La Repubblica
Il grande direttore protesta per l´assenza di Artè, il canale televisivo
europeo, dai nostri teleschermi
Abbado : "Il monopolio tv è un pericolo per la nostra cultura". "L´Italia è
l´unico paese dell´Unione Europea escluso dal canale televisivo". "Un paese
democratico non può rinunciare a un´opzione culturale e non commerciale"
da La Repubblica di Leonetta Bentivoglio
FERRARA - «L´Italia è l´unico paese della Comunità Europea escluso dal canale
televisivo Arte, che costituisce uno dei migliori strumenti di vita culturale in
Europa. Tutti gli italiani, in quanto europei, dovrebbero avere la possibilità
di accedervi.
È un diritto democratico e d´informazione che ci viene negato». Con fervore
radicale («è una battaglia importantissima, sono sicuro che molte migliaia di
italiani sarebbero pronti a sottoscrivere la mia protesta»), Claudio Abbado,
impegnato a Ferrara nelle prove di Così fan tutte (ripresa dell´allestimento di
Mario Martone, sarà in scena il 17 e 19 febbraio), attacca «il monopolio dell´informazione
televisiva in Italia: un controllo che ci priva del diritto di seguire la sola
rete europea senza pubblicità, ricca di trasmissioni culturalmente di alto
livello». Aggiungendo che «non è una questione politica, non c´entrano la destra
e la sinistra: è una questione di libertà di scelta. Per questo credo che la
Comunità Europea dovrebbe pronunciarsi sulla diffusione di Arte anche in Italia».Può
spiegarsi meglio?«La televisione è un bene della collettività e un patrimonio
d´informazione comunitario. Un paese democratico non può rinunciare a un´opzione
culturale e non commerciale come Arte. Nata dieci anni fa in Francia e in
Germania, a cui, nel tempo, si sono uniti i vari paesi europei, Arte trasmette
ottimi programmi, documentari anche italiani, concerti e opere, film di qualità
doppiati o con sottotitoli nelle varie lingue. È chiaro che Arte non sarà mai
seguita come una tivù commerciale. Ci sono gli stadi di calcio, per 100.000
persone, e le sale da concerto, per 2000, ma non per questo si possono negare al
pubblico le sale da concerto. Lo stesso discorso vale per Arte. Eppure il
presidente Jerôme Clement, nonostante i suoi ripetuti tentativi per concludere
un accordo con l´Italia, ha incontrato un sistematico rifiuto. Per gli italiani
è una forma di censura: equivale all´imposizione del sistema del non diritto
alla scelta».In Giappone, in ottobre, quando le fu conferito il Premio
Imperiale, lei accusò l´Italia di non fare abbastanza per la cultura, sostenendo
che l´affermarsi della televisione commerciale minaccia l´identità culturale
nazionale.«Infatti. Il monopolio di un mezzo televisivo fondato sulla pubblicità
può condurre a un´atrofizzazione dell´immaginazione, in particolare tra i
giovani. È un pericolo gravissimo per il futuro della nostra cultura».L´appello
di Abbado giunge in un momento di intenso entusiasmo progettuale per il
direttore d´orchestra: rientrato di recente da un lungo soggiorno a Cuba, dove
ha lavorato con i giovani musicisti cubani e venezuelani («alcuni tra loro oggi
suonano coi Berliner Philharmoniker»), e dove immagina, per il futuro, «un
grande festival latino-americano», Abbado pensa a Gesualdo da Venosa, il
madrigalista in nome del quale, grazie a lui, è nata in Basilicata un´Accademia
per giovani strumentisti: «E a Gesualdo, nell´ottobre di quest´anno, la regione
dedicherà un festival. La sua musica è una di quelle ricchezze culturali di cui
la nostra tivù non parla». Oltre a Così fan tutte con la Mahler Chamber
Orchestra (che sarà in scena anche a Modena, il 23 e il 25 febbraio, e a Reggio
Emilia il 2 e il 4 marzo), Abbado dirigerà a Ferrara un concerto straordinario
(20 febbraio) con Martha Argerich. In aprile, con la Gustav Mahler Jugend
Orchester, inizierà a Bolzano (il 2) un tour che si concluderà a Roma il 14. E
in giugno tornerà a Berlino per tre sere (3, 4 e 5), sul podio dei Berliner
Philharmoniker.
I lettori di "Repubblica" con Abbado. Ora Parla Clément. Articolo 21 lancia
l'appello
Il direttore d´orchestra aveva denunciato il monopolio dell´informazione tv
LEONETTA BENTIVOGLIO
ROMA - La protesta di Claudio Abbado contro l´assenza di Arte dalla tivù
italiana ha colto nel segno. Una messe di lettere, telefonate e messaggi e-mail
alla nostra redazione è giunta a sottoscrivere entusiasticamente l´intervista
che il grande direttore d´orchestra ha rilasciato lunedì scorso a la Repubblica,
segnalando l´esclusione dai nostri teleschermi del canale europeo dedicato alla
cultura e privo di pubblicità, e attaccando senza mezzi termini «il monopolio
dell´informazione televisiva in Italia». Ora si sta ipotizzando, a partire dalla
prossima settimana, l´apertura di un Forum d´interventi e iniziative in favore
dell´introduzione di Arte in Italia (sul sito www.articolo21.com, che s´occupa
di temi legati alla libertà d´espressione). (continua)
Nel frattempo Jérôme Clément, presidente di Arte, dichiaratosi «felice della
presa di posizione netta e forte di Claudio Abbado», ha accettato di rispondere
ad alcune domande.
Perché l´Italia è il solo paese dov´è impossibile ricevere Arte?
«La nostra rete non è diffusa da Sky Italia. Tempo fa concludemmo una serie di
accordi con la Rai, ma vennero applicati solo per pochi mesi, tra il 1996 e il
1997. Siamo venuti spesso in Italia, paese che amiamo molto, e nel ?98 abbiamo
organizzato un convegno sulla cultura italiana a Parigi e sulla cultura francese
a Roma. Resta comunque desolante il fatto di non poter essere visti nel vostro
paese, e di non poter lavorare con talenti italiani, a parte eccezioni come
Nanni Moretti o Mimmo Calopresti, dei quali abbiamo coprodotto i film».
La rete ha una diffusione compatta in Europa?
«È un canale di specifica identità europea, nel senso che s´interessa a tutto
ciò che esiste e si fa in Europa. Un giornale della cultura rende conto tutti i
giorni, alle 20, degli avvenimenti culturali europei. Eravamo presenti all´apertura
della Fenice, come lo siamo ai Festival di Salisburgo, Aix en Provence, Avignone
e Berlino. Ma seguiamo anche quel che accade in Russia, in Asia e nelle
Americhe, per quanto riguarda il cinema e i documentari. Trasmettiamo in tutta
Europa, e anche al di là, nel bacino mediterraneo e nel Caucaso. Ogni settimana
siamo seguiti da dodici milioni di telespettatori in Francia e in Germania, a
cui vanno aggiunti il Belgio, l´Austria, la Svizzera e ancora Israele, con
80.000 persone. Senza contare il Marocco, l´Algeria e la Tunisia. Si va in onda
dalle 14 alle 3 del mattino, e produciamo il 70% dei nostri programmi».
Che tipo di accordi avete coi vari paesi europei, a parte, ovviamente, l´Italia?
«Il Belgio, l´Austria e la Polonia sono nostri membri associati, e in Svizzera,
in Spagna, nei Paesi Bassi e in Filnandia le varie televisioni pubbliche hanno
favorito la diffusione dei nostri programmi. Abbiamo una relazione molto
fruttuosa anche con la BBC».
È possibile riavviare una trattativa con la Rai?
«Stiamo riprendendo i contatti per cercare di essere trasmessi in digitale.
Abbiamo fatto di recente un´offerta concreta alla Rai, e non sappiamo ancora se
le sarà dato un seguito. Perché un canale della tivù digitale terrestre non
potrebbe essere dedicato a Arte? Perché i telespettatori italiani dovrebbero
essere i soli in Europa a esserne privati? Dopo la creazione di Arte, nel 1992,
non ho mai smesso di lavorare per trovare un accordo con l´Italia, anche se
l´instabilità dei dirigenti e l´assenza di una chiara volontà politica finora lo
hanno impedito».
E poi tutti giù per terra
di ALBERTO ARBASINO
29 Febbraio 2000
La magnifica esecuzione del Così fan tutte a
Ferrara può fornire qualche "inside trading" sugli andamenti correnti nella
gestione attiva o volatile dei Classici, rispetto al benchmark di riferimento.
Infatti il perfezionismo eccelso nella performance del "senior fund manager"
Claudio Abbado continua a rifinire e sublimare quel "Rossini ad orologeria" (Clockwork
Gioachino) già messo a punto nelle memorabili "Italiane" e "Cenerentole" alla
Scala, e culminato nelle strabilianti "macchine" - come le chiamerebbe il Da
Ponte - del Viaggio a Reims pesarese. Capolavoro di riferimento, per la serie
"Divertimento collettivo prodotto con rigore intemerato e impeccabile".
Con questo Mozart ferrarese, i risultati assoluti e più felici appaiono
raggiunti nella concertazione degli insiemi: quando partendo da componenti
singoli medio-bravi - cantanti non "mozzafiato" - Abbado attinge l'ideale
settecentesco della commedia pura, senza residui di sentimenti o di anima. Una
strategia entomologica, già biomeccanica, al posto delle passioni, delle
emozioni, dei sentimenti. Macché cuori e fegati, arriva von Clausewitz; e
perfino Choderlos de Laclos cede la scena alle relazioni e combinazioni fra le
rane di Galvani e la pila di Volta, il movimento dei fluidi e dei solidi, il
comportamento dei gas perfetti di Gay Lussac.
I risultati sono graziosi ed entusiasmanti, e avrebbero rallegrato i teorici e
pratici specialmente russi dell'artista come "congegno slittante, pupazzo su
molle". Via le scorie degli affetti, e anche i pretesti del sesso: contano solo
i polmoni e i ritmi, l'agilità dell'ugola e del piede, la flessibilità del
gomito, del ginocchio, del trillo.
E tutto questo funziona bene con le regìe che rifuggono dalla interpretazione.
(Altro che Against Interpretation alla Susan Sontag). Come già col Don Giovanni
alla Peter Brook, i cantanti non si presentano come protagonisti di trame o
intrecci, né pretendono di "interpretare" personaggi con loro fisionomie e
tradizioni culturali illustri. Sono sempre simpatici e accattivanti "giovani
d'oggi" - come tutti - con gli stessi jeans e gilet e giubbotti e zainetti e
fumetti e sacchetti di patatine e i gesti e sorrisi di tutti i ragazzi
attualmente in giro dove "protagonista è il pubblico". E tutti normalmente e
perfettamente intercambiabili, sostituibili: lunedì cantano Patrizio e Deborah,
martedì Christian e Daniela, mercoledì Marco e Martina, e fa lo stesso. Come per
tutti i giovani divi che fra gli strilli delle piccole fans assicurano i
reporter di avere gli stessi gusti e le identiche abitudini di tutti i loro
coetanei: il rock e l'ecologia, la televisione e la moglie, la pizza e gli
sport. (Sicché il motto del cinico Don Alfonso, "Ripetete con me: co-sì-
fan-tut-te", risulta profondamente emblematico, sintomatico, e realistico).
Nessuna pretesa di avere o presentare una "personalità propria" (anche al di là
dei ruoli interpretati), come non ne possedevano solo la Callas o Ava Gardner o
Totò, ma anche Cary Grant e Tina Pica. Nessuna aspirazione a impersonare
differenzialmente "figure" che come Donna Elvira o Don Carlo si distinguono -
per storia, lineamenti, carattere - dal Duca di Mantova e da Lady Macbeth. Come
arrivando dai corridoi della scuola, i giovani uniformi e simpatici entrano
rapidamente in ogni parte, eseguono il loro pezzo in "casual", e quindi escono
dal ruolo come gli animatori e le infermiere che finito l'orario smettono di
lavorare per il pubblico e rientrano nel privato per l'uscita del personale. O
come le rock stars che dopo decenni di cuoio borchiato e canottiere zozze sul
palco "hard" rincasano fra le trapunte e il capitonné.
Quindi non si pensa neanche per un momento che si tratti di personaggi. Siamo
davanti a esecutori, non come ai tempi "epici" dello Straniamento Brechtiano, ma
pari al primo violino e agli altri solisti dell'orchestra, in frac: e comunicano
emozioni esclusivamente artistiche. Come al concerto e nelle esecuzioni "in
forma semiscenica".
E non per niente, adesso, Guglielmo e Ferrando non stanno più lì a perder tempo
travestendosi da "nobili albanesi" (o turchi, o valacchi), come pur
richiederebbe una commedia degli equivoci, con qui pro quo. Ma chissenefrega?
Chi mai se ne accorgerebbe? Fa comunque lo stesso: come con gli Shakespeare fra
i disabili. Infatti, non si interpreta. Si esegue, con alta professionalità e in
abiti sommari, come con Peter Brook o a Santa Cecilia.
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(E pensare che sul programma di sala una ricerca di Adriano Cavicchi ci svela
perché mai Fiordiligi e Dorabella sono definite "dame ferraresi", non a caso,
nel sublime libretto di Lorenzo da Ponte. C'era infatti una tradizione di
rinomate "dame cantatrici ferraresi", almeno a partire dalla Corte di Alfonso II
d'Este, con un repertorio illustre di belcanto dal Tasso a Paisiello portato in
giro per due secoli nelle capitali musicali europee. E a Vienna, la famosa
Adriana Gabrielli Ferraresi, detta "la Ferrarese", dopo i trionfi alla Scala e a
Londra con Gluck e Cherubini, diventa una popolare amante del Da Ponte, che
frequentava anche sua sorella Luisa, anche lei cantante e galante con mille
intrighi fra Casti e Salieri e Giuseppe II, mentre Adriana cantava la Susanna
nelle Nozze di Figaro... Quindi, tutto un froufrou, un gioco elegante fra le
cadenze "ferraresi" nelle arie mozartiane e l'allegra fama delle due Ferraresi a
Vienna: storie d'altronde non ignote agli ufficiali e goliardi italiani ancora
verso la metà del Novecento, quando Ferrara si celebrava come capitale della
Pittura Metafisica... Ma parecchie notizie storiche sulla Ferrarese si trovano,
a cura di Lorenzo della Chà, soprattutto nella squisita raccolta dei Libretti
Viennesi del Da Ponte, da poco apparsa con la Fondazione Pietro Bembo, e Guanda
Editore. E lì, subito dopo il sublime Così fan tutte, ecco La caffettiera
bizzarra, altrettanto sublime. Con servi di bottega che cantano, in un locale
viennese già attrezzatissimo prima di ogni Secession e Werkstätte: "Qui si danno
acque perfette - Qui gelati ed erba The - Qui si leggon le gazzette - Qui si
beve il buon Caffè". Dunque, viene una gran voglia di presentare questa
Caffettiera Viennese alla celebre Teiera Wedgwood di Maurice Ravel, che
nell'Enfant et les Sortilèges balla il fox-trot cantando "Black! Black! Black!"
alla Tazzina, che le ribatte in cinese, su testi di Colette...).
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C'è però una sorpresa favorevole: stavolta Don Alfonso non è (come dovrebbe) un
vecchio mondano napoletano "dei circoli" che le ha viste tutte anche a Capri e
ormai non scopa più, ma si diverte con la sua lunga esperienza da café society a
manovrare e beffare i "pivelli". È un altro giovanotto, che passa gran tempo ad
architettare scherzi, come un "nonno" con le reclute o un "hacker" coi sistemi
informatici. Ma siccome l'interprete Andrea Concetti è bravissimo e
disinvoltissimo, potrebbe fare benissimo anche uno Scarpia giovanotto. Chi ha
mai detto che debba essere un vecchio laido questore, e non un giovane
commissario sportivo che porta via le Tosche e magari le Norme agli anziani
tenori panzoni?
Lo spettacolo di Mario Martone è "antinapoletano", secondo quella caratteristica
"antiretorica napoletana" per cui la luce e il cielo e il Golfo fanno folklore e
dànno un complesso di "O' sole mio", indigeno e abominevole. Dunque, ecco uno
sfondo nero da rimessa povera, che sarebbe triste anche per una Passione di Bach
con strumenti d'epoca e in forma semiscenica. E così, dopo aver contemplato per
decine di volte il muro di fondo dell'Argentina e del Valle e di molti altri
teatri di lirica e prosa (generalmente più ammirati di qualunque fondale
scenografico), ora si rimira e si applaude anche il muro di fondo del Comunale
di Ferrara. Con un sollievo collettivo quando si socchiude un portoncino della
rimessa lasciando scorgere un lembo patetico di sole mio. Altro che il
riemergere alla luce di quei proverbiali disgraziati del Fidelio. Qui c'è la
crudele tenerezza di quella fiaba di Anna Maria Ortese con la povera piccola
ciechina napoletana che quando riacquista la vista viene attanagliata
dall'horror nel degrado che vede. Mentre le porcellone ferraresi si sbattono sui
letti sfatti dei parenti terribili di Jean Cocteau.
E si recupera magari una leggendaria angoscia della signora Duse, perché un
genio teatrale (Gordon Craig, o Appia) le avevano allestito, forse per un Ibsen,
una stanza tutta muri e senza finestre. Così, quando dopo un lungo tirammolla di
spasimi fra la Divina e il Genio questi acconsente ad aprire "una finestrina",
essa davanti a quella finestrina si abbandona a tali frulli Liberty da entrare
nella leggenda teatrale all'italiana... Oggi invece l'espediente viene incontro
a quei vecchi abitudinari che dovendo scegliere un aggettivo "ficcante" o
"intrigante" per classificare uno spettacolo-come-metafora-della-
condizione-umana preferiscono il cronico "claustrofobico" al suo pendant
"labirintico".
Anche qui tutti i personaggi, quando non sanno cosa fare con le mani e coi
piedi, si siedono o accovacciano per terra: come ormai fanno da decenni anche le
già altere e stagionate Elisabette d'Inghilterra o di Valois, nonché tutte le
Semiramidi e Stuarde e Bolene e Lucrezie Borgie a cui i registi del disagio e
malessere hanno sistematicamente tolto la sedia di sotto, spesso confinandole
nelle latrine dei manicomi pre-Basaglia anche se il compositore non le gratifica
di una Scena della Pazzia celebre come Ofelia o Lucia di Lammermoor.
Arriva però stavolta un'applicazione sistemica del principio politico-sportivo
per cui "chi non salta, Beethoven è". Tutti entrano infatti in scena saltando il
parapetto dei palchi di proscenio. Aiutandosi magari con gradini, ma per decine
di volte. E ridestando memorie nostalgiche o satiriche nei superstiti della
Dolce Vita e della Nouvelle Vague: l'epoca d'oro delle automobili spider, quando
per uscire dalla Giulietta e dalla Triumph si zompava direttamente fuori, mai si
sarebbe aperto lo sportello. Con la mia MG rossa d'allora, per anni e anni si è
sempre fatto così: perfino nella Varsavia scapestrata degli anni Sessanta,
davanti a una piccola folla plaudente che vedeva ovunque Brigitte Bardot. Sono
gesti d'epoca, come successivamente stringersi lo stereo estraibile al petto. Ma
se l'avesse fatto decine di volte il giovane Trintignant, in un solo film di
Vadim?
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