
17 18 Agosto 2005
| LUCERNE FESTIVAL ORCHESTRA CLAUDIO ABBADO Leitung RENÉE FLEMING Sopran
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Alban Berg
Franz Schubert
Gustav Mahler
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"Non
mi piace questa Italia che allontana i suoi cervelli"
DAL NOSTRO INVIATO A LUCERNA
LEONETTA BENTIVOGLIO
LUCERNA - «Un tempo, in Italia, si mandava la gente al confino. Oggi vige un
sistema dell´esilio subdolo. Non si è cacciati in modo esplicito, ma la gente se
ne va, o si vede costretta a lavorare altrove. Lo ha fatto Carlo Rubbia, che ha
accettato una posizione in Spagna per poter proseguire le sue ricerche. Avevamo
al Parlamento Europeo un economista come Monti, che tutti stimano nel mondo, e
lo hanno allontanato. Come succede in Rai, dove chi va controcorrente sparisce.
E nessuno ha segnalato la gravità di ciò che è accaduto a Milano: in un anno la
città ha perso tre musicisti come Riccardo Muti, Riccardo Chailly e Aldo Ceccato».
Con voce bassa e gentile, Claudio Abbado parla di piccole e grandi miserie
italiane, che da questa terrazza affacciata sul lago di Lucerna sembrano così
distanti. Sull´altra sponda, a Tribschen, in una villa circondata dalla magia
del bosco, abitò e scrisse musica Wagner. E davanti a noi s´erge l´edificio
della sala per concerti di Lucerna, col suo immenso tetto ad ala. Qui l´altra
sera Abbado, salutato da ovazioni interminabili, ha diretto l´orchestra
strabiliante che è stato lui a plasmare, nel 2003, facendone il complesso
stabile del Festival di Lucerna. Con questa sua compagine di splendidi solisti,
che combina il livello delle scelte, umane oltre che professionali, alla
capacità del direttore di amalgamarne i talenti, Abbado è pieno di progetti: ha
appena firmato un impegno per continuare a dirigerla fino al 2010.
Ora però lancia staffilate contro un paese che quando inventa o produce
cose buone le nasconde: «Mai che in Italia si riescano a diffondere i
progetti più validi. Arrivano dall´estero per studiare gli asili d´infanzia di
Reggio Emilia, i migliori al mondo. Merito della regione, non certo del governo.
Tanti altri sono gli episodi. Nessuno, per esempio, ha parlato del fatto che da
qualche mese 22 locomotori trasportano Tir da Monaco a Verona e viceversa,
facendo risparmiare petrolio, non contaminando l´ambiente e consentendo ai
camionisti di rispettare il riposo di sei ore stabilito dal sindacato. Al
progetto, nato a Innsbruck, che ha chiuso il traffico ai camion che appestavano
l´aria, hanno aderito le regioni italiane attraversate dal percorso. Intanto si
cercano soluzioni per le energie alternative. A Mantova sta per essere aperto un
rifornimento d´idrogeno, a Brescia e a Ferrara i riscaldamenti attingono da
pozzi naturali di acqua calda. Ma di queste iniziative non si parla».
Viene operata una sorta di censura?
«Certo. Si mascherano le menzogne con parole come libertà e democrazia, di
cui si è perso il significato. E si è costretti a subire notizie false,
manipolate o mostrate da un´unica prospettiva. Pensi al modo in cui si usa il
termine comunismo. Scrive Kundera: eravamo un paese detto comunista e abbiamo
subito l´invasione degli stalinisti. Oggi si ignorano le distinzioni tra il
comunismo e gli orrori di Stalin. Prenda la Cina. Quando fa comodo non è mai
comunista».
Lei si è dichiarato sempre di sinistra. E adesso?
«Non sopporto più certe speculazioni sia di destra che di sinistra. Non
tollero i fumi dell´ignoranza e dell´approssimazione. Quando, insieme a Milstein,
Kubelik e Barenboim feci un testo contro l´invasione dei russi a Praga, in
Italia nessuno volle riportarlo. Alla sinistra non faceva comodo perché si
trattava dei russi, e alla destra non faceva comodo perché io avevo un´immagine
di sinistra».
Oggi, dopo la faticosa vittoria sulla malattia che la aggredì quattro anni
fa, lei appare molto cambiato. Sembra aver sviluppato tanta più voglia di
denuncia.
«Ho seguito un percorso fatto di studio ed esperienza, e di attraversamenti
delle diverse civiltà in cui ho vissuto e lavorato. Ho capito di essere molto
fortunato. Non solo per le cose belle che ho avuto: la musica, i figli, l´amore
per la vita. Ma anche per l´operazione che ho subito, che mi ha costretto a
rallentare i ritmi di lavoro e a farmi vedere con più chiarezza che cos´è
importante».
Cosa ricorda della dittatura fascista e delle persecuzioni razziali?
«Mia madre ha avuto grossi problemi per aver nascosto in casa un bambino
ebreo. E un giorno, a Milano, durante la guerra, ero un ragazzino, arrivò in
casa la Gestapo. Avevo scritto col gesso, sul muro esterno, "Viva Bartòk". Per
passione verso il compositore ungherese. Quelli però pensavano che si trattasse
di un partigiano. Qualche mese fa, rammentando l´episodio, è stato scritto che
passavo per Piazzale Loreto nei giorni dell´esibizione del corpo di Mussolini.
Invece all´epoca ero un bambino, e non passai affatto per Piazzale Loreto».
Crede davvero che la musica possa salvarci?
«Me lo ha riconfermato di recente il mio soggiorno in Venezuela, dove la
musica ha una valenza sociale enorme, e dove grazie al lavoro di Antonio Abreu
sono nate centinaia di orchestre giovanili. Lì la musica salva davvero i ragazzi
dalla criminalità, dalla prostituzione e dalla droga. Li ho visti, facendo
musica insieme trovano se stessi. In Venezuela ho lavorato con l´Orchestra
Giovanile Simon Bolivar, diretta da Gustavo Dudamel, bravissimo. Oggi, tra i
giovani, sono lui e Daniel Harding i migliori direttori d´orchestra. La Bolivar
sarà in tournée in Europa, l´anno prossimo, e io la dirigerò a Parigi, a Palermo
e forse a Roma».
Nel frattempo a Roma quest´anno, in ottobre, l´attende un intero festival
con la sua formazione di Lucerna.
«Sarà una residenza di una settimana, che occuperà le tre sale dell´Auditorium,
con concerti diretti da me e da Harding, numerosi concerti da camera e una
maratona musicale nel week-end. Parteciperanno anche Pollini e la Argerich. Tra
i programmi c´è una suite del Prometeo di Nono: ho appena saputo da Santa
Cecilia che la richiesta è tale che ne è stata programmata l´esecuzione nella
sala grande. Ogni anno, con la Lucerne Festival Orchestra, ci accoglierà una
grande capitale. Nel 2006 sarà Tokyo, poi New York, Londra e Vienna. Sempre per
una settimana in residenza».
Come fa un complesso "all star" a essere tanto affiatato?
«Ci si conosce, si è amici. Con alcuni di questi musicisti lavoro da trent´anni.
Tutti hanno fatto spesso musica da camera insieme, e hanno imparato ad
ascoltarsi. Ci sono prime parti dei Berliner, come l´oboista Albrecht Mayer, e
c´è la base della Mahler Chamber Orchestra. C´è Kolja Blacher come spalla dell´orchestra.
E c´è Natalia Gutman. Ci sono gruppi come l´Hagen Quartett, l´Alban Berg
Quartett e l´ensemble di Sabine Meyer. C´è Westphal, una specie di istituzione
dei Berliner, che lavorò con Furtwängler. Ci sono italiani come Pierini, spalla
del Maggio Fiorentino, Pagliani, che era la spalla della Filarmonica della
Scala, e Bronzi del Trio di Parma. Alla fine di ogni concerto non si danno la
mano, ma si abbracciano commossi».
Torniamo a parlare di Milano, visto che all´inizio di questa conversazione
ha aperto una breccia: tanti anni fa anche lei, come pochi mesi fa Muti, lasciò
la Scala. Si possono fare confronti?
«Ogni situazione è diversa. Quando me ne andai da Milano la notizia che ero
stato nominato direttore all´Opera di Vienna fu pubblicata nel momento in cui
stavo partendo. Ma è chiaro che dietro a quella scelta c´era stato un processo
di anni. Per fortuna c´è sempre un´evoluzione. Per la Scala avere un direttore
musicale come Muti ha rappresentato un´evoluzione. E per me è stata
un´evoluzione poter lavorare prima a Vienna e poi a Berlino».