FIDELIO

11 Maggio 2003

 

Musiche di Ludwig van Beethoven
Direttore Paavo Järvi
Regia Robert Carsen
Personaggi e interpreti Don Fernando - Stephen Milling
Don Pizarro - Gidon Saks
Florestan - Stephen Gould
Leonore (Fidelio) - Elizabeth Whitehouse
Rocco - Giorgio Surian
Marzelline - Rachel Harnisch
Jacquino - Jörg Schneider
Primo prigioniero - István Bogati Szabò / Richards Grant [17, 21]
Secondo prigioniero - Alessandro Luongo / Lisandro Guinis [17, 21]
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Scene e costumi Scene - Radu Boruzescu
Costumi - Miruna Boruzescu
Luci Robert Carsen, Peter van Praet
Produzione Nuovo allestimento in coproduzione con De Nederlandse Opera Amsterdam


LA NAZIONE

«Fidelio» si apre nelle regioni dell'opera buffa: la famigliola del carceriere, un giardinetto davanti alle sbarre, le baruffe tra la ragazza che aveva dato speranze a un giovanotto e il giovanotto: il guaio è che da qualche tempo c'è Fidelio, un bel tipo, giovane, dai modi aristocratici, assunto come nuovo aiutante: noi sappiamo che è la moglie travestita del prigioniero languente nel sotterraneo, eroe inviso al Governatore Pizarro. Beethoven ne fa un'opera che poco a poco diventa drammatica, dolore, ardimento, liberazione e apoteosi dell'amor coniugale e della libertà.
C'è una rapida sinfonia, solenne. Per Paavo Järvi, che dirige, non è un pezzo sinfonico: è un assaggio, una vibrazione, un'attesa a cui chiama gli eccellenti strumentisti dell'Orchestra del Maggio Fiorentino. Poi si apre la parete scura che ha sostituito il sipario e non c'è pelo di giardino né d'opera buffa. E' un enorme stanzone, squadrato su tutto il palcoscenico, metallico, su tavoli da laboratorio si confezionano o si aggiustano divise di carcerati. Spazio enorme, senza riferimenti. I personaggi sono già tutti immersi nell'inquieta loro solitudine. Quando scatta il quartetto e ognuno esprime per se stesso il proprio pensiero, poco a poco son sommersi dall'ombra. Tutti cantano con proprietà, dicono le parole con pudore e desolazione, o con speranza. Possono essere vicini o lontanissimi, un rapporto li lega sempe: i gesti, gli sguardi, gli spazi ci fan leggere dentro a loro. Grande teatro. Arriva il perfido Pizarro, sulla marcia uno stuolo di soldati sgombra lo stanzone, con eccitante esattezza drammaturgica e disordinata verosimiglianza. I costumi, di Miruna Boruzescu, hanno un'epoca? Chi lo sa, non importa. Certo, Pizarro è in borghese, potrebbe venire da un film di guerra. Segaligno, crudele, quando dà ordini parlando è amplificato come in un comizio. Escono i prigionieri per l'ora d'aria: sono mimi, precari come larve, il coro dev'essere in buca. Impressionanti, ormai non più o non ancora capaci di riprendere passo e ritmo. Da lontano, da vicino, Fidelio, cioè Leonora sposa dell'eroe li scruta invano. Lui non è fra di loro.
Poi siamo nel sotterraneo. Scenicamente, lo stesso stanzone: ma c'è in fondo una scaletta a pioli alta quanto il palcoscenico, che si perde lassù. E' quasi buio. Florestan, l'eroe, piange con dignità e forza la sua sorte voltandoci le spalle. Poi s'accuccia per riposare. Scendono dalla scaletta verticale il carceriere e Leonora. Lui è dinoccolato, ogni gesto e passo ne dice la bonaria disponibilità al compromesso: il prigioniero deve venire ucciso. Si cala anche Pizarro. Confronto fra gli uomini, durezze vendicative: poi la pistola tratta dall'abito di Leonora che salva lo sposo. Da fuori suona la tromba del Ministro in arrivo. S'apre non si sa quale porticina lassù, la luce carezza la parte alta della scala interminabile. E' la salvezza. Respiriamo, chi vuole può anche piangere e ha ragione.
Qui il regista Robert Carsen ha paura della felicità. Irrompe l'incertezza di come l'eroismo venga consumato nel tempo. Dalla sala arrivano con violenza tutti quelli che in una celebrazione d'un fatto eroico di cronaca piomberebbero oggi sul posto: fotografi e giornalisti per primi, poi persino i Caschi blu. Il Ministro diventa protagonista davanti ai media. C'è un momento di commozione strappata fin troppo. Leonora, che nella solitudine del carcere aveva pregato con davanti una candelina, accende candeline per tutti. Poi feste contaminate dall'oggi, svenimento di Leonora davanti agli apparecchi di ripresa, fine. Järvi, per seguire la storia, ha rinunciato anche a inserire, contro la tradizione, la «Leonora III»: nessun intermezzo sinfonico.
L'orchestra ha suonato sempre come se lasciasse crescere una verità di natura: col sorriso del «Flauto magico» di Mozart, con un dramma di colpi duri e frasi a volte laceranti. Tutti credono molto a quel che fanno. Leonora è più lirica che perentoria, ma convince: Elizabeth Whitehouse. Florestan è più duro che commosso, ma resiste con convincente sicurezza: Stephen Gould. Marcelline e Jaquino, i due ragazzi, Rachel Harnisch e Jorg Schneider, sono teneri e petulanti al punto giusto. Stephen Milling è un imponente Ministro, Gidon Saks un impressionante Governatore, Giorgio Surian un carceriere straordinario. Il coro canta con molta bravura. Il pubblico applaude molto; nei discorsi all'uscita si sentono pareri divisi fra entusiasmi e perplessità. Io sto dalla parte degli entusiasmi, sono ponto a fare a pugni, in onore di Beethoven.
di Lorenzo Arruga