Macbeth

24 Novembre 2002

musiche di GIUSEPPE VERDI
direttore Julia Jones
Nir Kabaretti [5/12]
regia Eimuntas Nekrosius
personaggi e interpreti MACBETH: Carlo Guelfi, Andrzej Dobber [30/11; 3/12]
BANCO: Roberto Scandiuzzi, Askar Abdrazakov [1, 3, 5/12]
LADY MACBETH: Anna Shafajinskaia, Jeanne Michele Charbonnet [26, 30/11; 3/12]
UNA DAMA: Marcella Polidori
MACDUFF: Walter Fraccaro, Miro Dvorsky [26, 30/11; 3/12]
MALCOM: Valter Borin, Enrico Facini [30/11; 3/12]
UN MEDICO: Enrico Turco
UN DOMESTICO: Andrea Snarski
UN SICARIO: Franco Federici
PRIMA APPARIZIONE: Alessandro Calamai
SECONDA APPARIZIONE: Stefania Donzelli
TERZA APPARIZIONE: voce bianca
ORCHESTRA e CORO del Maggio Musicale Fiorentino
scene e costumi SCENE: Marius Nekrosius
COSTUMI: Nadezda Gultyaeva
luci Jean Kalman
produzione Nuovo allestimento in coproduzione con il Teatro Massimo di Palermo

 

 

 

Divide Firenze il «Macbeth» di Nekrosius

Applausi e fischi per la regia del lituano con scene del figlio e costumi della moglie

 
DAL NOSTRO INVIATO
FIRENZE - Nessun fosco castello scozzese, nessun trono o banchetto, nessuna foresta, niente sangue ed esaltazione del potere. Tutto è primitivo, semplificato, intimista e ricco di simboli nel Macbeth - l’opera di Verdi su libretto di Francesco Maria Piave dalla tragedia di Shakespeare - che ha siglato, l’altra sera al Teatro Comunale di Firenze fra molti applausi ma anche vistosi dissensi, il debutto operistico del regista lituano Eimuntas Nekrosius. Sul podio l’inglese Julia Jones (accolta da battimani ma anche da isolati «buu»), nel cast il baritono Carlo Guelfi (Macbeth), il più applaudito insieme con Roberto Scandiuzzi (Banco), Anna Shafajinskaia (Lady Macbeth), Walter Fraccaro (Macduff) e Valter Borin (Malcom).
Il regista Nekrosius, assieme al figlio Marius scenografo e alla moglie Nadezda Gul'tjaeva, costumista, e con l’apporto delle suggestive luci di Jean Kalman, propone per questo Macbeth (in coproduzione con il Teatro Massimo di Palermo) un impianto fisso per tutti i quattro atti. Dominano il palcoscenico due colline in ruvida corda di canapa (ben 20 chilometri) separate da un sentiero lucente composto da mille metri di cavi di metallo e una cappella di legno (la casa dei morti) che si staglia su un fondale nero «sfregiato» da un lungo e luminoso squarcio, ora sottile ora dilatato. Su questa scena minimalista cantanti e coro si muovono con dispendio di energia e di emozioni in un susseguirsi di azioni cariche di simbolismi.
«Il sentiero rappresenta la linea del destino tracciata sulla mano - spiega Nekrosius -. Il destino ineluttabile di Macbeth è qui tessuto dalle streghe, sei anziché tre, che non ho voluto demoniache e barbute, ma belle e molto più presenti in scena di quanto sia indicato nel libretto, perché sono il motore del dramma». Il regista racconta di avere faticato ad abituarsi alla disciplina della lirica e a tempi di lavoro così ristretti, un mese anziché un anno come lui richiede nella prosa. «Ho voluto far emergere i motivi psicologici dei protagonisti, due belli ma infelici - precisa -. Non mi interessano potere e sangue. Il senso delle opere di Shakespeare è svelare l’animo umano».
«In un allestimento non tradizionale come questo in cui Macbeth non si perde fra saloni e armature - interviene Carlo Guelfi - bisogna aumentare l’espressività interpretativa, la carica emozionale. Nella scena della follia sono perfino portato ad attualizzare un po’ troppo il fraseggio verdiano. Nekrosius ha soluzioni interessanti, come quella di rappresentare il re Duncano con un immenso quadro in scena, un velo nero al posto del ritratto, che io lacero con la spada simulando così l’efferato delitto».
Per Julia Jones, direttrice inglese quarantunenne che si fece conoscere tre anni fa a Firenze eseguendo Lohengrin , la varietà stilistica della partitura di Macbeth sortisce l'effetto «di sequenze differenti come in un film, con un ritmo incalzante che non fa disperdere la tensione». «Nekrosius ha fatto un lavoro eccellente e ha creato una bellissima atmosfera in teatro - asserisce sottolineando che qui a Firenze, città che ha ospitato la prima di Macbeth nel 1847, esegue la versione di Parigi che Verdi scrisse a 20 anni di distanza dalla prima stesura -. L'orchestra del "Maggio" è fantastica. Ho chiesto spesso ai professori e ai cantanti di sfoggiare una minor bellezza timbrica. A volte, anche di suonare senza vibrato».
Laura Dubini

 

«MACBETH» A FIRENZE
Nekrosius Gran debutto nella lirica


FIRENZE
Visionario regista teatrale, artista che sa ritrovare i valori arcaici e fondamentali dei testi che mette in scena, rendendoli sempre attuali senza banalità, il cinquantenne lituano Eimunats Nekrosius debutta nell´opera lirica e firma il «Macbeth» di Giuseppe Verdi. La qualità dello spettacolo e il consenso quasi incondizionato del pubblico della prima (di norma il più conservatore tra i pubblici) premiano la scelta di un teatro che da anni si distingue in Italia per l´attenzione verso il «teatro di regia», nella persuasione che lo sguardo dei più innovativi e originali tra gli uomini di teatro e di cinema possa soltanto arricchire, non rovinare la musica. La storia? Tutta un´invenzione di maghe, di streghe, di demoni, delle loro visioni occulte, beffarde. Gli uomini e i loro progetti? Dei deliranti cenci, sbattuti dal fato, siano re, regine, o aspiranti tali. Questo - dice Nekrosius - insegna Shakespeare e questo affascina Verdi, che proprio con «Macbeth» inizia il suo confronto con i suoi testi. Si alza il sipario e brulicano, comne zampette di topi, le manine delle streghe che sorreggono un panno nero lungo quanto il palcoscenico. Un fondale si apre, attraversato nel mezzo da una linea, storta come una brutta cicatrice sanguigna. Sono le streghe a leggere la lettera inviata da Macbeth alla sposa sanguinaria; le streghe, nere e con lunghi capelli (il crine femminile fluente significa da sempre seduzione, peccato, satanismi) a servire da bere, a spostare gli oggetti di scena, a danzare folli, diventando motore dell´azione. Tra luci irreali, il re Duncano è uno spilungone pazzo che insegue il nulla e guarda se stesso in specchi opachi; Banco, assassinato da Macbeth, diventa uno spettro realissimo, mentre suo figlio bambino, anche lui ucciso, agita una spada che angoscia il colpevole. Nekrosius ha incontrato due difficoltà: i tempi di preparazione dei suoi spettacoli teatrali sono incompatibili con le esigenze produttive di un teatro lirico: a lui occorrono mesi, qui aveva quattro settimane. E i cantanti d´opera non sono macchine docili come gli attori, bisogna rispettarne i respiri, il peso, le specifiche esigenze tecniche. Con intelligenza, si è allora concentrato più che sui solisti, sul coro, chiamato a una prestazione di eccellente professionismo, non solo vocale. È raro vedere un coro italiano diventare così duttile, così partecipe alle richieste di un regista: ma quando l´idea è motivata, perfino il più sfiduciato dei coristi si ricorda di essere anche un artista. Le scene lignee e sbilenche (del figlio Marius), il segno elegante e senza orpelli dei costumi di Nadezda Gul´tjaeva, le luci anti-naturaliste di Jean Kalman danno allo spettacolo la cifra della coerenza, del lavoro di gruppo. Julia Jones è un direttore attento ad evitare i rischi della magniloquenza, privilegiando l´atmosfera notturna e interiore dell´opera, nella direzione come nel canto: e l´orchestra la segue attenta in questa scelta. Ma la nevrosi pulsante, irregolare, del «Macbeth» ha bisogno di più slancio, di più invenzione, di più disordine. Due le voci autorevoli: Carlo Guelfi e Roberto Scandiuzzi, Macbeth e Banco. Sicuri, intelligenti nella gestualità, chiari nella dizione e nei fraseggi. Poche le parole comprensibili nel canto di Anna Shafajinskaja; dettaglio che può essere poco rilevante, se compensato da una personalità vocale forte. La voce ha il giusto colore scuro, la presenza scenica non è banale, ma manca, anche qui, il guizzo, l´invenzione che distingue. Walter Fraccaro non ha aiutato a ricordare che «Ah, la paterna mano» di Macduff è tra le più belle e dolenti arie per tenore scritte da Verdi; Valter Borin è un generoso, ma ancora acerbo Malcolm. Repliche fino al 5 dicembre per l´opera più amata dal pubblico fiorentino: proprio da questa città il «Macbeth» ha iniziato il suo percorso formidabile, mai interrotto.
Sandro Cappelletto