Simon Boccanegra

 

musiche di GIUSEPPE VERDI
direttore Claudio Abbado [14 prova generale, 16, 19, 22, 25/6]; Massimo Zanetti [20, 28, 29/6; 1/7]
regia Peter Stein
personaggi e interpreti SIMON BOCCANEGRA: Carlo Guelfi [16, 19, 22, 25, 28/6; 1/7]; Lucio Gallo [20, 29/6]
JACOPO FIESCO: Julian Konstantinov [16, 19, 22, 25, 28/6]; Askar: Abdrazakov [20, 29/6; 1/7]
AMELIA GRIMALDI: Karita Mattila [16, 19, 22, 25, 28/6; 1/7]; Chiara Taigi [20, 29/6]
GABRIELE ADORNO: Vincenzo La Scola [16, 19, 22, 25, 28/6]; Miro Dvorsky [20, 29/6; 1/7]
PAOLO ALBIANI: Lucio Gallo [16, 19, 22, 25, 28/6]; Marco Vratogna [20, 29/6; 1/7]
PIETRO: Andrea Concetti [16, 19, 22, 25, 28/6; 1/7]; Danilo Serraiocco [20, 29/6]
UN CAPITANO: Enrico Cossutta
UN'ANCELLA: Katia Pellegrino
ORCHESTRA e CORO del Maggio Musicale Fiorentino
scene e costumi SCENE: Stefan Mayer
COSTUMI: Moidele Bickel
luci Guido Levi
produzione In coproduzione con il Salzburger Osterfestspiele

 

STEIN:IL MIO SIMON BOCCANEGRA

"Io e Claudio", dice Peter Stein di Abbado; e vuole indicare l'amicizia e l'intesa dalle quali è nato, a Salisburgo, il "Simon Boccanegra" che il Maggio Fiorentino mette in cartellone al Comunale dal 16 giugno. Un Verdi poco frequentato, composto nella maturità quasi un secolo e mezzo fa dopo la popolarissima trilogia ("Rigoletto", "Trovatore", "Traviata"), e prima del "Ballo in maschera". Un "tavolo zoppo", affermò il maestro dopo la mediocre"prima" alla Fenice, per cui ci sarebbe stata una seconda stesura, quella che va in scena, con l'aiuto di Boito: prolisso il libretto originario di Piave, nascoste dalla strumentalità le virtù melodiche, svantaggiati il tenore e il soprano rispetto alle altre voci. Peter Stein, sappiamo, è nel Gotha della regia critica mondiale insieme a Brook e Strehler, Wilson e Ronconi, Chereau e la Mnouchkine.

E' l'erede in Germania - dicono i biografi - del riformatore della scena tedesca del 900 Fritz Kortner e del "mago" dei fasti scenici Maw Reinhardt, è lo sperimentatore che ha dato però centralità all'attore secondo Stanislavskji, è l'artista impostosi, dagli anni Settanta, per coerenza teorica, passione filologica, apertura sia ai classici che ai romantici e ai contemporanei, fascino delle soluzioni ambientali e figurative; e questo senza che mai la macchina scenica prevarichi sui valori umani degli interpreti. Ma della sua collaborazione con Abbado Stein - che a Roma, con la sua compagna Maddalena Crippa, sta provando la "Pentesilea" di Kleist per Epidauro, Siracusa e altri luoghi antichi, anche in Austria e in Spagna - parla con umiltà. "E' stato - dice - un lavorare insieme in una bella intesa, cercando di potenziare la sostan za musicale di un'opera dove il racconto prevale sull'azione". Dall'epoca delle sue prime regie liriche dopo il decennio "eroico" della Schaubuhne berlinese da lui fondata nel '70, e le prime memorabili frequentazioni scespiriane (regie liriche già verdiane, di taglio veristico: l'"Otello" e il "Falstaff" per la compagnia di Cardiff), Stein è andato precisando e intensificando i suoi interessi anche per il melodramma.

E se da un lato ha ampliato le sue investigazioni nel passato, anche nel repertorio della società borghese, dall'altro ha puntato su una "totalità spettacolare" (oggi diremmo su una "complessità multicodice" dei nuovi allestimenti. Come la storia genovese e trecentesca del corsaro Simon Boccanegra, storia di potere e passioni, congiure e agnizioni, sarà riequilibrata, al Maggio, fra impeto drammatico ed effusioni liriche, gli spettatori del Comunale giudicheranno. "Il problema, - spiega - era legare sulla scena, il meglio possibile, il politico e il privato, fare interagire nella Polis società e individui: l'ho affrontato allargando la presenza e il ruolo del coro. L' allestimento pensato a Strasburgo (dove - ndr - Stein ha diretto per sei anni la sezione prosa) troverà al Comunale una scena più piccola: come risolverlo, sto vedendo in questi giorni".

Qui in Italia - dove, è giocoforza dirlo, oggi si fa spazio meno di ieri ai grandi uomini di teatro stranieri - Peter Stein è forse più celebrato che conosciuto. Esperti e appassionati hanno saputo ben valutare e apprezzare la portata del suo lavoro decennale di formazione e di gruppo alla Schaubuhne di Berlino, con "fuoriclasse" come Bruno Ganz ed Edith Clever, Jutta Lampe e Michael Koenig, alla scoperta del Brecht giovanile di "Nella giungla delle città" o del "Discorso sul Vietnam" di Peter Weiss; poi con gli allestimenti di Bond, di O' Casey, dei lunatici elisabettiani, dei romantici tedeschi da Schiller al Goethe del "Torquato Tasso". I suoi spettacoli italiani, è vero, hanno suscitato moti di ammirazione indelebili ( da quelli classici sugli Atridi per i Festival d'estate ai Checov "alla russa", ultimo lo "Zio Vania" con Herlitzka, la Pozzi, la Crippa, Girone e Giovampietro) ma la circuitazione di questi eventi è stata inferiore alla qualità e ai meriti; ed è bastato che il suo nome fosse stato fatto, ragionevolmente, per la successione a Strehler perchè certi interessi costituiti entrassero in allarme.

Dunque, l'incontro fiorentino sarà l'occasione per approfondire la conoscenza di questo artista rigoroso, che al teatro dell'ultimo mezzo secolo ha portato cultura, esperienza e sensibilità, che ha equilibrato meglio di altri i rapporti fra autore, regista e interp rete, che ha fatto scuola sia con gli esercizi propedeutici per i suoi attori che con le ricognizioni sul campo, in Grecia, in Russia o in Francia, destinate a preparare gli spettacoli; e che ha sempre voluto piegare all'invenzione registica i luoghi più disparati, l'ex cinema anni 20 di Mendelsohn, delle adunate naziste, per la sua Schaubuhne, l'ex-carcere di Spandau, scuole, alberghi abbandonati. E che nella lirica - Verdi ma anche Debussy, Schonberg e Berg - ha conservato l'irrequietazza feconda che, nella prosa, gli ha fatto affrontare Shakespeare e Labiche, Cechov e Botho Strauss, O'Neill e Genet.

di Ugo Ronfani

 

Il mio Simon Boccanegra

Un uomo solo al comando

FIRENZE—SimonBoccanegra rivive al Maggio Musicale Fiorentino con la direzione di Claudio Abbado e la regia di Peter Stein: debutto domani, con otto recite fino al primo luglio (ad Abbado spettano le prime quattro). II tutto esaurito è drastico da mesi, la temperatura dell'evento è garantita. Attesa giustificata dal livello degli interpreti: uno tra i maestri del podio più intensamente verdiani del nostro tempo torna a misurarsi con l'opera di Verdi che più di ogni altro ha rilanciato e contribuito a far comprendere. E l'artefice di alcuni tra gli spettacoli di prosa più belli dei nostri anni, oltre che di allesti­menti memorabili di opere come Otello e Falstaff, riaffronta il Verdi più tardo: quello arricchito (come in Otello e Falstaff) dal contributo di Boito (che rielaborò il libretto del­la versione 1881 del Simone, la più riuscita e rappresentata). Stein adatta al palcoscenico del Maggio lo stesso allestimento emozionante e vivido, perso nella luce del mare, che trionfò a Salisburgo nel 2000.

Ci sono stati cambiamenti per Firenze?

«Qualche aggiustamento si è reso necessario», spiega il regista te­desco, che ha collaborato con Ab­bado anche per Wozzeck e Parsifal. «La scena, qui, è tanto meno vasta rispetto a quella salisburghese, capace di esaltare il contrasto tra massa e individuo alla base della mia lettura: Simone è un uomo solo, che si sacrifica per la pace del suo popolo. Per questo mi preoccupava, all'inizio, il rimodellamento dello spettacolo nello spa­zio fiorentino. Adesso, invece, ho l'impressione che la messa in scena ne guadagni. Il senso di solitudine del protagonista, evidente fin dal prologo, s'avvantaggia della concentrazione spaziale. C'è più focalizzazione sui personaggi».

Storia di potere e passioni ambientata nella Genova del '300, "Simon Boccanegra" è anche un dramma politico. Si può prestare a reinterpretazioni in chiave attuale?

«La politica c'è, ma nel significato greco del termine. Considero le attualizzazioni, che tanto piacciono ai registi giovani, ridicole e di cattivo gusto. Per Simone che significherebbe? Far diventare Fiesco come Agnelli? Grottesco. Rispetto sempre l'opera in sé, pur cercando di evitare storicismi idioti. Punto a creare prospettive interne. Esempio: il Simone è ambientato nel tardo Medio Evo, mentre l'opera è ottocentesca. Di questo doppio dato l'allestimento tiene conto sottilmente. Per esem-pio in certi dettagli dei costumi».

Come organizza i movimenti di massa? A Salisburgo creavano effetti quasi cinematografici.

«È la parte che qui a Firenze mi ha dato più da penare. Mi piace lavorare col coro: a Salisburgo fu fantastico, una vera love story. Qui invece i coristi non sono musicalmente né scenicamente all'altezza. Mi hanno insultato e ho finito per delegare il rapporto al mio assistente».

Lei ha sempre avuto una storia di amore-odio nei confronti dell'opera lirica.

A 22 anni decisi che non sarei maipiù andato a vederne una. Non sopportavo le spaventose messe in scena dilaganti negli anni '50. Trovavo insulsi i libretti e spesso assurti i cantanti. Ne avevo visti alcuni così grassi che quando facevano gli innamorati non riuscivano ad abbracciarsi: parevano foche. Ma sono sempre stato affascinato dalla musica. Io soffro dell'imprecisione del mio mestiere, dove le regole sono personali. Il teatro parlato è un'arte sporca, mentre le leggi musicali vivono di rigore assoluto. E in più la musi ca ha un potere d'impatto emotivo grazie a cui in 30 secondi si possono creare effetti che in prosa non si raggiungono in un'ora. In seguito si rivelò rovinoso un mio progetto di Ring a Bayreuth per via dei miei problemi con Wolfgang Wagner, che temeva la denazificazione del ciclo wagneriano. Ma arrivarono Verdi e Boito, negli anni '80, con Otello, esperienza di lavoro straordinaria al Welsh National Opera di Cardiff, a riconciliarmi con la lirica».

Leonetta Bentivoglio

 

 

Claudio Abbado, il ritorno

 

FIRENZE — Un prologo di festa con una stilla di veleno per l'Evento. Per Claudio Abbado che con il Simon Boccanegra di Verdi al Maggio Musicale fiorentino ritrova dopo 16 anni il podio di un'orchestra e di un coro tricolori. Millesettecento ragazzi di tutta la Toscana — universitari e liceali, studenti di conservatorio e appassionati — in estasi alla prova generale. Millesettecento ragazzi e un premio, ufficiale, dalla Regione: il Pegaso, simbolo della Toscana, dalle mani del presidente Martini, anche lui in estasi, «da queste note — ha detto — parte un appello forte e mite perché il Mediterraneo sia un mare di pace», appello contro il razzismo lanciato a tutti quei ragazzi in delirio per il Maestro. Ma intanto il regista Peter Stein manda in bestia il coro, e poi il Teatro Comunale tutto con una battuta pesantissima: «Qui — ha detto parlando in un'intervista — i coristi non sono musicalmente né scenicamente all'altezza». Replica dura del Teatro: nessun regista di quelli che hanno lavorato qua, né Ronconi né Miller, né Dodin né Wilson o Graham Vick s'era mai lamentato così, anzi è «grottesco» che «il regista si arroghi il diritto di giudizi sulla preparazione musicale». Secche prese di distanza dello stesso Abbado e di Zubin Mehta che invece riconosce al "suo" coro «l'orgoglio della professione e l'umiltà dello studio costante in tutte le lingue». Chissà, forse finirà in carta bollata.
E' il prologo, emozionato e movimentato, del Simon Boccanegra di Verdi che stasera alle otto e mezzo — in quest'ora bruna, come canta la protagonista Amelia nella sua prima aria nel giardino, vestirà il clima dell'Evento. Il Maestro torna a dirigere «in italiano», sedici anni dopo il Pelléas et Mélisande di Debussy alla Scala nell'86, dopo la lunghissima parentesi con i Berliner. Stasera, appunto: la prima poi sette repliche fino al primo luglio, ma Abbado ne farà in tutto solo quattro poi lascerà il testimone a Massimo Zanetti. Il cast è lo stesso di Salisburgo: Carlo Guelfi, Karita Mattila, Julian Konstantinov, Vincenzo La Scola, Lucio Gallo; principali sostituti Chiara Taigi, Askar Abdrazakov, Miro Dvorsky, Marco Vratogna.
E' la versione del Simone rifatta da Arrigo Boito nel 1881 (la prima «scrittura» era del '57) e riveduta quindi da un Giuseppe Verdi quasi settantenne. Come Abbado, che quella soglia la varcherà l'anno prossimo; che, reduce dal male, si è fatto ascetico e solitario, perfetto per scavare nelle profondità di quest'opera, nella figura del cupo Doge del quale Peter Stein ha voluto cogliere proprio le note più oscure e solitarie, nel contrasto tra l'individuo e la massa, nella netta definizione di tutti i protagonisti. Peccato, quest'infortunio della vigilia. Perché «lo spettacolo — aveva promesso Stein — avrà una dimensione più coinvolgente», quasi a far credere che lo spettatore rapito dalla musica (più che da una vicenda a tratti debole e contorta) possa semmai avvertire nei colori e nei suoni dell'orchestra, nelle voci dei singoli interpreti e del popolo l'aria aperta e salina che investe Simone mentre si avvia alla fine.
Tutti gli occhi su lui, su Claudio Abbado. Arrivano a frotte i suoi fan, quelli di www.abbadiani.com, che gli hanno allestito una mostra, a Firenze. E lui a Firenze ha già dichiarato amore. Pieno e vero. Inizio di una nuova storia, chissà. Magari ancora più lunga.
di Paolo Pellegrini
 
 

 

 

Standing ovation per il maestro tornato ieri sera a dirigere un’orchestra italiana dopo sedici anni

«Simon Boccanegra», Abbado emoziona Firenze

Il Comunale replica seccamente al regista Peter Stein che ha definito il coro «non all’altezza»



FIRENZE - Ovazioni impetuose di un pubblico entusiasta e febbrile per l'evento, hanno costellato, ieri sera al Comunale di Firenze, l'arrivo sul podio di Claudio Abbado, tornato a dirigere un'orchestra italiana a 16 anni dalla sua ultima esecuzione scaligera. E standing ovation finale. L'occasione era rappresentata dal Simon Boccanegra di Verdi (nella seconda versione del 1881, con libretto rielaborato da Boito), coprodotto da Firenze con il Festival di Pasqua di Salisburgo. Un Simon Boccanegra , con la regia di Peter Stein, le scene di Stefan Mayer e i costumi di Moidele Bickel, già acclamato all'esordio nel 2000 e ora approdato a Firenze, ma con Orchestra e Coro del Maggio Musicale e lo stesso cast - Carlo Guelfi e Karita Mattila (i più acclamati), Lucio Gallo, Julia Konstantinov - ad eccezione di Vincenzo La Scola. Tra il pubblico caloroso, il ministro Lunardi, il senatore Passigli, Paolo Arcà direttore artistico della Scala, Marcella Pobbe, il compositore Fabio Vacchi, Enzo Siciliano.
«Un lavoro magnifico. Ho proprio sentito che tutti si sono impegnati al massimo - ha commentato Abbado -. Zubin Mehta (direttore musicale del Maggio, ndr ) ha portato questa orchestra a un livello straordinario». Abbado, che ricorda il suo forte legame con Simon Boccanegra , «opera riscoperta negli anni Settanta grazie all'allestimento scaligero con Strehler, fra i più poetici del regista, e che girò il mondo», spiega i motivi che lo hanno riportato alla guida dell'Orchestra del Maggio dopo 24 anni.
«Per il legame che mi unisce da sempre a questa splendida città - dice il maestro - e anche per la collaborazione che si è creata tra il Maggio e il Festival di Pasqua di Salisburgo, grazie alla quale, oltre a Elektra nel '96 con i Berliner e al Tristano nel '99 diretto da Mehta, è nato questo allestimento del Simone . Poi ha avuto il suo peso anche l'amicizia con Cesare Mazzonis, che risale agli anni di lavoro insieme alla Scala. Per non parlare di Zubin Mehta, amico di lunga data, dall'Accademia di Siena nel '56 a quella di Vienna con Swarowski, tra il '56 e il '58, e dalle Settimane di Tanglewood, sempre nel '58, insieme con la Boston Symphony. L'orchestra del Maggio è tra le migliori in Italia. E tornare a guidare una compagine italiana è entusiasmante, arricchisce il legame che ho felicemente mantenuto con la vita musicale del mio Paese».
L'Orchestra e il Coro del Maggio Fiorentino non nascondono orgoglio e felicità. «Abbado ci ha colpito per la grande conoscenza della partitura e per la sua carica umana - racconta il primo violino Domenico Pierini - Abbiamo lavorato con rigore, disciplina, ma in un clima disteso. Il maestro ci ha chiesto di far risaltare tanti particolari importanti della partitura e ha suggerito molti contrasti dinamici e tante sfumature di piccole note».
«Quanta l’emozione che ci ha trasmesso. Tutti hanno assecondato la ricerca dei colori e delle parole. Abbado è riuscito a far affiorare espressioni raramente sentite in teatro», sostiene José Luis Basso, direttore del Coro. Coro al centro di una polemica con il regista Stein che lo ha definito nei giorni scorsi «non musicalmente all'altezza» (e che ieri sera non è uscito alla ribalta). Affermazione alla quale il Comunale ha risposto con un documento in cui annuncia di riservarsi il diritto di tutela «in tutte le sedi», e riporta che Abbado ha lavorato «con piena soddisfazione», chiedendo di «confermare il suo apprezzamento al Coro».
Animi sereni nel cast. Il protagonista di Simon Boccanegra , Carlo Guelfi, sottolinea «la capacità di Abbado di far musica creando una perfetta tensione-vibrazione fra direttore e cantante»; elogia l'orchestra e parla di «privilegio di assistere alla trasformazione di una prova in un incontro di alto livello musicale». Vincenzo La Scola, nel ruolo di Gabriele Adorno, confessa di sentirsi come Pinocchio nelle mani di Geppetto, tale è la padronanza, l'analisi e la lettura dell'opera verdiana di Abbado: «Il mio personaggio alterna baldanza e senso di eroismo ad abbandoni da innamorato. Importante è l'equilibrio tra accenti eroici e lirici».
Abbado dirigerà ancora tre recite di Simon Boccanegra , mercoledì 19, sabato 22 e martedì 25 giugno (le altre sono affidate a Massimo Zanetti). E già tutti si chiedono quando ritornerà a Firenze. «Lascio la porta aperta a tutto - garantisce Abbado - Ma ho bisogno di più tempo per me stesso. E ora ho un progetto che mi sta a cuore: la nascita, il prossimo anno, della mia nuova orchestra per il Festival di Lucerna».

Laura Dubini

 

UN MEMORABILE SPETTACOLO PER IL MAGGIO FIORENTINO, REGISTA PETER STEIN
Abbado e il Simone, ogni volta nuovo

Secondo il metro di giudizio della cronaca resta un indubbio evento il ritorno di Claudio Abbado, da quando lasciò nel 1986 la Scala, sul podio di un'orchestra italiana, quella eccellente del Maggio Musicale Fiorentino, per questo «Simon Boccanegra» di Verdi concluso fra le ovazioni del pubblico in piedi. In termini puramente musicali è un avvenimento il fatto che Abbado, riprendendo l'opera che ha segnato l'intera sua carriera secondo l'allestimento di Peter Stein, già presentato in coproduzione con Firenze dal Festival di Pasqua a Salisburgo nel 2000, continui a infondervi ogni volta nuova vita, con sorprese in ogni dove e vertici emotivi senza pari. E si consideri inoltre che pareva già ineguagliabile la stringenza drammatica dell'anno passato nei più raccolti teatri di Ferrara, Parma e Bolzano. Diceva bene Stein da queste colonne: anche alle sue orecchie continua a risuonare nuovo il «Simone» scavato da Abbado. Apostolo di quest'opera in cui bisogna sempre districarsi fra personaggi sotto altro nome, legami filiali e amori, odi e trame politiche e agnizioni improvvise, il direttore ha quasi divaricato l'amore e l'odio, pur nell'unità data alla trama dalla musica: alludiamo all'abbandono infinito in tutta la sfera degli affetti, già dal Prologo, quando Boccanegra va in cerca dell'amata Maria, che troverà morta, ed evoca con tristezza di fronte a Fiesco le tracce perse della figlia nata da quella relazione, ugualmente Maria; per continuare con il lato oscuro e tagliente delle rivalità, fra il plebeo Boccanegra e i nobili Fieschi, e delle trame, coagulate intorno al nero Albiani. Ma sono appunto caratteri scavati all'interno della totalità dell'opera, di cui la scena del Consiglio, aggiunta da Verdi col rifacimento nel 1881, è il formidabile nucleo. Formidabile anche per come l'ha concertata Abbado, già da quando la folla preme alle porte, con il brulicare dei violini in buca e il coro fuori scena, poi l'arrivo di Adorno e Fiesco catturati quali sediziosi, il fulminante colpo di scena di Amelia ovvero Maria che s'interpone fra la spada di Adorno e Boccanegra (l'innamorato che ucciderebbe il padre di lei), e poi l'accorato appello alla pace di Boccanegra, con quel controcanto dei violoncelli, seguito dall'entrata estatica del coro e degli altri personaggi. E dopo il sublime, ecco il demoniaco, la maledizione di Boccanegra contro l'orditore delle trame, cioè Albiani, con l'urlo dei tromboni e lo strisciare sinistro del clarinetto basso. Della miriade di particolari, anche di struttura, evidenziati da Abbado godranno i fortunati nelle repliche; qui urge sottolineare l'accresciuta maturità di Carlo Guelfi, un Boccanegra di macerata umanità, e l'intelligenza musicale di Karita Mattila, voce integrata nel tessuto dell'orchestra, capace di rivelare anche nella parola il tormento di Maria/Amelia. Per il resto la compagnia faceva i conti con l'intonazione a rischio di Vincenzo La Scola (Adorno), i borborigmi gutturali di Julian Konstantinov (Fiesco), il raffreddore di Lucio Gallo (Albiani). Nell'adattare al palcoscenico più piccolo la scena di Stefan Mayer, la regìa ha acquistato in coerenza; il gusto per il macabro è rimasto, compresa l'esposizione della bara della Maria defunta, con l'assurdità di Boccanegra che ci gira un po' attorno senza accorgersene. Tuttavia la mano del grande regista lascia il segno, nella leggerezza di Amelia che danza al ritmo della canzone fuori scena di Adorno, ancor più nel finale, quando l'avvelenato Boccanegra spira poggiando il capo in grembo alla figlia: con l'orchestra che tiene e sfuma fino a morire l'accordo finale, a sipario calato, con la fossa al buio, solo una fioca luce per Abbado, poi neppure più quella. Memorabile. g.satragni@tin.it
Giangiorgio Satragni