W.A.Mozart

LA CLEMENZA DI TITO

 

Teatro della Pergola

20 Maggio 2003

 

 

 

Direttore 

Ivor Bolton

Regia 

Federico Tiezzi

 

Personaggi e interpreti:

Tito Vespasiano - Ramon Vargas
Vitellia - Hillevi Martinpelto
Servilia - Veronica Cangemi
Sesto - Monica Bacelli
Annio - Gabriella Sborgi
Publio - Maurizio Muraro


Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino

 

Scene

Maurizio Balò


Costumi

Vera Marzot

Luci

 Sergio Rossi

 

 

 

Le troppe ombre della «Clemenza»

di PAOLO ISOTTA

 
Q uando si pensa alla Sinfonia della Clemenza di Tito , l'ultima Opera di Mozart, scritta nello «stile sublime» dell'Opera Seria, la memoria traspone immediatamente il custodito tesoro di note in un'immagine. Questa corrisponde a un aggettivo tra il luminoso e il cromatico: «corrusco». Corrusco è il riflesso che gli scudi e le corazze rimandavano dei raggi del sole nascente: lo stesso che, vuole Plutarco, atterrì prima della battaglia di Pidna Lucio Emilio Paolo, che si trovava di fronte la più terribile macchina bellica, la Falange Macedone. Qualche ora dopo, questa non esisteva più, distrutta dalla forza paziente delle legioni romane e dal genio del loro console. Do maggiore, la Sinfonia della Clemenza : color dell'oro pretto ma come spesso nel Do maggiore del tardo Mozart lampeggiante di accordi dissonanti e ombrato di «minore». Sotto il gesto del tutto atecnico del maestro Ivor Bolton l'Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino produce un suono striminzito, secco; gli accordi suonano ampi come punti e virgole; dei timpani odi il mero rumore, giacché la bacchetta non è ricoperta di feltro; agli strumenti ad arco sono vietati il «legato» e il «vibrato»; consuetudini ritmiche, dunque non scritte, atte alla musica del Seicento, sfigurano la frase. Questa Sinfonia non ha, come quella del Don Giovanni , legami tematici con l'Opera: è un arco classico sotto di che si passa per entrare nell'ethos eroico e sublime dei versi di Pietro Metastasio.
Così eseguita, ottiene l'effetto opposto. Peggiora la situazione il vero e proprio errore di grammatica del regista Federico Tiezzi: la «musica assoluta» non ha da esser sceneggiata, generalissimo essendone il contenuto. Egli invece fa svelare da pretoriani vestiti, direi, da Batman, gli elegantissimi modellini di monumenti romani disegnati da Maurizio Balò in stile da gipsoteca; e mima anche la partenza da Roma di Berenice, la principessa orientale amata da Tito e allontanata per ragion di Stato: l'antefatto! Il, con rispetto parlando, concertatore e direttore si regola così in base a un principio impostosi da decenni e ora sopravvivente a stento: quello della cosiddetta «prassi esecutiva autentica». Sotto il profilo estetico, si tratta di una negazione della Storia, giacché il di lei trascorrer fa parte dell'esperienza musicale nostra quanto l'opera stessa.
Siffatta pratica fa uso del feticcio ideologico per livellare i valori esecutivi verso l'infimo, giacché suonare Mozart così riesce a un ragazzino del Conservatorio: v'è dunque una sottostante causa economica, quella del risparmio. Con orchestre «barocche» (sic!) oggi ti allestiscono pure i Maestri Cantori , e i direttori sono in fatto legibus soluti . Il Dramma di Metastasio è inadatto alle forme musicali proprie a Mozart: dopo decenni di monopolio venne perciò rimodernato ab imo con somma arte da Caterino Mazzolà, allora poeta presso la corte di Dresda. Sublime ed eroico resta, in particolare per tutto il Finale I, fatto, modernamente, di pezzi d'insieme e corali. I Recitativi secchi possono non esser di mano di Mozart, sibbene di bottega: i versi italiani sono nondimeno, lo si ripete, sublimi.
Qui veniamo al punto più imperdonabile di questa prima rappresentazione assoluta del capolavoro al «Maggio»: ben vero anche nelle Arie e negli «insieme», ma soprattutto nei Recitativi i versi divengono in bocca ai cantanti una sorta di velocissimo scioglilingua esperantico donde non scaturisce il fatto né la sua traduzione espressiva. Accompagnato, tutto ciò, da quello strumento di tortura chiamato «fortepiano», che il direttore vuole impiegato anche a realizzare il «basso continuo» nei pezzi a piena orchestra. Ve lo figurate il Finale I col martellìo di questa specie di pianola? La declamazione del testo rientra per metà nell'ambito della regia, talché ci si sorprende che Federico Tiezzi, non certo l'ultimo venuto, accetti siffatta vergogna.
Grazie a quest'«autentica» interpretazione mozartiana, persino gemme dell'arte loro come Monica Bacelli, Sesto, forniscono una dimidiata prestazione; Hillevi Martinpelto, Vitellia, si profonde in una serie di muggiti; a stento e, ripeto, non per colpa loro conseguono sufficienza Veronica Cangemi, Servilia; Gabriella Sborgi, Annio; Maurizio Muraro, Publio. Ramòn Vargas interpreta Tito da tenorino dotato di corretto dominio della coloratura ma pur sempre fallace nei Recitativi.
Il disastro musicale travolge seco l'allestimento. Nient'affatto ignobile, salvo ciò che s'è detto: il metodo un po' didattico della gipsoteca addita il modello ideale di Sublime condiviso da Metastasio e Mozart; e a questo si conformano i costumi raffinatissimi di Vera Marzòt. Si presceglie, a sognare il sogno di Roma, l'Impero, e Tito è infatti abbigliato siccome il coronato Napoleone. Tra Classico-Romantico musicale e Neoclassico figurativo vi sono sovrapposizioni e confini: questo sol tema merita un articolo a sé.

 

 

 

Il 66° Maggio Musicale ha colmato una lacuna

Giuseppe Rossi

FIRENZE — Il 66° Maggio Musicale ha colmato una lacuna imperdonabile proponendo per la prima volta a Firenze «La clemenza di Tito» di Mozart con uno spettacolo salutato da grande successo al Teatro della Pergola. Il regista Federico Tiezzi e lo scenografo Maurizio Balò, lontano dalle attualizzazioni oggi di moda, si sono orientati con puntiglio professorale a sottolineare la collocazione stilistica dell'opera ricreando la visione idealizzata dell'antichità romana cara all'estetica neoclassica. I personaggi, vestiti da Vera Marzot con eleganti abiti settecenteschi, si muovono come figure gigantesche fra monumenti romani miniaturizzati in bianchi calchi di gesso. Il plastico della città, disvelato durante la pantomima che accompagna l'Ouverture a sipario aperto, verrà poi smembrato ed i minuscoli obelischi, archi e templi, ordinatamente riposti nelle bacheche di un museo. Anche i gesti dei cantanti e i movimenti del coro, evitando tentazioni di realismo psicologico, si atteggiano a pose emblematiche e statuarie con evidenti riferimenti a Canova e David, ma senza rinunciare di quando in quando a suggerire le componenti di irrequietezza e malinconia evocate dalle note. Nell'insieme uno spettacolo sobrio e rigoroso, teso a cercare un rapporto preciso con le forme tornite e i fremiti sotterranei della musica di Mozart. Lo stesso impegno si coglie nella direzione di Ivor Bolton, spinta a conciliare i riferimenti barocchi e le premonizioni ottocentesche di una partitura idealmente collocabile fra nostalgie haendeliane e anticipazioni del Rossini serio. La percorre con passo un po' rigido e impettito, talvolta privo del delicato soffio poetico mozartiano, ma ben calibrato e sostenuto a dovere dai complessi del Maggio. Tutto sommato positivo anche il contributo della compagnia di canto, nonostante le consuete difficoltà incontrate nella ricreazione di una scrittura vocale così impervia. Spicca su tutti il Sesto di Monica Bacelli per l'intensità della presenza scenica e la variegatezza di un fraseggio che accorda la trepidazione espressiva al nitore della linea, mentre Hillevi Martinpelto non possiede l'estensione e la corposità di suono necessarie per conferire il giusto spessore drammatico al ruolo di Vitellia. Il Tito di Ramon Vargas (nella foto), vocalmente pregevole, manca talvolta dell'eloquenza e nobiltà di accento adeguate al rango del personaggio. Lo affiancano con lodevole impegno la Servilia di Veronica Cangemi, l'Annio di Gabriella Sborgi e il Publio di Maurizio Muraro.