E con questo il vostro Editore (a meno di casi eccezionali) ha chiuso con il "Teatro" degli Arcimboldi.

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Corriere della sera 18 2 2002

 

Arcimboldi, Domingo è 100 volte Sansone

Il teatro riapre all’opera: ovazioni al cantante spagnolo, aperto dissenso per la regia di De Ana

MILANO - Il sipario della Scala è tornato ieri sera ad aprirsi nel teatro degli Arcimboldi alla Bicocca sulla scena moderna e tecnologica ideata dal regista Hugo De Ana per Samson et Dalila , l’opera di Camille Saint- Saëns, con Gary Bertini alla guida dei complessi scaligeri e con un cast d’eccellenza: Placido Domingo-Sansone, Olga Borodina-Dalila e Jean-Philippe Lafont-Sommo Sacerdote di Dagone. E’ stata, quella di ieri sera, una sorta di ri-inaugurazione dopo l’incidente del pannello crollato il 30 gennaio e la successiva chiusura, di una decina di giorni, per lavori di miglioramento del nuovo teatro. Alla fine il pubblico ha tributato ovazioni a Domingo, alla Borodina e applausi per Lafont, acclamazioni a Bertini mentre all’apparire sul palcoscenico del regista De Ana ha manifestato un forte dissenso con sonori «buh». Il celebre tenore, dopo il malore a scena aperta durante una replica dell’ Otello e la cancellazione della serata successiva per il forte rialzo di pressione, ha affrontato, ieri sera, la centesima interpretazione del ruolo di Sansone.
«Ma è la prima volta con un allestimento così moderno, non tradizionale, senza che l’eroe, scelto da Dio per guidare alla rivolta il popolo ebraico sottomesso ai Filistei, giri la macina e faccia crollare il tempio. De Ana è un uomo di teatro, tutto ciò che fa ha un senso», ha dichiarato Domingo, che domenica prossima salirà invece sul podio, a Busseto, per dirigere la Traviata firmata da Zeffirelli.
E aggiunge: « Samson et Dalila è stata spesso ignorata dalla critica. Ma io trovo che sia di grande attualità e che il protagonista offra un ruolo molto interessante per un tenore, non la tradizionale lotta fra un tenore e un baritono per l’amore di un soprano. Vocalmente richiede un centro molto potente, un registro mezzo acuto dove la tessitura è difficile. L’ultima nota, poi, è il momento più algido. Bisogna essere in grande forma».
Il regista argentino De Ana, che ha già diretto questo allestimento (che si avvale delle luci di Sergio Rossi e della coreografia di Leda Lojodice) a Catania, a Macerata e, lo scorso novembre, al «Carlo Felice» di Genova, ha ideato uno stesso impianto scenico per tutti e tre gli atti, dominato da un colossale palazzo di gabbie d’acciaio cromato (qualche rumore all’alzarsi del ponte levatoio). E ha pensato a un finale positivo con l’esplosione di una luce abbagliante, e con Sansone che si strappa la benda dagli occhi, rivede e attende la risposta da Dio. L’opera mancava dal 1971 a Milano, quando sul podio salì Georges Pretre, scene e costumi di Nicola Benois, regia di Vaclav Kaslik. Nel cast figuravano Joy Davidson, Viorica Cortez (Dalila), Guy Chauvet (Sommo Sacerdote di Dagone).
Per i protagonisti il debutto di ieri sera è stato una corsa contro il tempo. Le prove agli Arcimboldi sono cominciate solo lunedì scorso, giorno in cui il teatro si è riaperto per un concerto a inviti dell’Accademia di Perfezionamento della Scala per professori d’orchestra. E tutti sono stati impegnati da mattina a sera.
«Stiamo facendo prove massacranti. E’ una tirata - confessava Domingo mercoledì scorso -. Però ho trovato questo nuovo teatro molto accogliente. Speriamo che quei pannelli siano stati più un fatto decorativo che non acustico». I pannelli, rimossi il giorno dopo il crollo di uno dei cento installati alle due pareti laterali della sala, sono tuttora sotto il controllo dei tecnici di Murano. E tutti sono in attesa della loro relazione. E’ stato anche tolto, per scelta del regista, lo storico sipario di velluto cremisi della Scala che lo scorso 19 gennaio ha accolto gli spettatori della Traviata per l’inaugurazione del nuovo teatro: al suo posto, un sipario tagliafuoco rosso acceso. Le repliche di Samson et Dalila sono in calendario il 20, 23, 26 febbraio e il 3 marzo.

Laura Dubini

Repubblica 18 2 2002

Eleganza e mezze voci Dalila seduice il pubblico

MILANO — Se Placido Domin­go era l'interprete più atteso, la più amata fin dalla struggente invocazione iniziale alla primavera è stata la Dalila di Olga Borodina. Le mezze voci, gli accenti intensi e misteriosi, la semplice e seducente eleganza del suo canto mai forzato han­no conquistato il pubblico. Nel secondo atto il confronto con Domingo, un Sansone visionario più che gladiatorio, è stato di notevole forza e suggestione. Del resto, fin dall'impetuosa apparizione Domingo ha mostrato di dominare personaggio e spartito con sorprendente naturalezza e freschezza. A de­bita distanza si è mantenuta la resa del resto della compagnia, mentre in grande spicco è risultato il coro di Roberto Gabbiani, favorito anche dalla resa acustica degli Arcimboldi, ancora più favorevole che in Traviata al palcoscenico. Con l'effetto però che nelle pagine coralmente più dense le linee si impastano e il peso fonico finisce per soffocare quasi completamente sia i colori sia le dinamiche dell 'orchestra.

Così si è un po' perduto il lavoro ricercato di Gary Bertini, che fin dalle primissime misure ha imposto una tinta tenebrosa all'orchestra ma senza poi aggravare gli esotismi filiformi della partitura. La capacità di Bertini, applauditissimo

al suo ingresso per il secondo allo, di distillare sensualità aspre e di isolare i timbri e di far galleggiare i ritmi, si sono manifestati in preziosismo scaltro e moderno nelle grandi pagine solistiche, specialmente nel celebre duello del secondo allo.

Le pennellale tenebrose d'avvio e quelle gelide d'aper­tura del secondo atto hanno naturalmente trovato riscon­tro ideale nel monumentale allestimento di Hugo De Ana, che è parso meno soffocante e affastellato rispetto al Carlo Felice di Genova, dov'è nato nel novembre scorso. Il mondo po­statomico ferrigno e un po' raggelante dell'allestimento era fedelmente ricostruito anche se un maggior respiro di palcoscenico derivato anche dalla maggior altezza (rimaneva così a vista la passerella praticabile con tulle le luci) lo rendeva più spettacolare.

Angelo Foletto

 

 

Corriere della sera 19 2 2002

Scala agli Arcimboldi

L’incidente che migliorò l’acustica

di PAOLO ISOTTA

 
Dopo il celebre incidente della caduta del pannello al Teatro degli Arcimboldi, la sala è stata riaperta l’altro ieri con «Sansone e Dalila» di Saint-Saëns. Raccontiamo ora alcuni fatti che si vorrebbero accidentali avvenuti durante la recita; e si dà conto d’un fenomeno, forse, costituzionale. Il complicato allestimento scenico proviene dal Teatro Carlo Felice di Genova: ne ho scritto poche settimane fa rilevando in particolare come tutto filasse quasi orologio svizzero, senza, non dirò uno stridìo, un fruscìo a disturbare l’esecuzione. Agli Arcimboldi a tratti una partitura d’avanguardia, fatta di fischi, stridìi, cigolìi di giunti cardanici, s’aggiungeva all’esile, squisita eleganza del Francese. Si capisce che un teatro appena costruito, poco rodato, chiuso di nuovo a pochi giorni dall’inaugurazione per quella vis major consistente nell’imprevedibilità, possa subire di questi infortuni. Meno prevedibile ciò accaduto nel corso del Baccanale. Il pavimento è fatto di una lastra specchiante in materia plastica trattato a Coca-Cola diluita con acqua per renderlo abrasivo e impedire che i ballerini scivolino. Questi indossano scarpette da arti marziali. Ora, vuoi che la qualità della Coca-Cola in vendita a Milano sia più strong di quella in vendita a Genova, o diversa la suola delle scarpe da «sociali» milanesi, come che sia, l’intero Baccanale era uno squittìo eguale a quello prodotto dal coltello sul piatto (brivido nella schiena!), sotto l’imperturbabile bacchetta, beato lui, del maestro Bertini. Nel frattempo, i pannelli fonoacustici sono stati tutti rimossi. Acquistati in Germania, essi sono stati montati qui: la direzione impressa a ciascuno avrebbe dovuto ottenere effetti meliorativi sull’acustica. Lo scrivente si è permesso una piccola perizia acustica. Dalla davvero stratosferica seconda galleria si vede e si ascolta benissimo; dalla platea, la qualità acustica pare nettamente migliorata avendo anche acquisito un po’ di quella stereofonia mancantele. Il che mostra ancora una volta vera la tesi filosofica dell’eterogenesi dei fini.

 

ELZEVIRO Saint-Saëns agli Arcimboldi

Sansone fra gli stracci Il trionfo dell’eros

di PAOLO ISOTTA

L’altro ieri sera s’è rappresentato, al Teatro degli Arcimboldi, il Sansone e Dalila di Saint-Saëns diretto da Gary Bertini e nello spettacolo unitario, regia di Hugo de Ana e di Leda Lojodice, impianto scenico e costumi del primo. Il medesimo allestimento, diversi gl’interpreti musicali, ha aperto a fine di novembre la stagione lirica del Carlo Felice di Genova. Il critico del Co rriere della Sera ne ha già ampiamente riferito . Ma la reazione del pubblico della Scala, ferocemente avversa a Hugo de Ana, lo costringe a ripigliare il discorso dal capo. Quando s’incominciano le carriere, colleghi esperti "avvertono" il novellino che il critico non deve mai polemizzare col pubblico. Tale comportamento sembra più adatto a un capo-cameriere o al direttore di una boutique che a uno scrittore tenuto a sostenere fosse pure di fronte a Cristo sceso dalla Croce il proprio motivato giudizio. Sono costretto perciò a raccontare, purtroppo in ben altra chiave, gli argomenti esposti poco tempo fa. Non rimasi entusiasta dell’allestimento di Hugo de Ana per motivi di sfumatura, di atmosfera, non certo per la coerenza interna, la preparazione meticolosissima e il fascino inventivo.
Come allestire il Sansone ? Se si volesse darne una rappresentazione archeologicamente esatta, si dovrebbe cadere in crudissima antropologia che sconvolgerebbe il pubblico della Scala ma non sarebbe impossibile da realizzare. Ma questo confliggerebbe con la partitura musicale, non per singoli particolari, per la sua atmosfera. Saint-Saëns è un "orientalista", un "esotista", si dice. Ci si rende conto di quante correnti parallele ispirate alla stessa tematica convivano nei decenni dalla metà dell’Ottocento sino alla fine? Anche l’orrido Hugo, per non esser da meno di Goethe, orientalizza. Così Nerval, così Berlioz, così Flaubert. Ripeto la soddisfazione che diedi ai miei affezionatissimi odianti nell’occasione genovese: quando avevo poco più di vent’anni, in un saggio scrissi essere il Sansone e Dalila l’esatto parallelo musicale della Salammbô , terribile romanzo ove Flaubert sente l’Esotico e l’antico come durissima materia e rapimento della ragione, romanzo onde esale un afrore di corpi maschili nudi, di sperma, di sangue, ove il sado-masochismo trova il sommo trionfo artistico. Saint-Saëns scrive una partitura elegantissima e non priva di spirito drammatico; partitura vertice della quale è il II atto col lunghissimo duetto fra i protagonisti, ch’è una delle più fini rappresentazioni erotiche, d’un erotismo delicato e quasi, solo quasi, sentimentale: qua e là, nelle parti religiose del I atto, senti odor di Conservatorio e d’incenso esalante dalla chiesa della Madeleine. Dal che si può capire quanto imbecille fossi a quell’età. Ora, pare evidente che l’unico modo per mettere in scena il Sansone sia di raffigurarlo con gli occhi della blanda pittura orientalista francese contemporanea a Saint-Saëns. Non Delacroix, dunque, ch’è già troppo forte; non Moreau, ch’è simbolista e insieme troppo classico e troppo morboso. Chasseriau è il nostro uomo.
Il tono del dibattito può, anzi dev’essere questo. Come osa il pubblico, il quale nemmeno sa di che cosa tratti l’opera di Saint-Saëns e ignora i presupposti storici e artistici onde rampolla, insomma quello che gli storici della civiltà chiamano il Zeitgeis t , lo "Spirito del Tempo", come osa aggredire un grande regista perché di quest’Opera ha dato una sua propria interpretazione? Ana ha inventato, per il campo ove gli Ebrei prigionieri attendono invano il riscatto, una discarica di immondizie e uno "scasso" di automobili, pressate in parallelepipedi a far da sfondo. I reietti vestono gli stessi stracci che vediamo indossare, se il termine non suonasse derisorio, ai Palestinesi dei campi profughi. Il resto è fatto di modernissime gabbie di acciaio cromato che delimitano gli spazi, piene or di prigionieri or di baccanti. Il Baccanale è di quella violenza ove intravvedi il regresso alla natura bestiale dell’uomo proprio, durante siffatte cerimonie, al mondo antico. Pieno stile modern-dance, che con la languida ed elegante allusività della musica poco ha da fare. Ma è invenzione figurativa straordinaria. I registi, specie quelli tedeschi, sono ignoranti e ciarlatani, e approfittano dei capolavori musicali per le loro masturbazioni insensate. Qui un vero artista ha voluto trasformare un fatto in metafisica della Storia, rivelando che i reietti d’un tempo possono diventare i persecutori d’un altro, e guardando, a modo suo manzonianamente, la Storia come il luogo del male. E lo si fischia, quando io ci discuto?
Il maestro Bertini dirige con sapienza, piglio, eleganza e capacità fulminea di adattarsi alle nuove e specifiche caratteristiche d’un teatro ove nel tempo è solo il secondo concertatore dopo Muti. Di Placido Domingo abbiamo la gioia di ripetere che, intatti e squillanti gli acuti, domina per chiarezza di dizione e musicalità il ruolo come nessuno. La signorina Borodina è un ottimo elemento ed è accolta calorosamente: ha bel timbro, e alcuni dei suoi luoghi principi «Je viens saluer la victoire», «Mon coeur s’ouvre à ta voix) sono cantati con pianissimo squisiti, da innamorare, grazie anche al maestro Bertini che con tanta arte glieli consente. Purtroppo, è un mezzosoprano, non un contralto; a parte un imbarazzante Mi parlato, in tutta la tessitura centrale, ove il suo canto ha da essere drammatico è debole; non giovandole nemmeno il suono intercambiabile delle vocali. Meglio, a Genova, Dolora Zajick. Il baritono Lafont, imparagonabile al formidabile Lado Atanaeli di Genova, potrebbe avviarsi verso un onorevole ritiro.