L' ADDIO DI CLAUDIO ABBADO
 
 
 
 
 
 
 
 
La presente stagione è stato l'ultima in cui Claudio Abbado ha rivestito la carica di direttore principale dei Berliner Philharmoniker.
Lo sapevamo da 4 anni e cioè da quando il grande direttore italiano annunciò in un' intervista ad un giornale tedesco, che non avrebbe rinnovato il contratto in scadenza al termine della stagione 2001-2002.
L'addio del Maestro è avvenuto con una tournee che ha toccato sei città italiane (Palermo, Napoli, Firenze, Ferrara, Brescia e Torino) e si è conclusa con due concerti a Vienna. Abbiamo ascoltato i concerti di Firenze, Torino e i 2 di Vienna: in programma, a rotazione, "Palleas et Melisande" di Schonberg, i "Ruckert Lieder" e la settima sinfonia di Mahler.
 

I CONCERTI

 

Premetto che il concerto di Torino (Ruckert Lieder e settima di Mahler) è stato per me ingiudicabile, avendolo ascoltato, all' Auditorium del Lingotto, dall'ultima fila di platea (la 40^ !) , dove l'acustica è pessima, arrivando velato il suono degli archi, che viene coperto da quello dei fiati e delle percussioni.
 
Con riferimento agli altri concerti devo dire che l'opera che mi ha emozionato meno sono stati i "Ruckert Lieder"; e questo non tanto per l' accompagnamento orchestrale, raffinatissimo anche se meno "interiorizzato" rispetto ad altre esecuzioni di Abbado, ma sopratutto perché la solista Waltraud Meier, pur cantando bene, non mi è sembrata in questo repertorio così a suo agio come lo è con altri autori; inoltre nei grandi spazi del Comunale di Firenze la sua voce tendeva a perdersi; molto meglio a Vienna in quella sala da concerti dall'acustica straordinaria che è il Musikverein. Personalmente per quest'opera preferisco una voce dal timbro più scuro.
 
L'esecuzione di Palleas e Melisande mi ha destato un'enorme impressione, sia a Firenze che a Vienna.
Si tratta di un'opera che Schonberg scrisse nel 1902, assai prima di giungere al linguaggio dodecafonico. Abbado, che spesso tende ad esaltare, nelle opere di transizione, gli aspetti più moderni, qui ha dato una lettura completa non rinunciando a mostrare gli aspetti più proiettati verso il futuro, ma evidenziando al contempo il legame con la tradizione; ne è risultata un'esecuzione calda, appassionata (in certi momenti sembrava di ascoltare Brahms) in cui gli archi hanno esibito un suono pieno e rotondo e le parti soliste dei fiati hanno confermato il loro livello di eccellenza.
Particolarmente commovente l'esecuzione viennese alla fine della quale, mentre il Maestro ed alcuni orchestrali non riuscivano a trattenere le lacrime, il pubblico è rimasto in silenzio per molti lunghissimi secondi, prima di esplodere in un applauso trionfale.
 
La settima di Mahler era l'unica opera del programma dell'ultimo concerto viennese, quello dell'addio.
E' stata anche questa un 'esecuzione splendida; d' altra parte Abbado e i Berliner hanno suonato questa sinfonia innumerevoli volte nell'ultimo periodo: l'avevamo già ascoltata a Salisburgo quest'estate. L'esecuzione viennese non è stata una mera ripetizione di quella salisburghese.  Mentre allora notammo come il Maestro evidenziasse ogni dissonanza, quasi a voler sottolineare i collegamenti di Mahler con la seconda scuola di Vienna e fummo colpiti dal tempo veloce del primo I movimento e dalla spettrale leggerezza dello scherzo, stavolta l'esecuzione, tutta condotta sul filo di variazioni agogiche quasi impercettibili ma che assicuravano una tensione continua, ha sottolineato anche l'aspetto "nostalgico" della musica mahleriana, vale a dire il richiamare un mondo che non c'è più e che si è consapevoli che non tornerà: spesso nei momenti più impensati Abbado faceva emergere dalla complessa scrittura musicale dei tempi quasi di danza, una danza però non festosa ed affermativa, ma "sfilacciata", come a ricordarci che l'epoca della Vienna degli Strauss era passata.
E l'ultimo movimento, tutto fanfare e percussioni, perdeva quegli aspetti di "volgarità" che molti critici gli hanno attribuito, e diventava una sontuosa chiusa di un'esperienza musicale che in 12 anni ci ha lasciato dei ricordi indimenticabili.
Accoglienza trionfale del pubblico e 25 minuti di applausi (che sono terminati solo perché il personale del Musikverein ha cominciato a spegnere le luci) e lancio di fiori.
 
 
 

IL BILANCIO

 

A questo punto è necessario fare dei bilanci:
Abbado ha preso in mano la Filarmonica di Berlino nel 1990 succedendo a Herbert von Karaian, che gli lasciò un' orchestra caratterizzata da un suono splendido: caldo, morbido, pieno, sontuoso, ma simile nei vari autori, al punto che parte della critica ebbe ha sostenere che la ricerca del bel suono diventava talvolta fine a se stessa.
Con il Maestro Italiano l'orchestra si è ringiovanita con l'ingresso di molti nuovi elementi, ha ampliato il suo repertorio e ha mutato il suono, che oggi ascoltiamo diverso a secondo dell'autore che esegue, ha conseguito dei risultati interpretativi di vertice, e, per alcune opere, di assoluto riferimento.
E' difficile fare una scelta delle opere in cui il binomio Abbado-Berliner ha raggiunto i risultati più rilevanti: senza la presunzione di essere esaustivo mi limiterò ad indicare le sinfonie di Beethoven e Mahler e le sinfonie ed i concerti di Brahms, per quanto riguarda la musica sinfonica e l'Elettra ed il Boris Godunov per quanto riguarda la musica lirica (non avendo avuto modo di ascoltare il Wozzeck, che mi fu detto splendido, e non citando il Simon Boccanegra solo perché ritengo insuperate e insuperabili, dato il cast, le esecuzioni, sempre di Claudio Abbado, con i complessi della Scala negli anni '70).
Certo, nel rapporto Abbado-Berliner vi sono stati anche i momenti meno felici:
I 2 concerti di Lucerna dell'agosto '98 (concerto per flauto e arpa di Mozart + V di Bruckner e IX di Beethoven+ Rihm), peraltro penalizzati dalla cattiva acustica di un auditorium appena inaugurato (pare che stiano tuttora studiando dei correttivi), non mi piacquero affatto, quello di Amsterdam del Maggio '99 (ancora concerto per flauto ed arpa di Mozart + IX di Bruckner) non molto, e quello di Berlino del settembre '99 (Rihm + canto della terra di Mahler) fu ad un livello inferiore a quanto potessi aspettarmi (tra l'altro è strano che uno specialista di Mahler come Abbado affronti per la prima volta "Il Canto della Terra" a 66 anni e dopo non lo esegua più, pur essendo nelle abitudini di questo direttore riprendere, approfondire, scavare le medesime partiture migliorandone costantemente l'esecuzione); si mormorava per altro in quel periodo che i rapporti tra il Maestro e l'Orchestra fossero deteriorati e che alcuni degli orchestrali fossero contrari al rinnovo del suo contratto, alla scadenza, nel 2002; seguì l'annuncio da parte di Abbado che a tale data avrebbe interrotto il rapporto.
Non vogliamo fare dietrologia, ma da fonti ben informate abbiamo appreso che, a seguito della malattia del Maestro (luglio 2000) l'orchestra si è stretta intorno a Lui; ricordiamo la determinazione mostrata nel voler effettuare, pur palesemente indebolito, la Tounee giapponese (autunno 2000) dirigendo tra l'altro una partitura massacrante come il Tristano e Isotta di Wagner. Anche quella parte degli orchestrali che avevano delle perplessità su di Lui gli si riavvicinarono: e questo spiega il livello di eccellenza delle esecuzioni successive, culminate in uno strepitoso "Ciclo Beethoven". 
Oggi non ho alcuna difficoltà a dire che Abbado è senz'altro il direttore più completo tra i viventi ed il più adatto a dirigere un complesso come la Filarmonica di Berlino.
Invece si dedicherà ad orchestre giovanili o ad orchestre di nuova costituzione, e comunque non stabili (la costituenda orchestra di Lucerna) che sicuramente non potranno raggiungere il livello dell'orchestra tedesca.    
 

IL SUCCESSORE

 

D'altra parte per i Berliner Philharmoniker si preannunciano tempi incerti.
Già da tre anni la scelta del successore di Abbado è caduta sul giovane direttore britannico Simone Rattle (è nato nel 1955), considerato dai media l'astro nascente della direzione d'orchestra.
Devo dire che nutro delle serie perplessità sulla bontà della scelta.
A Vienna, il giorno dopo l' "ultimo" concerto di Abbado, Rattle ha diretto i Wiener Philharmoniker nella IX di Beethoven, al termine di un ciclo che prevedeva l'integrale della sinfonie di Beethoven (ciclo peraltro esaltato dal critico musicale di un noto quotidiano milanese).
Non mi è parso un concerto esaltante. 
Nel primo movimento ha scelto tempi assai indugianti, ma non è riuscito ha conferirgli la tensione necessaria; inoltre certi repentini scarti agogici mi hanno lasciato assai perplesso; lo scherzo mi è apparso noioso; l'adagio, lentissimo e inizialmente splendido mi è piaciuto meno quando acquistava peso sonoro; il finale, anch'esso cominciato benissimo, era penalizzato non solo da un coro - il City of Birmingham Syimphony Chorus - che cantava senza alcuna sfumatura, sempre orientato sul "forte" e da un tenore, Kurt Streit, indegno di cantare al Musikverein (bravi invece gli altri solisti: Barbara Bonney, Birgit Remmert e Thomas Hampson), ma anche da una direzione di orchestra che, con l'infittirsi della scrittura musicale, perdeva chiarezza, mentre dalla massa sonora emergevano alcuni strumenti con effetti non proprio belli. Due esempi su tutti: nel finale le note acute dell'ottavino ferivano fastidiosamente le orecchie; e quando il coro cantava le parole "Seid umschlungen Millionen?" i tromboni uscivano minacciosi dall'orchestra quasi intonassero un Dies Irae. Un' esecuzione quindi con qualche luce e molte ombre che ci ha proposto un direttore di sicura originalità, ma con molta strada da percorrere prima di diventare un "Grande" e senza alcuna certezza che riesca a percorrerla. Mi rendo conto che la IX di Beethoven sia un banco di prova particolarmente severo avendo ognuno di noi come termine di paragone i migliori direttori di sempre; ma anche le altre volte che avevo ascoltato Rattle non ero mai uscito dal Teatro completamente soddisfatto.
Si pongono pertanto spontanee alcune domande: siamo proprio sicuri che Simon Rattle fosse il miglior direttore disponibile per la sostituzione di Claudio Abbado? Ammesso e non concesso che sia il migliore della sua generazione, era proprio necessario scegliere un "giovane" invece che un sessantenne di maggior affidabilità? Siamo proprio sicuri che direttori come Mariss Janson o anche come Riccardo Muti (tanto vituperato dagli ammiratori di Abbado) non avrebbero garantito nell' immediato maggiori certezze? Sono domande evidentemente retoriche a cui mi sento di dare una risposta negativa.
Attendiamo comunque con trepidazione, nella speranza di essere smentiti. 
 

IL MITO VIVENTE E I COMPAGNI DI MERENDE

 

Per concludere dobbiamo ricordare che l'intera tournee è stata eroicamente seguita dal Nostro Editore, il quale si è sottoposto ad uno sforzo sovrumano, cambiando albergo quasi tutti i giorni (e talvolta anche più volte al giorno); Editore che ha sfoggiato una forma smagliante e che, a parte uno sfogo di erpes (non labiale) all'inizio, un attacco di colite alla fine e qualche puntata di mal di testa (imperiale e non) è stato sano come un pesce.
 
 
Inoltre a Vienna erano presenti contemporaneamente tutti, ma dico tutti, proprio tutti tutti, i Compagni di Merende. 
 
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Alcuni di essi hanno preso alloggio all' Hotel Am Schubertring.

 

 

Perchè dare una notizia così banale, vi chiederete Voi? Perchè quell' hotel, posto tra il Konzerthaus ed il Musikverein, è  pieno di memorie ed ha mura che parlano, mobili che mormorano, lenzuola che sussurrano...
Dovete infatti sapere che esso fu usato come luogo d'amore clandestino del celeberrimo Maestro Damiano, Mito Vivente per i frequentatori del presente Sito Web.
 
 
Correva l'anno 1985 ed il Nostro Eroe, giovane ed  implume fagottista, lasciava l'orchestra della RAI di Torino e si trasferiva a Vienna, ove si sarebbe trattenuto per due anni, per suonare nell'Orchestra Sinfonica di Vienna: si  apriva per i mariti di quella città l' era più buia che la storia ricordi. Essi, ignari del pericolo che si aggirava per le vie, sotto le sembianze di un giovane ed apparentemente innocuo musicista, mantennero la guardia abbassata e vennero inevitabilmente, inesorabilmente e spietatamente castigati.
Le mogli viennesi, di fronte al fascino dell' irresistibile Maestro, gettarono alle ortiche, senza ritegno, la loro virtù. Egli, che all' epoca non aveva ancora conosciuto la dolce GiuGi,
 
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che lo avrebbe successivamente sottoposto ad una marcatura tanto stretta quanto inefficace, volò senza sosta di fiore in fiore, lasciando il segno indelebile della propria inesauribile energia.
La notizia che Egli avrebbe lasciato la città per spiccare il volo verso i Berliner Philharmoniker fu accolta con disperazione dalle donne e tripudio dagli uomini viennesi, i quali, ogni qual volta l'orchestra tedesca torna in tournee nella loro città sono percorsi da un brivido di terrore.
Noi, nell' Hotel Am Schubertring, abbiamo percepito l'atmosfera di quei tempi eroici, in cui la storia e la leggenda si intersecano senza che sia possibile distinguere l'una dall'altra, ed abbiamo vissuto con particolare emozione i luoghi nei quali il Mitico Maestro tenne alto l'onore (e non solo quello N.d.E.) del maschio latino.
Ancora una volta ...