Der ring des Nibelungen, Parsifal, Fliegende Holländer, Tannhäuser.

Festspielhaus

Bayreuth

20 21 23 25 26 27 28 Agosto 2004

 

Bayreuth 2004: scorpacciata wagneriana con l'ascolto di sette opere sette; secondo alcuni è sintomo di quella forma di perversione sessuale definita come "masochismo".

D’altra parte se lo stesso Wagner progettò il "suo" teatro con sedute scomodissime e se vige l'usanza di chiudere a chiave le porte della sala, una volta cominciata la rappresentazione, è lecito pensare che il grande compositore fosse consapevole del rischio che lo spettatore si addormentasse e che si vogliano evitare fughe di massa.

Ma basta con gli scherzi. Il Festival di Bayreuth è una cosa seria: un rito per la setta dei wagneriani che si presentano elegantissimi, ascoltano in silenzio religioso ed esplodono in applausi assai generosi.

Tra le opere ascoltate la migliore è stata sicuramente l'OLANDESE VOLANTE, l'unica in cui tutte le componenti si sono rivelate di altissimo livello.

Marc Albrecht ci ha regalato una direzione appassionata, romantica, turbinosa, certamente al migliore del festival.

Ottimo il cast: Jaakko Ryhanen (Daland) Alfons Eberz (Erik) e Adrienne Dugger (Senta) si sono mostrati ottimi cantanti e attori e John Tomlinson (L' Olandese), nonostante i fiati un po' corti, ha retto bene la parte regalandoci un'interpretazione sofferta e coinvolgente.

Ma ciò che mi ha colpito di più è stata la regia "moderna" di Claus Guth: una lettura in chiave psicanalitica, basata sul "doppio".

Senta è folle e l'Olandese non è altro che uno sdoppiamento della figura del padre (i due sono vestiti e truccati allo stesso modo e talvolta si sovrappongono anche nei movimenti sul palcoscenico).

Anche la scena è tale che la parte superiore rappresenta quella bassa capovolta, essendo i due livelli collegati da una scala.

La scena è frequentemente percorsa da una bambina che rappresenta Senta giovane, quando la lettura di un libro gli instillò nella mente l'ossessione per la figura dell’Olandese, poi degenerata nella pazzia.

Suggestivi poi i cori i cui movimenti mi hanno ricordato il genere del ”Musical”.  

Una splendida regia insomma di fronte alla quale si accetta di buon grado una certa infedeltà al testo: l'opera si chiude, anziché con la morte di Senta e la sua ascesa in cielo con L'Olandese, con la protagonista che rimane sola imprigionata nella sua follia.

A fronte di una regia moderna e trasgressiva ma emozionante e suggestiva, si è posta, come punto più basso toccato dal Festival, la rappresentazione del PARSIFAL: il regista Christoph Schlingensief ha chiaramente voluto provocare e c’è riuscito benissimo; al termine dello spettacolo il pubblico si è diviso tra chi applaudiva calorosamente (pochi) chi urlava il suo disappunto e chi, come il sottoscritto, tramortito dalla noia mortale, riteneva che l'unica reazione adeguata fosse il silenzio, essendo i "buuu..." una forma di considerazione eccessiva per uno spettacolo così brutto.

Schlingensief lo ambienta in un accampamento militare, riempie la scena di oggetti e personaggi, al punto che i cantanti trovano difficoltà a muovercisi e sbatte in faccia agli spettatori una lunghissima teoria di simbolismi pressoché incomprensibili a coloro che non hanno potuto avere un colloquio esplicativo con lui.

Proietta in continuazione sulla scena, già pienissima, una serie di immagini che distraggono ulteriormente dalla musica.

Se vogliamo trovare una minima spiegazione dobbiamo pensare che ha letto confusamente alcune delle teorie di Wagner (già confuse di per sé) sull'animalismo (il Gral è un coniglio e alla fine è proiettata l'immagine di un coniglio che si putrefà) e sul razzismo (molte comparse sono di colore); ha fatto un gran frullato e lo ha gettato sul palcoscenico.

A tutto ciò va aggiunta la direzione di Pierre Boulez, gelida nel primo atto (anche se poi è migliorata e ha coinvolto di più).

In tale situazione poco ha potuto fare l'ottima compagnia di canto, nella quale si va dal buono (Endrik Wottrich-Parsifal e Robert Holl-Gurnemanz) all'ottimo (Michelle De Young-Kundry e John Wegner-Klingsor): peccato perché tali cantanti avrebbero meritato uno spettacolo migliore.

Tra questi due estremi si colloca il TANNHAUSER.

Scene funzionali e suggestive all'insegna della stilizzazione ma regia abbastanza anonima: incredibilmente efficiente il cambio di scena del primo atto, quando la zona del palcoscenico dove sta Venere si solleva e si è allontana rapidamente e silenziosamente in direzione della parte posteriore del palcoscenico fino a sparire.

Bella anche la soluzione di far procedere il coro di pellegrini dal fondo alla parte anteriore del palcoscenico fino a scomparire attraverso una via d'uscita invisibile al pubblico.

La scena della gara è accompagnata da movimenti coreografici del coro, quasi al rallentatore.

Eccessiva la caratterizzazione del personaggio di Biterolf che, è vero, tra i cantori è quello con la testa calda, ma si arrabbia e tira fuori la spada ogni due minuti: la prima volta funziona, la seconda meno, poi fa ridere...

In ogni caso la regia ha avuto il merito di non andare contro la musica.

Quanto ai cantanti Stephen Gould è stato un Tannhauser con una voce potente ma in po' generico nell'interpretazione, Judith Nemeth una Venere sensuale ma un po' sovrappeso (l'avrei vista meglio come Giunone) Ricarda Merbeth un’Elisabeth affetta da ricorrenti durezze e Roman Terkel un Wolfram sofferto, anche se con la voce un po' piccola e l’espressione del volto costantemente incazzata.

Bravi gli interpreti dei personaggi minori.

Deludente la direzione di Christian Thielemann, che dovrebbe essere uno specialista wagneriano (a lui sarà affidato il prossimo Ring) e che ha dato una lettura pesante e slegata.

Infine il RING nella discussa edizione di Jurgen Flimm.

Ritengo che sia alquanto difficile risolvere tutti i problemi posti dalle quattro opere che lo compongono e darne una lettura coerente e allo stesso tempo antitradizionale.

Le scelte di Flimm si possono giudicare nel complesso apprezzabili con momenti di grande teatro e delle terribili cadute di gusto.

Egli parte con una lettura simbolica in cui le figlie del Reno sono prostitute, Alberich un barbone, che una volta impossessatosi dell'oro si ripulisce e diventa un capitano d'industria; Wotan è uno speculatore edilizio, Frika una moglie rompicoglioni (e qui non ci si allontana dal libretto), i Giganti due malavitosi, le Walkirie delle scavezzacollo, Siegfried un teppistello, Gunter un debole imprenditore, Hagen un astuto manager (anche se affetto da una malattia simile all'epilessia) e così via....

Il problema si pone quando si deve conciliare la quotidianità di questa lettura con gli elementi mitici quali la spada, la lancia, la salita al Wahlalla.

Filmm li accosta senza troppi problemi e per lo più in modo efficace.

L'ORO DEL RENO è riuscito estremamente suggestivo, compatto e coerente.

La WALKIRIA anche, pur non convincendomi la realizzazione della cavalcata, con una lunga fila di guerrieri che sfilano mentre le Walkirie salgono e scelgono aggrappate a delle corde.

Il SIEGFRIED è stato deludente (riprendendosi solo nel finale); e lo stesso la prima scena del CREPUSCOLO DEGLI DEI.

Certi simbolismi sono apparsi stucchevoli (Brunilde, ridotta al ruolo di casalinga abbrutita, rammenda la camicia di Sigfrido e segna con una croce il punto dove colpirà Hagen); ma il fondo lo si è toccato nel secondo atto del Siegfried in cui la scena con l'uccellino è stata accompagnata da una pantomima dal vago sapore comico: ed infatti il pubblico ha riso; ora, se questa è un'opera comica non lo avevo capito, ma credo che non lo avesse capito neanche Wagner.

Fortunatamente il CREPUSCOLO (a parte l’inizio del prologo) è ripreso a volare alto ed è stato assai suggestivo; tutto ciò pur se a scapito della fedeltà al libretto: Hagen non muore nel Reno, ma in pratica si uccide gettandosi sulla punta della lancia che gli porge Brunilde, la quale non muore affatto ed esce trionfatrice.

Il finale poi, con il coro vestito in abiti moderni che si dirige verso il fondo del palcoscenico, che si apre lasciando penetrare una luce abbagliante, sta a significare la fine dell'epoca degli dei e l'inizio di quella degli uomini: una lettura ottimistica in un finale d'opera dove al libretto, che prevede la morte di quasi tutti i protagonisti, si affianca una musica di speranza, la qual cosa pone agli interpreti il dilemma di quale delle due chiavi di lettura scegliere.

In ogni caso il finale è risultato emozionante, ma l'idea adottata da Flimm era la stessa proposta, qui a Bayreuth, anni or sono, da Chereau.

Quanto ai cantanti Alan Titus è stato un Wotan dolente, che fin dall'inizio è parso votato alla sconfitta; Harmuth Welker uno splendido Alberich; Arnold Bezuyen un convincente Loge; Philip Kang autorevole sia come Fafner che come Hunding; Olaf Bar poco convincente come Donner (veramente deludente il duo mini-lied in cui è apparso ingolato) e assai migliore come Gunter; Mihoko Fujimira splendida come Frika, solamente brava come Waltrude; Simone Schroder convincente come Erda; Robert Dean Smith un Sigmund sicuro e timbrato; Eva Johansson una Sieglinde sempre al limite (e talvolta oltre il limite) dell'urlo; Evelyn Herlitzius una Brunilde più donna che Walkiria (in questo aiutata anche dalla taglia minuta); ma in una regia in cui le Walkirie erano tratteggiate più come ragazzette vivaci che come semidee guerriere ci poteva stare: ha esibito una voce non particolarmente grossa ma dolce ed espressiva ed ha saputo ben delineare lo sviluppo psicologico del suo personaggio. Tutto il contrario di Wolfgang Schmidt (Sigfrido) che appare in scena come un teppistello coglione e così rimane fino alla fine (questo per una scelta del regista che non ha centrato il suo personaggio); quanto all'aspetto vocale si è ben difeso, nonostante qualche durezza e qualche sporadico problema di intonazione (e comunque di Lui non potremmo mai parlare male: poi capirete il perché).

Grahan Clark è stato un Mime istrionico: grande attore ma un po' sopra il rigo. Petr Klaveness un Hagen mefistofelico, ma dalla voce piccola.

Quanto alla direzione di orchestra Adam Fischer ha diretto in modo più che dignitoso, senza particolari colpi d'ala, prediligendo i tempi lenti (l'addio di Wotan e stato allungato all'inverosimile) cercando di evidenziare costantemente il senso di sconfitta che pervade l'opera. Mi ha colpito la musica di chiusura dell'Oro del Reno (che accompagna l'ascesa degli dei al Walhalla) che viene talvolta eseguita in maniera trionfale e che lui ha attaccato come una marcia funebre.

Ovviamente parlando di Bayreuth non possiamo omettere alcune note di costume.

L'ambiente era caratterizzato da un'eleganza quasi imbarazzante per noi comuni mortali; abbiamo notato belle figliole che non potendo toccare abbiamo fatto oggetto del nostro safari fotografico.

 

Purtroppo è mancato il nude-look che ci entusiasmò nel 2000 e che riproponiamo qua sotto.

Inutile dire che erano presenti numerosi compagni di merende, talmente appassionati da impiegare anche gli intervalli tra un atto e l'altro per ripassare la letteratura wagneriana.

Il Nostro Editore, in gran spolvero,

ha manifestato la consueta lombalgia che stavolta si è rivelata un termometro della qualità delle rappresentazioni: peggiori erano queste più intenso era il mal di schiena.

Egli ha condiviso spesso il desco con noi convertendoci alla sua dieta idrica: un litro d’acqua a colazione, uno a pranzo e uno a cena, con conseguenze che potete immaginare sulla frequenza della minzione e con conseguenze inimmaginabili sul portafogli, dato che l’acqua costava 7,80 euro la bottiglia.

Ma il personaggio che meglio si è inserito nell'ambiente bayreuthiano è stata senza dubbio Donna Lorenza (da anni una dei mecenati che permettono la realizzazione del Festival Musica e Rossi Toscani).

Ella, tra le opere da una parte, le nuotate, saune e massaggi alle terme Lohengrin dall'altra, è riuscita anche ha svolgere un'intensa attività di pubbliche relazioni.

Ha incontrato il konzertmeister dell'orchestra Bernhard Hartog,

che è un colonna di “Musica e Rossi Toscani”; ha ripreso i contati con Wolfgang Schmidt (l'interprete di Sigfrido) che il prossimo anno ha promesso di tenere un concerto in Toscana, nella magione della Nostra, con lieder di Strauss e Wolf.

Ma soprattutto ha fatto conoscenza di frau Wagner, di cui è stata ospite in una cena tenutasi tra il II e il III atto della Walkiria. Quest'ultima circostanza ha peraltro generato un inconveniente, dal quale Donna Lorenza è uscita, come al solito, trionfatrice (chi avrebbe potuto dubitare di ciò?): poiché la cena si è protratta un po' troppo a lungo, quando Donna Lorenza si è presentata all'ingresso del suo palco, la maschera giapponese,

stava chiudendo la porta (anche se, ad onor del vero, la musica non era ancora iniziata). Ora, se i tedeschi sono rigidi e le orientali sono determinate, voi potete ben immaginare cosa possa essere una giapponese inserita in un'organizzazione tedesca: si è rifiutata di farla entrare e alle sue proteste le si è addirittura aggrappata al braccio. La tapina non sapeva con chi aveva a che fare! Donna Lorenza, molto più forte di lei, la ha letteralmente sradicata da terra ed è entrata di forza nel palco, quando la cavalcata della Walkirie era cominciata da pochi secondi.

 

 La vera Walkiria è Lei!