Arianna
a Nasso
Grosses
Festspielhaus,Salzburg
27
Agosto 2001

L'opera di Richard
Strauss "Arianna a Nasso", nella messa in scena di Jossi Wieler
e Sergio Morabito, era particolarmente attesa a Salisburgo: si vociferava
dell'ennesima regia "provocatoria" al punto che qualcuno parlava di
Pornoarianna.
In realtà, come ho
avuto modo di scrivere in altre occasioni, oggi è estremamente difficile
provocare, essendo già stato messo in scena di tutto e di più. Il porre
l'accento sull'aspetto scenico rischiava poi di lasciare in secondo piano
l'esecuzione musicale, che nel caso di specie è stato di buon livello.
Ma veniamo ai
fatti.
La trama dell'opera
è a tutti nota; essa è divisa in un prologo e nell'opera vera e propria.
Il prologo narra
dei preparativi della messa in scena, in casa di un ricco borghese, di due
rappresentazioni: la "seria" Arianna a Nasso e la commedia dell'arte
recitata da Zerbinetta e dalle "maschere"; alla fine il padrone di
casa darà l'ordine di recitarle non prima l'una e poi l'altra, ma
contemporaneamente.
L'opera, ambientata
nell' isola di Nasso, narra di Arianna che, abbandonata da Teseo, invoca la
morte; quando giunge Bacco, ella in un primo momento lo scambia per una
divinità degli inferi che viene ad esaudire il suo desiderio, ma ben presto
lo accetta come nuovo amante; il tutto inframmezzato dagli interventi di
Zerbinetta che espone la propria filosofia di donna sempre pronta ad
innamorarsi, "sinceramente", di un uomo diverso.
Nella messa in
scena salisburghese entrambe le parti sono rappresentate nel medesimo
ambiente: un foyer di un teatro, alcuni particolari di arredo del quale sono
ripresi da quello dalla Grosses Festpielhaus.
Arianna non è
rappresentata come personaggio mitologico ma come una borghese trasandata e
ubriacona, che ritorna a vivere e a curare la propria persona con l'arrivo di
Bacco, un giovanotto un po' timido che tutto ha eccetto che la sfrontatezza di
un Dio.
Quanto a Zerbinetta,
il personaggio che doveva suscitare scandalo, i suoi atteggiamenti
trasgressivi si limitano al fatto di lasciarsi baciare e palpare il
sedere da tutti (sia nel prologo che nell'opera) e ad un pseudo spogliarello
(rimane in minigonna e reggiseno) al termine del quale si apparta con
Arlecchino (le altre tre maschere, rimaste con i suoi indumenti, si
abbandonano ad atti di feticismo) che, quando ritorna in scena fuma la
solita sigaretta "post-sesso" [gia visto (e riferito) nel "Les
Troyanes" di Berlioz -Monaco - luglio 2001].
Che dire? Penso che
sia più facile per un regista accentuare un aspetto di un personaggio
piuttosto che mostrarcelo nelle sue sfumature e nelle sue contraddizioni;
e quindi che sia più facile descriverci Zerbinetta come una donna di facili
costumi (una scelta di "effetto", che colpisce subito lo
spettatore), piuttosto che scavare nella sua psicologia di donna
dall'innamoramento facile, ma ogni volta sincero.
Ma veniamo
all'aspetto musicale.
Il direttore
Christoph von Dohnànyi ha diretto con sicurezza, esaltando i evidenziando
ogni particolare della scrittura cameristica di quest'opera, anche grazie alla
bravura dei Filarmonici di Vienna; avremmo voluto sentire una maggiore
partecipazione e passione nel duetto finale e, in qualche momento, avremmo
voluto mantenesse un volume più basso in modo da non rischiare di coprire il
canto.
Bravissime sia
Natalie Dessay (Zerbinetta) che ha affrontato con sicurezza straordinaria le
agilità che impone il suo ruolo, sia Susan Graham (Compositore): entrambe
hanno peraltro una vocalità che avrebbe avuto una maggior resa in una sala da
concerto più raccolta dalla Grosses Festpielhaus che è una sala più
adatta alle voci "potenti".
Arianna (e la Prima
Donna) era Deborah Polaski la quale, seguendo forse fin troppo alla lettera le
direttive della regia, che la volevano una signora annoiata, in certi momenti
ha finito per annoiare un po' anche noi, pur essendo stata impeccabile dal
punto di vista tecnico.
Bacco (e il tenore)
era cantato da un volenteroso Jon Villars: nulla di straordinario, ma con
quello che oggi passa il convento in tema di tenori va più che bene.
Don Quichotte