Abbado

Palasport

Bolzano

2 Aprile 2004

 

Il concerto della Gustav Mahler Jugend Orchester diretta da Claudio Abbado, a Bolzano, cadeva come il cacio sui maccheroni, trovandosi Bolzano sulla strada di Salisburgo, dove il giorno successivo sarebbe cominciato il Festival di Pasqua.

Il luogo scelto per l’esecuzione era il locale Palazzetto dello Sport la qual cosa faceva poco ben sperare per  l’acustica: invece, grazie anche alla predisposizione di un’imponente cassa armonica in legno e ad altri accorgimenti, essa si è rivelata più che discreta. Una notazione merita anche la scomodità delle poltroncine che ci hanno fatto pensare che il Nostro Editore abbia fatto bene a non venire, per non compromettere ulteriormente la sua malandata schiena; vero è che, rimanendo a Siena, si sarà certamente peritato di massacrarsela scorrazzando masochisticamente sulla Mercedes SL per cui….

 

Ma passiamo al concerto; si apriva con l’ultimo lied da “Das Lied von der Erde” di Gustav Mahler: Der Abschied.

Avevo già ascoltato l’intero ciclo diretto da Abbado a Berlino nel 1999, e fu uno dei suoi concerti che mi piacque meno. Stavolta mi è parso che abbia approfondito questa opera e ne abbia dato una lettura più equilibrata, tesa principalmente ad evidenziarne i preziosismi timbrici; l’orchestra, pur essendo composta da giovani e quindi non paragonabile con la Filarmonica di Berlino, ha suonato benissimo e il  primo oboe e il primo flauto si sono distinti nell’esecuzione dei brani solistici che la partitura riservava loro.

Peraltro nell’esecuzione di un lied è fondamentale la resa vocale, ed il contralto, Anna Larsson, che pure mi era assai piaciuta nell’interpretazione dei Ruckert Lieder e dei Kindertotenlieder (lo scorso anno a Reggio Emilia), stavolta non mi ha convinto pienamente: o che gli ampi spazi in cui ha cantato le si addicessero meno che il raccolto teatro emiliano, o che avesse meno interiorizzato la parte, sta di fatto che  mi apparsa fredda e distaccata.

Il concerto prevedeva poi la IX sinfonia di Mahler: si è trattato di una splendida esecuzione, perfettamente in equilibrio, affrontata con un taglio virtuosistico nei movimenti centrali, mentre nel tempo lento finale la linea di canto degli archi si dipanava in un legato sontuoso e terminava in un pianissimo ai limiti del percettibile, cui è seguito un lunghissimo silenzio prima dell’esplosione dell’applauso liberatore.

Se confrontiamo quest’interpretazione con quella dello stesso  Abbado, a Salisburgo nell’estate 2001, riscontriamo peraltro delle differenze: l’esecuzione di allora sprigionò un senso di morte da ogni nota; stavolta i due movimenti centrali mi sono sembrati più sereni, brillanti come se lasciassero spazio ad un minimo di speranza. Questo mi ha sorpreso.

Tra l’altro nel programma di sala era riportata l’interpretazione extramusicale della sinfonia del direttore d’orchestra olandese, nonché amico di Mahler, Willem Mengelberg, che sembrerebbe accreditare la lettura salisburghese.

Forse Abbado ha ritenuto che non si potesse ottenere un’interpretazione trasudante morte da un’orchestra formata da ragazzi.

D’altra parte mi chiedo se non sia puro masochismo limitare il godimento di un’ opera splendidamente suonata, sulla base di un approccio intellettualistico; e fino a che punto la nostra conoscenza di circostanze biografiche dell’autore (Mahler compose questa sinfonia quando già conosceva la malattia cardiaca che di lì a poco lo avrebbe condotto nella tomba) o  anche di alcuni suoi scritti debba condizionarci nell’ascolto di un’opera.