Fidelio

Teatro Comunale

Firenze

18 Maggio 2003

 

Inaugurazione del Maggio Musicale Fiorentino del settantennale col FIDELIO di Beethoven: spettacolo non eccelso dal punto di vista musicale ma ottimo dal punto di vista visivo; sicuramente una dei migliori che abbia mai visto.

 

Il regista era  il canadese Robert Carsen il quale ha optato per una collocazione moderna, coadiuvato da Radu Boruzescu per le scene e da Miruna Boruzescu per i costumi.

Innanzi tutto, pur nell’ambito di un’ambientazione claustrofobica, all’interno di tetre mura che rappresentano sia il cortile del carcere che il sotterraneo dove è rinchiuso Florestano, è stato capace di differenziare l’atmosfera della prima parte dell’opera, dalla tinta più leggera, da quella della seconda, dall’entrata di Pizzarro in poi, assai più drammatica: ciò avviene sia grazie al sapiente uso delle luci, sia utilizzando un microfono per amplificare gli ordini perentori dati da Pizarro come ci si trovasse in un lager, sia scegliendo come prigionieri dei figuranti dal fisico, magro, emaciato, che non cantano, essendo il coro nascosto in buca (a questo proposito è però abbastanza ridicolo il paragone  con Florestano, interpretato dal solito tenore sovrappeso: e dire che dovrebbe essere il meno nutrito di tutti), sia facendo muovere gli scherani di Pizarro in modo rapido e nervoso, a sottolineare il timore che nutrono nei confronti del loro capo, timore che si traduce in cieca e pronta obbedienza.

Il tutto in un susseguirsi di movimenti scenici funzionali, coerenti e suggestivi fino ad arrivare al finale; questo poterebbe dare adito anche a dei dubbi. Infatti irrompono in scena con Don Fernando, militari, giornalisti, cameraman, portaborse vari;  il ministro libera Florestano ostentando davanti ai “media” il proprio gesto di magnanimità (con evidente sottolineatura ironica da parte del regista), quindi parte con il suo seguito e, mentre calano le luci, i due coniugi escono da soli di scena, lasciandovi gli altri prigionieri, cui non è dato riassaporare la libertà. Un finale in cui pessimismo ed ironia vanno di pari passo e che sono del tutto assenti dalla musica positiva e trionfalistica di Beethoven. Ma l’ossimoro appare talmente evidente che non è dubbio sia espressamente ricercato dal regista, con l’intenzione di attualizzare la vicenda.  

 

Purtroppo assai meno convincente è stata la parte musicale; il cast di cantanti era di medio livello. Elizabeth Whitehause è stata una Leonora partecipe e misurata; Stephen Gould un Florestano dalla voce potente ma privo di espressività; Giorgio Surian ha tratteggiato con intelligenza la figura di Rocco, anche nella sua evoluzione psicologica, confermandosi ottimo attore e interprete e sopperendo in tal modo ad una certa usura del mezzo vocale. Gidon Saks è stato un Pizarro decisamente insufficiente dal punto di vista vocale, con le note basse che suonavano come vuote; Stephen Milling un’autorevole Don Fernando; Jorg Schneider un buon Jaquino  e Rachel Harnisch ha sopperito con un accuratissimo fraseggio ad una voce un po’ piccola per il Teatro Comunale.

 

Quanto al direttore Paavo Jarvi si è ben disimpegnato nella prima parte dell’ opera, ma quando questa da commedia borghese degli equivoci si è trasformata in dramma etico ha continuato a dirigere allo stesso modo mancando perciò di afferrarne lo spirito.

 

In conclusione un gran bello spettacolo visivo (di gran lunga superiore a quello visto di recente a Salisburgo) che merita di essere ripreso con qualche ritocco al cast vocale e con Zubin Metha sul podio.