Macbeth

Teatro Comunale

Firenze

30 Novembre 1°Dicembre 2002

 
 
 
L'attesa era tutta per la messa in scena del famoso regista teatrale lituano Eimuntas Nekrosius che si cimentava per la prima volta con l'opera lirica.
 
Ogni qual volta ci troviamo di fronte ad una regia dove prevale il simbolismo si pone il medesimo quesito: i simboli hanno un significato che lo spettatore deve comprendere oppure il regista vuol solo suscitare suggestioni, prescindendo da ogni significato razionale della messa in scena?
 
Se si opta per la prima risposta devo dire che molte delle soluzioni adottate mi sono rimaste oscure.
La scena era fissa con due rilievi ai lati, che degradavano verso il centro a formare una valle percorsa da un tappeto allungato, che rappresentava  una strada simboleggiante il percorso della vita disegnato dal destino: questo possiamo dirlo perché spiegato in una breve intervista al regista, riportata sul libretto di sala, .
Valida, pur non essendo originale,  l'idea di accrescere la presenza in scena delle streghe, ben oltre la previsione del libretto, evidenziando come esse sono i veri motori dell'opera, sia che si veda in loro degli esseri sovrannaturali sia che le si consideri come la coscienza dei protagonisti.
Ma molti simboli rimanevano oscuri.
Che significa il re che viene al proscenio con il figlio di Banco e guarda lontano? forse guardano oltre la propria generazione verso i discendenti, re anch'essi? può darsi, ma sto tirando a caso.
E ancora, perchè Duncano, assassinato, esce dalla cappella mortuaria?
E il figlio di Banco che invece di fuggire viene afferrato e portato via da uomini-ragno? prima ho pensato che anch'essi fossero sicari, e che il ragazzo (contrariamente a quanto dovrebbe avvenire) venisse ucciso, (tanto è vero che apparirà col fantasma del padre a minacciare Macbeth) e che, essendo morto, la smania di sangue del protagonista non sia giustificata da situazioni reali, ma sia conseguenza di una sua immanente ossessione. Ma potrebbe anche essere che coloro che afferrano il giovane nulla abbiano a che fare con i sicari e siano invece i suoi salvatori; tra l'altro appaiono nascosti dietro alberi stilizzati: che rappresentino la selva dentro la quale il ragazzo fugge?
E ancora: che significa il lancio dei cuscini nella scena della pazzia?
 
Ma una regia può essere valida anche se non si riesce a dare una spiegazione a tutto ciò che avviene in scena: deve essere però capace di emozionare.
Da questo punto di vista ad alcuni momenti suggestivi si sono alternati altri assai meno felici: i movimenti frenetici delle dita delle streghe mi facevano pensare che ci si trovasse ad un corso di dattilografia.
Il figlio di Banco che minaccia Macbeth con un bastone (od uno scettro?) nella scena del brindisi potrebbe funzionare per un tempo limitato: ma il perdurare di tale gestualità, con il padre che lo porta via a forza con aria quasi scocciata (non rompere le palle, brutto moccioso!), è ridicolo.
La scena del matrimonio tra Macbeth e la Lady, durante il coro conclusivo delle streghe, nel terzo atto, ci invitava anch'esso a sorridere (anche se stavolta era chiaro il simbolo: l'unione tra i due, rivisitata da Macbeth in sogno, è la causa di tutto ciò che avviene in scena; in sostanza il matrimonio visto come incubo; in questo il regista trova la completa approvazione del vostro recensore - e del vostro Editore n.d.E.).
Le camice appese alle croci durante il coro "Patria oppressa" evocano chiaramente i giustiziati nel crudele regime instaurato da Macbeth, ma ricordano molto una lavanderia.
E ancora abbastanza ridicola la scena della battaglia finale risolta semplicemente con un Macbeth che si infila due spade sotto le ascelle e si fa uccidere.
In conclusione una regia moderna, originale, con alcuni spunti suggestivi ma anche con molte ombre e diverse cadute di gusto.
 
Quanto alla parte musicale, Julia Jones ha diretto con un suono scintillante (a parte qualche pesantezza negli ottoni) e in genere con notevole tensione, garantendo un buon equilibrio tra palcoscenico ed orchestra, ma è mancata (completamente nei primi due atti, negli altri due le cose sono andate un po' meglio) nel dare all'opera quel che di scuro, di demoniaco, di sinistro, che sono caratteristiche dalle quali nella lettura del Macbeth non di può prescindere.
Questo ha inciso anche nell'interpretazione vocale, carente sul piano interpretativo.
Il ruolo del titolo era ricoperto da Carlo Guelfi, forse l'unico che, oltre a cantar bene (a parte alcuni eccessi veristici che ogni tanto gli... scappano) ha saputo dare al personaggio una fisionomia teatralmente credibile; nel secondo cast Andrzej Dobber pur cantando correttamente, dava l'idea di non capir quale differenza passi tra l'interpretare Macbeth e una romanza di Tosti.
La Lady era Anna Shafajinskaia che ha ben risolto la scena della pazzia, ma per il resto è parsa carente di personalità e con qualche problema vocale; ne meglio andavano le cose con Jeanne-Michele Charbonnet, la cui voce negli acuti diveniva fissa e metallica.
Roberto Scandiuzzi era un Banco dalla voce potente, rotonda, intonata: uno dei migliori bassi oggi in circolazione; ed anche il giovane Askar Abdrazakov si disimpegnava bene, sia pure non sugli stessi livelli: però in entrambi il "terror" che dovrebbe "ingombrare" il pensiero del personaggio, quando canta la sua aria, era totalmente assente.
Macduff è stato interpretato in entrambe le recite cui ho assistito da Miro Dvorsky, tenore celebre al nostro pubblico per aver insidiato (senza risultati, pare...) le grazie della Fidanzata del Maestro Damiano (in arte GiuGi) quando ella svolgeva le funzioni di assistente alla regia della Boheme, alla Deutche Oper. Ha eseguito la sua aria dignitosamente nella prima rappresentazione e con qualche evidente problema nella seconda: a prescindere da ogni giudizio musicale gli consigliamo di crescere, e di molto, in personalità se vuol sperare di competere col Nostro Eroe nella disciplina in cui quest'ultimo è inarrivato maestro
 
Bene l'orchestra, sia pur con qualche sbavatura.
Molto bene il coro. 
 
Un'ultima notizia: pare che alla prima abbia assistito il Nostro Editore, che tra un viaggio a Venezia, in dolce compagnia, ed uno a Berlino, trova ancora il tempo di ascoltare un po' di musica.
Non mi ha ancora riferito il suo parere ma, conoscendolo, sono sicuro che non gli è piaciuto (lo spettacolo; il viaggio a Venezia gli è piaciuto moltissimo).