Manon Lescaut
Teatro
Comunale
Firenze
29
Settembre 2002

Primo appuntamento musicale
della stagione 2002-2003: la MANON LESCAUT di Puccini, proposta al Comunale di
Firenze dopo un'assenza di 16 anni.
Sulla carta lo spettacolo
prometteva molto, ma purtroppo si è trattato di un'occasione mancata.
Preliminarmente devo dire che
dalla prima fila di I galleria, un po' laterale, ho trovato assai penalizzata
l'acustica per quello che riguardava le voci che arrivavano assai appannate
(mentre l'orchestra si sentiva benissimo) al punto di pensare che l'impianto
di amplificazione, che purtroppo coadiuva i musicisti nella cattiva acustica
del Teatro Comunale, fosse stato tarato male.
Questa cattiva percezione della
voci ha pregiudicato tutto l'ascolto dell'opera.
Ma, anche a prescindere da ciò,
il cast vocale non ha particolarmente brillato: Franco Vassallo è stato
un Lescaut la cui voce nelle note basse diveniva quasi impercettibile; Sergej
Larin un Dex Grieux ben cantato, ma interpretato in modo talmente generico e
così privo di personalità che non si capiva come Manon avesse potuto
innamorarsi di lui; Danilo Rigosa ci ha dato di Geronte l'immagine di un
vecchio rincoglionito, piuttosto che di un potente vendicativo.
Quanto a Fiorenza Cedolins, che
doveva essere il piatto forte dello spettacolo, ci è parsa un po' in
difficoltà nella prima aria (In quelle trine morbide...) e comunque ce la ricordavamo
con una voce più salda; il meglio lo ha dato nell' aria di chiusura
(Sola, perduta, abbandonata...) cantata con sicurezza e trasporto.
L'orchestra del Maggio ha
suonato molto bene, sia nell' insieme sia negli interventi solistici
(bravissimo l'oboe nell'accompagnare il soprano nell'aria finale); Daniel Oren
ha optato per una direzione analitica, evidenziando ogni preziosismo timbrico
e ottenendo un ottimo equilibrio col palcoscenico; anche se talvolta avremmo
preferito una maggiore accentuazione del tono drammatico: "Ah! Manon mi
tradisce il tuo folle pensiero..." è stata accompagnata da un'orchestra
talmente trattenuta da annacquare ogni possibilità di patos (e anche Larin, a
dire il vero, ne ha dato un'interpretazione alla camomilla); mentre il finale
del secondo atto lo avremmo voluto più incalzante non avendo
sufficientemente reso il precipitare degli eventi.
Quanto alla messa in scena era
più tradizionale che mai, sia nelle scene di Gioia Fiorella Mariani, che
nella regia di Pier Francesco Maestrini, la quale, anche se non
particolarmente originale, era assai aderente alla musica, muovendosi i
cantanti in coerenza con ciò che esprimevano i temi principali.
Gran successo di pubblico che
ha assicurato il tutto esaurito