Moise et Pharaon

Teatro Arcimboldi

Milano

13 Dicembre 2003

 

MOISE ET PHARAON di Rossini ha inaugurato la stagione della Scala. Si trattava dell' unico nuovo allestimento in una deludente stagione di riprese, che può essere giustificata solo dal fatto che è l' ultima che si svolge al teatro degli Arcimboldi (allo sprofondo, nella periferia milanese) prima della riapertura, il prossimo dicembre, del teatro del Piermarini.
Era evidente pertanto che tutta l'attesa, per quest'anno, era concentrata su questo spettacolo.
L'opera, in quattro atti, andò in scena la prima volta a Parigi, al Théatre-Italien, nel 1827, ed è un riadattamento di quella, in tre atti, dal titolo Mosè in Egitto, rappresentata al San Carlo di Napoli nel 1818. Rossini tagliò le parti meno riuscite, ne compose delle nuove, fece uso di autoimprestiti, aggiunse i balletti, obbligatori per la capitale francese.

Ancora oggi la critica non ha raggiunto un giudizio definitivo sulla superiorità dell'originale o del rifacimento; quest'ultimo fu presto tradotto in italiano e soppiantò nella prassi esecutiva Mosè in Egitto.
Peraltro anche Moise et Pharaon non è oggi di frequente esecuzione: quindi l'occasione che ci si prospettava, e cioè di poterla ascoltare nella sua edizione integrale (tre ore di musica), in lingua francese, e per di più con un cast d'eccellenza, non poteva essere perduta.
Le attese non  sona andate deluse.


Direttore era Riccardo Muti, il quale ha diretto assai bene, distinguendosi per la morbidezza del suono (come sempre gli capita), per l'uso di tempi trattenuti (come assai di rado gli capita) e per aver evidenziato le singole linee orchestrali: nel preludio è stato proprio l'aspetto "polifonico" che mi ha colpito, e che non mi aspettavo certamente di notare in Rossini.

Il coro, forse il personaggio più importante dell'opera, ha cantato ottimamente.
La compagnia di canto era nel suo complesso valida:
Barbara Frittoli (Anai) si è fatta apprezzare per la sua espressività e le si possono perdonare un lieve vibrato, emerso peraltro solo talvolta, e qualche difficoltà nel finale dell'aria del IV atto.
A Sonia Ganassi (Sinaide) non riesco a trovare nemmeno un piccolo difetto.
Ottimo anche Giuseppe Filanoti, autore di una prestazione in crescendo, sicuro e timbrato per tutta l'opera.
Erwin Schrott (Faraone) si è distinto per la potenza della voce.
Più che dignitosi i comprimari.
Alla fine chi mi ha lasciato perplesso è stato Ildar  Abdrazakov (Mosè) che non mi è parso particolarmente autorevole e che talvolta mi è sembrato cantasse "dentro"; Qualcuno ha detto che ha voluto dare del Profeta un'immagine più di paterna guida che di terribile inviato del Signore, che tramite Lui colpisce l'Egitto con le piaghe più disparate; sarà? ma di fronte ad un Faraone con quel volume di voce non sarebbe stata comunque la scelta interpretativa migliore.

E comunque mi chiedo: per il ruolo di Mosè era opportuno scegliere un cantante di soli 26 anni?
La regia era di Luca Ronconi.
Le scena (di Gianni Quaranta) era  costituita da un piano inclinato e  ondulato che rappresentava delle dune, rialzato rispetto al proscenio; il tutto limitato da colonne antiche; i cantanti e le masse si muovevano tra questo piano ed il proscenio in modo tradizionale e tutto sommato funzionale; mi è sembrato invece un intellettualismo il porre un organo in fondo alla scena (nel I atto; nel II riappariva diviso in due parti) a simboleggiare il carattere quasi oratoriale dell'opera.

Pur essendo questa un'opera che si presta agli effetti speciali non se ne è abusato: nella scena del mar Rosso le dune si alzano e diventano onde ed ad un certo punto si aprono nel mezzo: un effetto che può essere ottenuto meccanicamente anche in un teatro tecnologicamente non all'avanguardia; ma forse la scelta di non esagerare negli effetti scenici, che va contro la tradizione del "grand opera", poteva essere giustificata dal fatto che non si voleva distrarre lo spettatore dalla bellezza della musica. 

Mediocri i balletti.

In conclusione si è trattato di uno spettacolo più che discreto dal punto di vista visivo e ottimo da quello musicale e male a fatto il Nostro Editore a snobbarlo.
Ma non ho mai nutrito alcuna speranza che venisse a vederlo: infatti dopo essere stato agli Arcimboldi due anni fa, per sentire il Sansone e Dalila di Saint Saens, disse che quel teatro non gli era piaciuto e che non ci sarebbe più tornato: e così ha fatto.
D' altronde il rimanere fermo nelle sue posizioni è parte integrante del suo carattere.
Dovete sapere infatti, tanto per fare alcuni esempi, che Egli  nella sua carriera universitaria assisté a 2 lezioni all'inizio del primo anno; decise che "frequentare" non faceva per Lui e si laureò (con tutti 30 e 30 e lode) senza più andare all'università, se non per dare gli esami. 
Altro esempio: dopo una furiosa litigata con una ragazza (della quale non è lecito nemmeno nominare il nome) decise che non l'avrebbe mai più vista né sentita: eppure erano stati fidanzati a lungo ed avevano pensato addirittura al matrimonio: un ultimo colloquio, non fosse altro che per mandarla a quel paese, ci poteva stare.

Niente !!! nonostante i molteplici tentativi di lei, Lui non si è mai più relazionato ed essa.
Questo per dire che il nostro Editore è uomo tutto di un pezzo, che una volta assunta una posizione difficilmente la muta.
Quindi se deciderà di sopprimere la presenta rubrica di recensioni (e forse farebbe bene a farlo prima che il Maestro Damiano e la di Lui eterna fidanzata JKK lo querelino insieme a chi scrive), Voi, miei numerosi e fedelissimi lettori, non fatevi illusioni: nonostante le tonnellate di lettere di protesta che gli spedirete Egli non tornerà mai più sui propri passi.