Morte
a Venezia
Teatro
Comunale di Firenze
9
Dicembre 2001

Coraggiosa, e direi
"vincente" è stata la scelta del Teatro del Maggio Musicale
Fiorentino di programmare la messa in scena di "DEATH IN VENICE"
(Morte a Venezia), di Benjamin Britten: coraggiosa perché si tratta di
un'opera poco popolare e che quindi si sottoponeva al rischio del teatro
semivuoto (alla seconda rappresentazione, in abbonamento, cui ho assistito,
gli spettatori non erano moltissimi, ma direi in numero soddisfacente);
vincente perché la realizzazione è apparsa ottima: d'altra parte si trattava
della stessa messa in scena del Carlo Felice di Genova che nel 1999 aveva
vinto il premio Abbiati quale miglior spettacolo.
Come a tutti è noto l'opera è
tratta dall'omonimo romanzo breve di Thomas Mann (1913) il quale racconta
della attrazione del protagonista, il maturo ed affermato scrittore Gustav von
Aschenbach, per l'adolescente polacco Tadzio. Il romanzo di Mann era in parte
autobiografico, essendo egli stato in vacanza a Venezia, con la moglie, nel
1911, ed essendo stato preso da uno dei suoi trasporti omosessuali per un
giovinetto polacco, poi identificato con il barone Wladyslav Moes, all'epoca
11enne (più bambino che adolescente, la qual cosa porta a sospettare di pulsioni
pedofile lo scrittore, all'epoca 36enne e quindi assai più giovane del
protagonista letterario).
Nel romanzo (e nell'opera)
Aschenbach è talmente attratto da Tadzio da decidere di rimanere a Venezia
anche quando sa che la città è preda di un'epidemia di colera, finendo per
morire guardando il ragazzo.
Anche in Britten sono rinvenibili
elementi autobiografici, sia perché era omosessuale (per il suo compagno, il
tenore Peter Pears, scrisse le parti di quasi tutte le sue opere, compreso la
parte di Aschenbach) sia perché al momento di comporre questa opera, pervasa
da un senso di disfacimento e di morte, gli si erano manifestati i
problemi cardiaci che lo portarono ad un intervento chirurgico (1973) e
di lì a poco al decesso (1976).
Peraltro l'opera affronta anche il
tema del rapporto tra vita e arte con il protagonista che in un primo
momento crede di rinvenire in Tadzio gli ideali di bellezza e di armonia
classica che lo avevano sempre guidato, per poi cedere al desiderio, al punto
di confessare a se stesso l'amore per il ragazzo, di tingersi i capelli e
imbellettarsi, nell'illusione di renderglisi interessante, per finire col
nascondere alla famiglia dell'adolescente la presenza del colera, in modo da
evitare una sua anticipata partenza da Venezia; una scena dell'opera contiene
un dialogo-discussione tra Apollo e Dionisio ed è quest'ultimo che ne esce
vincitore.
Nalla rappresentazione di Firenze
il regista Pier Luigi Pizzi ha ambientato l'opera negli anni '40 con
architetture in stile "fascista", prevalenza dei colori bianco, nero
e grigio, molti cambi di scena, tutti a vista, rapidissimi e funzionali, che
ci consentivano di passare dallo studio del protagonista, al cimitero, alla
nave, alla sua camera d'albergo, alla spiaggia, a vari paesaggi veneziani, con
la presenza quasi costante di cipressi (alberi funebri per eccellenza, ripresi
dal quadro "Isola dei morti" di Boecklin) che costituivano una
specie di motivo unificante.
Jerry Hadley (Aschenbach) era
bravissimo a mostrare il percorso autodistruttivo del protagonista che
dall'iniziale capacità di autoanalisi e autocontrollo finisce
progressivamente col perdere volontà e dignità.
Molto bravo anche Alfonso
Antoniozzi che interpretava sette personaggi in cui il protagonista si
imbatte e che, sia pur diversi, rappresentano tutti il destino che conduce lo
scrittore verso la morte (da qui la scelta dell'autore di affidarli al
medesimo cantante).
Non del tutto mi ha convinto la
direzione di Bruno Bartoletti, certamente precisa nel far emergere
i vari timbri dell'orchestra (dove hanno un'importanza preponderante le
percussioni) ma insufficiente nel descrivere l'atmosfera di dissoluzione e di
disfacimento che pervade l'opera.
Belle le coreografie di Gheoghe
Iancu con Alessandro Riga nel ruolo (muto, ma mimato e danzato) di Tadzio.