Nabucco

Arena di Verona (? n.d.E.)

Verona

11 Luglio 2003

In forma epistolare.

 

Egregio Editore,
 
venerdì 11 luglio sono stato a Verona a sentire il Nabucco.
Ero già stato all'Arena nel 1981 e mi ero ripromesso di non ritornarci; invece, complice il fatto che la gita era organizzata da un associazione di cui faccio parte, ci sono ricascato.
Mi sono annoiato di brutto: da lontano si vede e si sente male.
Mi trovo in difficoltà a scriverLe la "recensione": non è possibile commentare uno spettacolo che non si è visto nè sentito.
O meglio: è possibile farlo solo se vi partecipa la divina JKK-Giugi: in quel caso il carisma dell'attrice è tale che ciò che non si vede si proietta comunque  nella nostra immaginazione così nitidamente che è come se si svolgesse davanti ai nostri occhi.
 
Ma ha Verona JKK non c'era e tutto si è ridotto in un'enorme rottura di coglioni (? n.d.E.).
Cosa potrei dirLe allora? Che Oren, che affrontava l'opera per l'ennesima volta, ne ha dato una lettura dignitosa ma non particolarmente tesa, coadiuvato da un'orchestra non esente da errori; che Nicoletta Curiel (Fenena) e Nazzareno Antinori (Ismaele) non avevano la voce per cantare in uno spazio ampio come l'Arena; che Giacomo Prestia (Zaccaria), che mi era piaciuto assai in altre circostanze, in quest'occasione mi è apparso meno autorevole (eccellente comunque la "sua" claque); che Alexandru Agache è stato un Nabucco più che dignitoso e cha Andrea Gruber mi è sembrato se la sia cavata piuttosto bene nell'impervio ruolo di Abigaille. 
Ma sono solo impressioni ricavate da quel poco di suono che arrivava.
 
Quanto alla parte visiva posso dirLe che la messa in scena, caratterizzata da figure zoomorfe,  è stata "da Arena": spettacolare e talora suggestiva, con grandi masse che si muovevano creando macchie di colore nell'ambito di un'ambientazione abbastanza tradizionale, tale da non traumatizzare il pubblico; nella parte alta dell'arena si svolgevano movimenti intrisi di simbolismo. Quanto ai particolari, nonostante avessi un binocolo più potente di quelli "da teatro", non erano percepibili: sarebbe stato necessario un binocolo da "bird watching" (il Maestro Damiano ne possiede più d'uno, bastava chiedere- n.d.E.).
 
Pubblico di una maleducazione unica: chi canticchiava, chi commentava, chi lasciava squillare i cellulari, chi scartocciava il pacchettino della candela da accendere, che consegnano all'ingresso per replicare un effetto scontato e risaputo.
 
Non vedevo l'ora che lo spettacolo finisse e quando hanno dato il "bis" del "Va pensiero..." (anch'esso scontato) l'idea di doverlo riascoltare mi ha infastidito.
In conclusione non capisco come, tutte le sere estive, 15.000 persone sentano il bisogno di pagare per partecipare a questa kermesse dove qualsiasi spettacolo, anche il migliore, non può essere goduto (errare è umano, perseverare... n.d.E.)