Teatro alla Scala

7 Dicembre 2001

 

 

 

Ultima prima della Scala prima del trasloco alla Bicocca per consentire il restauro e la modernizzazione del teatro del Piermarini.

Erano presenti il Presidente della Repubblica, vari Ministri, Sottosegretari e semplici Parlamentari, stelle e stelline dello spettacolo, stilisti, magistrati da copertina e vipperia varia, ma soprattutto era presente il Nostro Editore :

il quale, uscendo dal suo sdegnoso isolamento, ha portato la sua augusta persona ad assistere all'evento nonostante un fastidioso mal di schiena (lombalgia).

Data la sua ben nota competenza in campo musicale il presente commento riporterà anche le sue opinioni che saranno aggiunte alle mie in colore rosso.

 

Prima di entrare nei dettagli va detto che abbiamo assistito ad una esecuzione molto bella - io direi : memorabile.

Il maestro Muti, che aveva inaugurato l'anno verdiano con un Trovatore freddo e senz'anima, lo ha concluso con uno spettacolo di alto valore artistico e di forte presa emotiva. Naturalmente non tutto (ma quasi tutto)  è stato perfetto; in ogni modo gli appunti che seguiranno, anche quelli più critici, non intaccano il giudizio decisamente positivo sulla rappresentazione. E' assai difficile , se non impossibile assistere oggi ad un Otello di questa fattura.

Muti ha affrontato il primo atto con tempi assai rapidi; la scena iniziale della tempesta è stata caratterizzata da sonorità parossistiche; poteva sembrare un'esibizione di virtuosismo orchestrale; ricordiamo però che Massimo Mila scrisse che Verdi fa qui un deliberato ricorso "alle risorse più selvagge del suono, accettato come valore primordiale, ai confini col rumore" e che l'Otello va quindi inteso come "la manifestazione più matura e più alta dell'espressionismo verdiano". Dobbiamo prendere atto che la lettura di Muti coincide con quella del grande critico musicale. Va considerato peraltro che, nonostante il ricorso a sonorità esasperate, era possibile cogliere ogni singolo particolare della scrittura orchestrale.

La bellezza del suono e la cura del dettaglio ci hanno accompagnato per tutta l'opera.

Il vertice dell'accompagnamento orchestrale lo si è raggiunto nel quarto atto, tutto giocato sulle mezze tinte e sulla morbidezza timbrica, risultando evidenziati particolari che fino ad oggi non avevamo colto; un esempio per tutti: dopo la morte di Desdemona esce dall'orchestra il suono dei timpani con un tempo di marcia funebre.

Splendidamente condotti anche i concertati del secondo e del terzo atto.

Certo, nel secondo atto ci sono stati dei cali di tensioni; il "Credo scellerato" di Iago mi è parso suddiviso i tanti piccoli segmenti, forse Nucci ha contribuito a questa fastidiosa discontinuità mentre lo avrei preferito più  "continuo"; nel finale del secondo atto ("ora e per sempre addio sacre memorie" e giuramento) il volume dell'orchestra mi è parso eccessivo, tendendo a coprire le voci dei cantanti. Ma sono peccati veniali.

 Otello era cantato da Placido Domingo, che è stato l'interprete di riferimento di questo personaggio nell'ultimo quarto di secolo (lo aveva impersonato in 210 recite).

Avevamo dei dubbi che potesse reggere per intero una parte così impegnativa, considerando sia l'età (60 anni, ma c'è chi dice che ne avrebbe di più) sia gli sforzi sostenuti nella lunga carriera che lo ha portato a ricoprire più di cento ruoli e negli ultimi anni a distinguersi come tenore wagneriano. E questi dubbi sono stati confermati dall'andamento della seconda recita, quando il celebre tenore è stato colto da un malore e la rappresentazione è stata sospesa per un'ora ed ha in seguito dichiarato di sentirsi molto sollevato dal fatto che la terza recita sia stata cancellata a causa di uno sciopero. La sera della prima ha invece  cantato benissimo, non solo nei momenti più intimistici (finale del 1° e 4° atto in particolare), caratterizzati da uno scavo interiore del personaggio che oggi non ha uguali , ma anche nell' "Esultate" iniziale dove ha mostrato una voce potente e salda; il bellissimo timbro brunito sembra poi ideale per rappresentare chi "discende nella valle degli anni".  Io direi che sia il regista che il direttore hanno scolpito un Otello anziano e malinconico sfruttando meravigliosamente le peculiarità del tenore.Qualche difficoltà mi è sembrata emergesse nella parte conclusiva del secondo atto, anche perché, come scritto sopra, Muti ha tenuto un po' troppo elevato il volume dell'orchestra.

 Mi è piaciuta molto anche Frittoli nonostante qualche vibrato di troppo. Ha incarnato una Desdemona che all'inizio mostra un carattere forte reagendo con decisione alle accuse del marito, e che gradatamente sembra accettare al proprio destino esprimendo nel quarto atto (il migliore, lo ripeto, e divinamente accompagnato) malinconia e rassegnazione in un'emozionante esecuzione della "Canzone del salice" e dell' "Ave Maria", cantate tutte a mezza voce. A mio avviso ha invece avuto alcuni problemi d'intonazione causati forse dai postumi di una laringite.

 

Un gradino sotto gli altri mi è sembrato Leo Nucci.

Sia chiaro: la lettura "colloquiale" che ha dato di Iago mi è sembrato che tenesse in conto sia delle indicazioni di Arrigo Boito, il quale scriveva che "l'errore più grossolano e volgare che potrebbe fare un artista nell'interpretare Iago è di rappresentarlo come una specie di uomo demone", sia dell'opinione di Maurel, il baritono che per primo lo interpretò, che vedeva nell'impassibilità il carattere esterno più saliente del personaggio.  In questo senso l'interpretazione mi è apparsa perfetta. Ma, dal punto di vista più squisitamente musicale, in certi momenti mi è sembrato che cantasse "dentro"; quanto al "Credo", come già detto, lo avrei preferito di più ampio respiro. Sottoscrivo , aggiungendo che nell'Otello verdiano Jago è il motore dell'azione e che di conseguenza l'interprete deve essere dotato anche di grande carisma cosa che in questo caso è mancata. Nucci non ha assolutamente retto il confronto con l'assai più carismatico Domingo.

Bravissimo il coro.

 La messa in scena si basava sulle scene di Frigerio, sui (bei) costumi di Franca Squarciapino e  sulla regia di Graham Vick. Si era parlato tanto di un cilindro posto al centro della scena; in realtà si trattava di una fortezza di forma cilindrica dai colori grigio e rame, all'interno della quale era circoscritta l'azione (che nulla aveva a che fare con il cubo ingombrante, freddo e poco funzionale posto al centro della scena nel Macbeth di tre anni fa); si è trattato in sostanza di un'ambientazione tradizionale. Peccato per quel brutto letto in legno e ferro del quarto atto: d'accordo che Otello è un militare e quella branda poteva richiamare la  vita di caserma, ma tutto ciò strideva con l'impostazione tradizionale e i costumi tutt'altro che spartani dei personaggi.

 Quanto alla regia si è trattato di una delle migliori di Vick, con molte intuizioni felici.

Cassio appare in scena sbaciucchiandosi con una donna dall'atteggiamento palesemente "leggero": questo non solo mette subito a fuoco la sua personalità di donnaiolo un po' fatuo (un "piacione" si direbbe oggi), ma rispecchia quanto troviamo nella tragedia di Shakespeare, dove Bianca, la donna con cui Cassio sta  amoreggiando, è definita dal medesimo come "donna a tariffa".

Nel duetto del primo atto, che dovrebbe segnare il culmine della felicità e dell'armonia tra i due protagonisti, quando Otello canta i versi :

Tale è il gaudio dell'anima che temo,

Temo, che più non mi sarà concesso 

Quest'attimo divino

Nell'ignoto avvenir del mio destino. 

si pone al proscenio, rivolto verso la sala, estraniandosi da Desdemona, sottolineando il senso di timore e di incertezza insito in quelle parole, quasi a evidenziare come il destino dei due amanti sia segnato fin dall'inizio, ancor prima che Iago ponga in atto i suoi inganni. Non so se l'idea sia stata del direttore, del regista o di Domingo stesso, sta di fatto che è stata felice.

 Apprezzabile è anche la scena del colloquio tra Iago e Cassio, con Otello nascosto in un sotterraneo ad ascoltare: Iago fa cadere sopra la grata dalla quale Otello spia la scena, il fazzoletto, prova del tradimento di Desdemona; fazzoletto leggerissimo ma pesante come un macigno e che ha effetti devastanti sulla fragile psiche di Otello.

Di grande impatto drammatico anche il momento in cui Otello, dando della cortigiana a Desdemona, le straccia le veste; peccato che il successivo movimento con cui le bacia (o le lecca) la spalla nuda sia stato tanto repentino da apparire un po' ridicolo. Che Placido si sia preso qualche libertà ? Non sarebbe la prima volta (in passato ho assistito a scene assai più esplicite ...).

Per concludere ribadisco che, nel complesso, è stata un' ottima esecuzione, che ha  meritato il grande successo di pubblico riscosso (ma questo non sarebbe significativo, specie alla "Prima", dove molti spettatori vanno per "esserci" piuttosto che per ascoltare) con tutte le maestranza del Teatro sul palcoscenico a ricevere applausi ed a salutare prima del trasferimento alla Bicocca.

Chi volesse vedere alcune immagini della serata può farlo cliccando sulla foto posta qui sotto.