Otello

Teatro Comunale

Firenze

20 Giugno 2003

 

 

Ultima opera in programma al 66° maggio Musicale Fiorentino, l' OTELLO doveva esserne anche il piatto forte.
Regista Lev Dodin, che a Firenze aveva messo in scena un'ottima Elettra, una sensazionale Lady Macbeth del distretto di Mzensk, che vinse anche il premio Abbiati, ed una Dama di Picche a cui, pur andando in parte la regia in direzione opposta alla musica, non si può negare una certa genialità.
Otello era Vladimir Galouzine, che a Firenze era stato uno splendido Hermann nella suddetta Dama di Picche, e che interpreta la parte del Moro di Venezia nei maggiori teatri del mondo; Desdemona, Barbara Frittoli che da tempo è una delle interpreti più accreditati in questo ruolo, che ha già eseguito sotto la direzione di Muti ed Abbado; Jago era Carlo Guelfi, che già a Firenze si era ben comportato sia come Simon Boccanegra sia come Conte di Luna.
Una squadra di ottimi giocatori per cui c'erano tutti i presupposti per attendersi un grande spettacolo. Invece così non è stato: molti sono state i dissensi, espressi dal pubblico anche in modo rumoroso.
A mente fredda dobbiamo dire che la vera causa dell' insuccesso va ricercata nell'interpretazione di Vladimir Galouzine, il quale non è sembrato nemmeno il lontano parente di quello che si era esibito al Comunale qualche anno fa; nè la differenza può essere spiegata solo con il passaggio da un ruolo "russo" a  un ruolo "italiano": infatti ad una pronunzia pessima ha assommato un fraseggio inesistente, un brutto timbro, un'emissione tutt'altro che limpida ed una recitazione che, ad essere buoni, deve definirsi "datata"; un' interpretazione abbondantemente sotto i limiti della decenza. Data l'importanza del suo personaggio nell'opera è evidente che quest'ultima ne risultasse compromessa, a prescindere dalla prestazione degli altri interpreti.
Tra questi la Frittoli, oltre ad esibire una grande presenza scenica, ha cantato assai bene dimostrando di avere ormai interiorizzato il ruolo come poche altre cantanti; ma in tal modo si poneva, rispetto all'Otello di Galouzine, come termine di paragone impietoso: nel duetto che conclude il primo atto il  fraseggio di lei, volto a conferire significato ad ogni nota, con splendide mezze voci e pianissimi, faceva risaltare ancor di più il canto monotono, uniforme, generico, sempre sul forte, del tenore; al punto da farmi pensare che forse sarebbe stato meglio che anche il soprano fosse stato mediocre.
Anche Guelfi è stato bravo: cantante affidabile e buon interprete, ha reso un Jago sufficientemente controllato e luciferino.
Sotto tono invece Zubin Metha: a parte il coro "Dio, fulgor della bufera!" dove ha coperto completamente le voci, per il resto ci ha offerto una direzione assai "tenuta" attento a rispettare i cantanti e ad evidenziare certi preziosismi timbrici  (in questo non sempre ben coadiuvato dall' orchestra) ma a scapito dell'effetto drammatico, che pure in quest'opera è essenziale. In ogni modo alcuni singoli momenti mi sono piaciuti e la lettura dell' Ave Maria (grazie anche all'apporto della Frittoli) è stata memorabile.
E veniamo a Dodin: si è servito di una scena unica (come suo solito) in bianco e nero; oggetti sul palcoscenico solo un paravento e una struttura che nell'ultimo atto ha la funzione di un letto (oggi si definisce "regia minimalista"); è una scena che può venire buona per qualsiasi opera: Otello come Così fan tutte; Barbiere di Siviglia come Boris Godunov; il coro non partecipava all'azione ma, vestito in abiti da concerto, ne stava ai lati limitandosi  a commentarla; quanto sopra si sarebbe potuto giustificare con una minuziosa ed indovinata direzione dei cantanti; che stavolta, a mio parere, è mancata. Certo, alcuni momenti riusciti ci sono stati, ma nell'insieme la  regia non ha regalato grandi emozioni ed alcune scelte  non mi sono piaciute.
Alcuni esempi: durante il coro "Dio fulgor della bufera!" i personaggi principali si inginocchiano e si fanno il segno della croce; all'inizio funziona, ma due minuti di segni della croce sono troppi....Brutto anche il "Fuoco di Gioia" accompagnato da un balletto di ragazzotti a dorso nudo; la struttura-letto in mezzo alla scena dà più fastidio che altro e quando è utilizzata perché vi si siedano i musicisti ad accompagnare l' entrata di Desdemona, i primi coprono completamente la vista di quest'ultima. E la morte di Desdemona, che se ne sta ferma ed immobile mentre il marito preannuncia che l'ucciderà, è un po' ridicola.
La prima considerazione che mi è venuta da fare è che sarebbe stata più opportuno fare un'esecuzione in forma di concerto: si sarebbero risparmiato molto denaro per ottenere un effetto non molto diverso.
A mente fredda devo dire che forse anche questo giudizio è stato condizionato dalla pessima prova di Galouzine (il cui modo di recitare "vecchio stile" avrebbe comunque pesato come un macigno su qualsiasi tentativo di regia) e che se l'interprete di Otello fosse stato buono avrei visto tutta l'opera sotto un profilo diverso ed anche le altre carenze mi avrebbero infastidito meno.
Ma al cosa più triste è che il tenore russo è considerato tra i migliori Otello in circolazione, la qual cosa ci dice quanto sia difficile oggi rappresentare quest'opera.
 
Come appendice devo riportare l'autorevole giudizio del Nostro Editore; Egli ha definito la rappresentazione VERGOGNOSA.
Era talmente arrabbiato da non voler nemmeno andare a sentire, qualche giorno dopo, il concerto di musiche sinfoniche brahamsiane, diretto da Metha, per cui aveva già il biglietto (poi fortunatamente ci ha ripensato) e da orientarsi nel non rinnovare l'abbonamento per il prossimo Maggio.
La cosa ci preoccupa assai, anche perché, non piacendogli Simon Rattle, avrebbe deciso anche di smettere di andare al Festival di Pasqua di Salisburgo.
Senza voler entrare nel merito delle sue scelte musicali, quello che ci dispiace è che Egli rischia di rinchiudersi sempre più nel suo sdegnoso isolamento, all'interno delle mura senesi, o ancora meglio all'interno del Monsalvat di San Prospero, orfano di Abbado (che dirige pochissimo) e di Muti (non andrà più a Milano fino alla riapertura della Scala perché non gli piace il Teatro degli Arcimboldi), limitandosi ad ascoltare i concerti del Festival MUSICA E ROSSI TOSCANI, del quale è il Direttore Artistico: una forma di autarchia stile "ventennio", che, in epoca di globalizzazione, è quanto meno antistorica