Entriamo nel dettaglio: la prima cosa che si notava,
e che ha fatto imbufalire sia il nostro Editore che chi scrive, era l'assenza
dei recitativi, completamente tagliati, la qual cosa ha penalizzato di non
poco l'esecuzione. Questa scelta, decisamente di retroguardia, visto che certi
tagli usavano fino agli anni '50, è deprecabile sotto ogni punto di vista.
Innanzi tutto è una bestemmia dal punto di vista
filologico: se Beethoven li ha previsti perchè toglierli, snaturando la
struttura tipica del Singspiel ?
Peraltro talvolta delle scelte condannabili sotto il
profilo della filologia non lo sono sotto quello della drammaturgia. Due
esempi: quest'anno abbiamo ascoltato l' IPHIGENIE EN AULIDE di Gluck, diretta
da Muti, con il finale composto da Wagner: scorrettezza filologica, ma
miglioramento drammaturgico, visto che il finale di Gluck non è dei più
riusciti.
Secondo esempio: Claudio Abbado ha eseguito le
musiche di RE LEAR di Shostakovich contemporaneamente alla proiezione
dell'omonimo film di Grigorij Kozincev. Mentre scorrevano le immagini venivano
eseguite non solo le musiche che il compositore russo aveva composto per il
film, ma anche quelle composte, circa trenta anni prima, per il teatro: si è
trattato quindi di un'operazione in buona parte arbitraria, ma dall'innegabile
suggestione emotiva.
Nel caso del Fidelio invece il taglio dei recitativi
ha penalizzato l'opera anche dal punto di vista musicale e drammaturgico. Dal
punto di vista musicale perché ne è risultata una serie di pezzi chiusi
appiccicati l'uno all'altro, senza l'effetto tensione-distensione che creano i
recitativi; dal punto di vista drammaturgico perché non solo molte cose
risultavano incomprensibili ha chi non conosceva la trama dell'opera, ma anche
perché il regista perdeva la possibilità di sviluppare le proprie idee.
Un esempio su tutti: nella messa in scena
salisburghese Marcellina appariva in stato interessante (evidentemente di
Jaquino): era un'idea che poteva essere valida se sviluppata; invece veniva
buttata lì senza alcun seguito risultando sterile. Inoltre alcuni silenzi tra
un pezzo e l'altro mi sono apparsi imbarazzanti.
Peccato perché la messa in scena nel complesso
non era male: costumi moderni, grandi spazi attraversati da suggestivi
tagli di luce, alcune buone idee, quali quella dell'ammasso di scarpe
nella prigione, che ci rimandava alle tristi immagini dei lager nazisti;
Florestano imprigionato in una camicia di forza (ahimè di color giallo, il
che stonava con una regia tutta in bianco e nero); i prigionieri col
volto coperto da una calza (tolta nella scena finale) come a significare che
la perdita della libertà uniforma le personalità sino ad annullarle.
Certo, alte cose ci hanno convinto meno: non mi è
chiaro perché Rocco canti con fare truce l'aria dell'oro; e non mi è
piaciuto l'ultimo cambio di scena dove avrei preferito un maggior contrasto
buio-luce.
Quanto alla parte musicale l'opera è stata
assai ben suonata dalla Filarmonica di Berlino, ma non altrettanto bene
interpretata dal suo direttore Sir Simone Rattle: splendido suono ma nessuna
emozione; uniformità di lettura dell'opera senza alcuna differenziazione tra
la prima parte -dramma domestico - e la seconda - dramma etico universale;
uniformità nell' eseguire il coro dei prigionieri, cantato con poche
sfumature.
Anche i cantanti non hanno convinto fino in fondo:
Angela Denoke (Leonora) ha cantato benino ma non ha coinvolto; Jon
Villars (Florestano) ha una voce potente, adatta ai grandi spazi della Grosses
Festspielhaus, ma è poco espressivo e manifesta problemi non appena deve
affrontare momenti di agilità; corretto ma senza particolare personalità
Laszlo Polgar (Rocco); bravo Rainer Trost (Jaquino); qualche incertezza invece
per Juliane Banse (Marcellina) ; Alan Held ci ha regalato un Don Pizzarro
luciferino; non ha una voce di particolare fascino, ma mi è piaciuto dal
punto di vista interpretativo; Thomas Quasthoff, al suo debutto nel
teatro d'opera, è stato meno autorevole di come siamo abituati ad ascoltarlo
in oratori e Lieder.
In conclusione una edizione con molte pecche, che non
ha regalato alcuna emozione e comunque inaccettabile per un festival come
quello di Pasqua di Salisburgo, dove, dati i prezzi altissimi, si è portati a
pretendere un'altrettanto altissima qualità.
Quanto ai concerti sinfonici Rattle ha ben
diretto LE STAGIONI di Haydn, coadiuvato da ottimi interpreti vocali, timbrati
ed espressivi quali Thomas Quasthoff, Ian Bostridge e Christiane Oelze,
quest'ultima dalla voce un po' piccola per la Grosses Festpielhause: è stata
un'esecuzione che ha evitato di restituirci un Haydn tutto cipria e merletti
(che ha chi scrive non piace) evidenziando i momenti drammatici della
partitura.
Più discontinua l'esecuzione della V di Mahler
nell'altro concerto sinfonico (preceduta da un'opera prima di Goebbels, scritta
appositamente per i Berliner Philharmoniker, che vedeva impegnata un'orchestra
con la compagine degli archi formata dai soli contrabbassi e con fiati
percussioni e tastiere a volontà); momenti di grande musica si sono alternati
a momenti (in particolare nell'ultimo movimento) in cui è sembrato che il
direttore fosse proteso alla ricerca dell'effetto strappa applausi,
nell'esaltazione della dinamica del suono, che raggiungeva dei fortissimo che
mal si conciliavano con una lettura omogenea.
Per la cronaca, nel terzo movimento il primo corno è
stato chiamato a suonare davanti all'orchestra: per chi stava in galleria
(come chi scrive) nessun problema; chi stava in platea, ed in particolare
per il Nostro Editore, che aveva addirittura un biglietto di terza fila, pare
che abbia sentito solo il corno, che copriva tutta l'orchestra.
In generale, per quanto riguarda Rattle, mi rimasta
la sensazione che tenda, qualunque sia l'autore che esegue, ed
accentuare gli effetti, per cui il forte è sempre un po' più forte, il
piano sempre un po' più piano, il rallentando è ostentato e cosi via..., in
una lettura che spesso sembra sopra il rigo, didascalica e un po'
innaturale.
Peraltro il mio giudizio è molto sfumato rispetto a
quello del Nostro Editore il quale, ogni volta che lo ascolta, esce sempre più
arrabbiato, e stavolta ha manifestato l'intenzione di non tornare al Festival
di Pasqua di Salisburgo e di chiudersi di nuovo nel suo sdegnoso isolamento.
Quanto al concerto diretto da Haitink è stata
eseguita l'ottava sinfonia di Bruckner; splendidamente suonata ma priva di
quell'afflato religioso che è una costante nella musica dei questo
compositore.
Il concerto della domenica mattina (musiche di
Vivaldi, Handel, Locatelli, Sammartini) vedeva come protagonista l'ensemble
"Il Giardino Armonico", compagine omogenea ed affiatata, anche se
spesso la sua esecuzione "a strappi" mi ha lasciato perplesso; il
direttore Giovanni Antonini si è esibito anche come solista di flauto dolce,
strumento dal suono talmente flebile che è parso evidente a tutti come sia
stato soppiantato dal flauto traverso; guest star era la violinista
Victoria Mullova che affrontava un repertorio che non è certo quello in cui
si esprime meglio.
Al festival era presente un nutrito gruppo di
"compagni di merende", capitanati dal Nostro Editore, che si è
peritato di organizzarci le giornate, andando in ansia non appena qualcosa non
funzionava alla perfezione (vedi ritardi del Maestro Damiano).
Si è trattato di una vacanza piacevole, trascorsa
tra donne
e champagne
,
sfoggi di eleganza
e momenti più "casual"
,
attimi di tenerezza
e contatti pericolosi
,
spese folli 
e,
a festival concluso, addii strazianti
.
Naturalmente non poteva mancare la regale presenza
del Maestro Damiano
,
che ha suonato, magistralmente come al solito, nei tre concerti sinfonici; era
accompagnato dalla eterna fidanzata (da ben 14 anni: gran prova d'amore!) e
celebre aiuto regista Julia Katharina Kaboth (in arte GiuGI),
la quale era reduce dall'aver collaborato alla messa
in scena di TRAVIATA, alla Staatsoper Unter der Linden a Berlino, sotto la
direzione di Daniel Baremboim; ci ha detto che il tenore del caso, tale
Rolando Villazon, non l' ha corteggiata (incredibile!); ma se pensate che
la Nostra stia perdendo colpi vi sbagliate di grosso: è stato notato come
Ella era guardata con occhio lussurioso da un cornista dell'orchestra, del
quale tacciamo il nome per pura carità di patria.
Lei dice che è
un amico che prova solo gratitudine nei suoi confronti, perché Lei lo ha assistito
quando era malato: sarà... ma ha me è venuto subito in mente il film
"L'infermiera" (1975) con protagonista la mai troppo compianta
Ursula Andress [per gli appassionati del genere segnaliamo anche
"L'infermiera di notte" (1979) con quella grande attrice che fu
Gloria Guida nel suo periodo aureo, e "L'infermiera nella corsia dei
militari" (1979), con protagonista Nadia Cassini, uno dei volti
(? n.d.E.) più espressivi della storia del cinema]. La Nostra Assistente di regia ci ha anche anticipato
che forse il prossimo anno debutterà sulle scene liriche ricoprendo dei
ruoli muti: speriamo che questa speranza si concretizzi e che essa possa
esibirsi, il più discinta possibile naturalmente, sul palcoscenico: in tal
caso noi saremo là, in prima fila (alla faccia dell'acustica) per farvi il
resoconto dello spettacolo.
Quanto al mitico Maestro dobbiamo registrare che ha
suonato splendidamente nonostante avesse la mente rivolta a cose affatto
diverse dalla musica: infatti oltre alle donne e all'aereo (sue passion
predominanti) ora è assillato dalla ristrutturazione della casa a Orgia, dal
trattamento del cotto (che pare dia più sul giallo che sul rosso), dagli
onerosi debiti che ha contratto per sistemare il suo patrimonio immobiliare
toscano e, soprattutto, dall'eventuale acquisto dell'appartamento contiguo,
che guarda nel suo giardino e non acquistando il quale non avrebbe alcuna privacy
(quasi che ne avesse una !!!) e non potrebbe prendere il sole nudo ...
Siamo peraltro sicuri grazie al suo talento
multiforme e all'assistenza professionale del commercialista più
canterino del mondo,
saprà superare tutti questi problemi.
L'
importante è che non se ne crei di altri.
Durante questi pochi giorni abbiamo captato strane
voci sul suo futuro professionale, che non riportiamo per rispetto della sua
riservatezza (ahahah!) ma che ci hanno turbato non poco.
Perchè turbarsi delle scelte altrui? E' presto
detto: se la vita della "persona Maestro Damiano" è affare suo, le
vicende del "personaggio Maestro Damiano", così come creato dal
Nostro Editore nel presente sito web, ormai trascendono quelle dalla sua persona ed
investono tutti i frequentatori del sito come essi se lo rappresentano e come
è stato loro rapppresentato dall'Editore che ne ha fatto ormai UN EROE DEI
NOSTRI TEMPI.
In altri termini, così come Ulisse altro non era che
un un re di un'isoletta sperduta nel Mediterraneo e solo grazie ad Omero è
divenuto un mito, così il Maestro Damiano altro non era che un suonatore di
fagotto, bravissimo, certo, ma chi volete che se lo fili un suonatore di
fagotto? Il Nostro Editore, novello Omero - quello era cieco, questo con un
quadro clinico assai più vario (più serio n.d.E.) - ne ha fatto un MITO: con
la differenza fondamentale che mentre Ulisse è morto e non può più fare cazzate
tali da distruggere il proprio mito, il Maestro Damiano è vivo e vegeto....
con tutto ciò che ne discende.
Ci auguriamo pertanto che Egli, consapevole del fatto
che il suo personaggio si è pirandellianamente distaccato dalla sua persona
ed ha acquisito una vita autonoma, vita a cui ormai partecipano tutti i
frequentatori del presente sito, che, mitizzandolo, lo hanno eletto a
proprio Eroe, sappia fare le proprie scelte professionali in modo da
accrescere il proprio mito e non farlo crollare.