Primo Festival di Salisburgo dell'era Rattle con la consueta formula: un'opera e tre concerti di cui uno con voci e coro (tutti con l'orchestra dei Berliner Philharmoniker);
 

 

in aggiunta un concerto di musica barocca la domenica mattina.
 
L'interesse maggiore era riservato al FIDELIO di Beethoven: si è trattata di un' esecuzione con luci ed ombre, ma nel complesso deludente.
Entriamo nel dettaglio: la prima cosa che si notava, e che ha fatto imbufalire sia il nostro Editore che chi scrive, era l'assenza dei recitativi, completamente tagliati, la qual cosa ha penalizzato di non poco l'esecuzione. Questa scelta, decisamente di retroguardia, visto che certi tagli usavano fino agli anni '50, è deprecabile sotto ogni punto di vista. 
Innanzi tutto è una bestemmia dal punto di vista filologico: se Beethoven li ha previsti perchè toglierli, snaturando la struttura tipica del Singspiel ?
Peraltro talvolta delle scelte condannabili sotto il profilo della filologia non lo sono sotto quello della drammaturgia. Due esempi: quest'anno abbiamo ascoltato l' IPHIGENIE EN AULIDE di Gluck, diretta da Muti, con il finale composto da Wagner: scorrettezza filologica, ma miglioramento drammaturgico, visto che il finale di Gluck non è dei più riusciti.
Secondo esempio: Claudio Abbado ha eseguito le musiche di RE LEAR di Shostakovich contemporaneamente  alla proiezione dell'omonimo film di Grigorij Kozincev. Mentre scorrevano le immagini venivano eseguite non solo le musiche che il compositore russo aveva composto per il film, ma anche quelle composte, circa trenta anni prima, per il teatro: si è trattato quindi di un'operazione in buona parte arbitraria, ma dall'innegabile suggestione emotiva.
Nel caso del Fidelio invece il taglio dei recitativi ha penalizzato l'opera anche dal punto di vista musicale e drammaturgico. Dal punto di vista musicale perché ne è risultata una serie di pezzi chiusi appiccicati l'uno all'altro, senza l'effetto tensione-distensione che creano i recitativi; dal punto di vista drammaturgico perché non solo molte cose risultavano incomprensibili ha chi non conosceva la trama dell'opera, ma anche perché il regista perdeva la possibilità di sviluppare le proprie idee.
Un esempio su tutti: nella messa in scena salisburghese Marcellina appariva in stato interessante (evidentemente di Jaquino): era un'idea che poteva essere valida se sviluppata; invece veniva buttata lì senza alcun seguito risultando sterile. Inoltre alcuni silenzi tra un pezzo e l'altro mi sono apparsi imbarazzanti.
Peccato perché la messa in scena nel complesso non era male: costumi moderni, grandi spazi attraversati da suggestivi tagli di luce, alcune buone idee, quali quella dell'ammasso di scarpe nella prigione, che ci rimandava alle tristi immagini dei lager nazisti; Florestano imprigionato in una camicia di forza (ahimè di color giallo, il che stonava con una regia tutta in bianco e nero); i prigionieri col volto coperto da una calza (tolta nella scena finale) come a significare che la perdita della libertà uniforma le personalità sino ad annullarle.
Certo, alte cose ci hanno convinto meno: non mi è chiaro perché Rocco canti con fare truce l'aria dell'oro; e non mi è piaciuto l'ultimo cambio di scena dove avrei preferito un maggior contrasto buio-luce.
 
Quanto alla parte musicale  l'opera è stata assai ben suonata dalla Filarmonica di Berlino, ma non altrettanto bene interpretata dal suo direttore Sir Simone Rattle: splendido suono ma nessuna emozione; uniformità di lettura dell'opera senza alcuna differenziazione tra la prima parte -dramma domestico - e la seconda - dramma etico universale; uniformità nell' eseguire il coro dei prigionieri, cantato con poche sfumature.
Anche i cantanti non hanno convinto fino in fondo: Angela Denoke (Leonora) ha cantato benino ma non ha coinvolto; Jon Villars (Florestano) ha una voce potente, adatta ai grandi spazi della Grosses Festspielhaus, ma è poco espressivo e manifesta problemi non appena deve affrontare momenti di agilità; corretto ma senza particolare personalità Laszlo Polgar (Rocco); bravo Rainer Trost (Jaquino); qualche incertezza invece per Juliane Banse (Marcellina) ; Alan Held ci ha regalato un Don Pizzarro luciferino; non ha una voce di particolare fascino, ma mi è piaciuto dal punto di vista interpretativo; Thomas Quasthoff, al suo debutto nel teatro d'opera, è stato meno autorevole di come siamo abituati ad ascoltarlo in oratori e Lieder.
In conclusione una edizione con molte pecche, che non ha regalato alcuna emozione e comunque inaccettabile per un festival come quello di Pasqua di Salisburgo, dove, dati i prezzi altissimi, si è portati a pretendere un'altrettanto altissima qualità.
 
Quanto ai concerti sinfonici  Rattle ha ben diretto LE STAGIONI di Haydn, coadiuvato da ottimi interpreti vocali, timbrati ed espressivi quali Thomas Quasthoff, Ian Bostridge e Christiane Oelze, quest'ultima dalla voce un po' piccola per la Grosses Festpielhause: è stata un'esecuzione che ha evitato di restituirci un Haydn tutto cipria e merletti (che ha chi scrive non piace) evidenziando i momenti drammatici della partitura.
 
Più discontinua l'esecuzione della V di Mahler nell'altro concerto sinfonico (preceduta da un'opera prima di Goebbels, scritta appositamente per i Berliner Philharmoniker, che vedeva impegnata un'orchestra con la compagine degli archi formata dai soli contrabbassi e con fiati percussioni e tastiere a volontà); momenti di grande musica si sono alternati a momenti (in particolare nell'ultimo movimento) in cui è sembrato che il direttore fosse proteso alla ricerca dell'effetto strappa applausi, nell'esaltazione della dinamica del suono, che raggiungeva dei fortissimo che mal si conciliavano con una lettura omogenea.
Per la cronaca, nel terzo movimento il primo corno è stato chiamato a suonare davanti all'orchestra: per chi stava in galleria (come chi scrive) nessun problema; chi stava in platea, ed in particolare per il Nostro Editore, che aveva addirittura un biglietto di terza fila, pare che abbia sentito solo il corno, che copriva tutta l'orchestra. 
 
In generale, per quanto riguarda Rattle, mi rimasta la sensazione che tenda, qualunque sia l'autore che esegue, ed accentuare  gli effetti, per cui il forte è sempre un po' più forte, il piano sempre un po' più piano, il rallentando è ostentato e cosi via..., in una lettura che spesso sembra sopra il rigo, didascalica e un  po' innaturale.
Peraltro il mio giudizio è molto sfumato rispetto a quello del Nostro Editore il quale, ogni volta che lo ascolta, esce sempre più arrabbiato, e stavolta ha manifestato l'intenzione di non tornare al Festival di Pasqua di Salisburgo e di chiudersi di nuovo nel suo sdegnoso isolamento.
 
Quanto al concerto diretto da Haitink è stata eseguita l'ottava sinfonia di Bruckner; splendidamente suonata ma priva di quell'afflato religioso che è una costante nella musica dei questo compositore.
 
Il concerto della domenica mattina (musiche di Vivaldi, Handel, Locatelli, Sammartini) vedeva come protagonista l'ensemble "Il Giardino Armonico", compagine omogenea ed affiatata, anche se spesso la sua esecuzione "a strappi" mi ha lasciato perplesso; il direttore Giovanni Antonini si è esibito anche come solista di flauto dolce, strumento dal suono talmente flebile che è parso evidente a tutti come sia stato soppiantato  dal flauto traverso; guest star era la violinista Victoria Mullova che affrontava un repertorio che non è certo quello in cui si esprime meglio.
 
Al festival era presente un nutrito gruppo di "compagni di merende", capitanati dal Nostro Editore, che si è peritato di organizzarci le giornate, andando in ansia non appena qualcosa non funzionava alla perfezione (vedi ritardi del Maestro Damiano).
Si è trattato di una vacanza piacevole, trascorsa tra donne e champagne , sfoggi di eleganza e momenti più "casual" img_0520_r1.jpg (45543 byte), attimi di tenerezza e contatti pericolosi ,  spese folli img_0525.jpg (27321 byte)e, a festival concluso, addii strazianti .
 
Naturalmente non poteva mancare la regale presenza del Maestro Damiano , che ha suonato, magistralmente come al solito, nei tre concerti sinfonici; era accompagnato dalla eterna fidanzata (da ben 14 anni: gran prova d'amore!) e celebre aiuto regista Julia Katharina Kaboth (in arte GiuGI),
 

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la quale era reduce dall'aver collaborato alla messa in scena di TRAVIATA, alla Staatsoper Unter der Linden a Berlino, sotto la direzione di Daniel Baremboim; ci ha detto che  il tenore del caso, tale Rolando Villazon, non l' ha corteggiata (incredibile!); ma se pensate che la Nostra stia perdendo colpi vi sbagliate di grosso: è stato notato come Ella era guardata con occhio lussurioso da un cornista dell'orchestra, del quale tacciamo il nome per pura carità di patria. Lei dice che è un amico che prova solo gratitudine nei suoi confronti, perché Lei lo ha assistito quando era malato: sarà... ma ha me è venuto subito in mente il film "L'infermiera" (1975) con protagonista la mai troppo compianta Ursula Andress [per gli appassionati del genere segnaliamo anche "L'infermiera di notte" (1979) con quella grande attrice che fu Gloria Guida nel suo periodo aureo, e "L'infermiera nella corsia dei militari" (1979), con protagonista  Nadia Cassini, uno dei volti  (? n.d.E.)  più espressivi della storia del cinema]. La Nostra Assistente di regia ci ha anche anticipato che forse il prossimo anno debutterà sulle scene liriche ricoprendo dei ruoli muti: speriamo che questa speranza si concretizzi e che essa possa esibirsi, il più discinta possibile naturalmente, sul palcoscenico: in tal caso noi saremo là, in prima fila (alla faccia dell'acustica) per farvi il resoconto dello spettacolo.
Quanto al mitico Maestro dobbiamo registrare che ha suonato splendidamente nonostante avesse la mente rivolta a cose affatto diverse dalla musica: infatti oltre alle donne e all'aereo (sue passion predominanti) ora è assillato dalla ristrutturazione della casa a Orgia, dal trattamento del cotto (che pare dia più sul giallo che sul rosso), dagli onerosi debiti che ha contratto per sistemare il suo patrimonio immobiliare toscano e, soprattutto, dall'eventuale acquisto dell'appartamento contiguo, che guarda nel suo giardino e non acquistando il quale non avrebbe alcuna privacy (quasi che ne avesse una !!!) e non potrebbe prendere il sole nudo ...
Siamo peraltro sicuri grazie al suo talento multiforme e all'assistenza professionale del commercialista più canterino del mondo,

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 saprà superare tutti questi problemi.
 L' importante è che non se ne crei di altri.
Durante questi pochi giorni abbiamo captato strane voci sul suo futuro professionale, che non riportiamo per rispetto della sua riservatezza (ahahah!) ma che ci hanno turbato non poco.
Perchè turbarsi delle scelte altrui? E' presto detto: se la vita della "persona Maestro Damiano" è affare suo, le vicende del "personaggio Maestro Damiano", così come creato dal Nostro Editore nel presente sito web, ormai trascendono quelle dalla sua persona ed investono tutti i frequentatori del sito come essi se lo rappresentano e come è stato loro rapppresentato dall'Editore che ne ha fatto ormai UN EROE DEI NOSTRI TEMPI.
In altri termini, così come Ulisse altro non era che un un re di un'isoletta sperduta nel Mediterraneo e solo grazie ad Omero è divenuto un mito, così il Maestro Damiano altro non era che un suonatore di fagotto, bravissimo, certo, ma chi volete che se lo fili un suonatore di fagotto? Il Nostro Editore, novello Omero - quello era cieco, questo con un quadro clinico assai più vario (più serio n.d.E.) - ne ha fatto un MITO: con la differenza fondamentale che mentre Ulisse è morto e non può più fare cazzate tali da distruggere il proprio mito, il Maestro Damiano è vivo e vegeto.... con tutto ciò che ne discende.
Ci auguriamo pertanto che Egli, consapevole del fatto che il suo personaggio si è pirandellianamente distaccato dalla sua persona ed ha acquisito una vita autonoma, vita a cui ormai partecipano tutti i frequentatori del presente sito, che, mitizzandolo, lo hanno eletto a proprio Eroe, sappia fare le proprie scelte professionali in modo da accrescere il proprio mito e non farlo crollare. 
 
AD MAIORA MAESTRO!