Pretre
Auditorium
Parco della musica
Roma
17 Gennaio 2004

Il concerto di
George Pretre, a Roma, era innnazitutto un pretesto per conoscere il
nuovo Auditorium inaugurato circa un anno fa.
Quanto alla parte
musicale le aspettative non erano eccessive: infatti avevo ascoltato molte
volte questo direttore, talvolta con risultati notevoli, ma l'ultima,
il 24 febbraio 2002 a Firenze,
con esiti piuttosto deludenti.
Invece sono uscito dal
concerto entusiasta.
Certamente anche per
l'ottima acustica della sala grande: ho ascoltato la prima parte del concerto
dalla 18^ fila (meglio) e la seconda parte dall' 8^ e mi è sembrato che questa
grande cassa armonica, tutta rivestita il legno, dalle linee che ricordano
la Grande sala ove suona la Filarmonica di Berlino (ma la resa dell'Auditorium
romano è sicuramente migliore), ci faccia percepire il suono in modo
ottimale; resta da verificare come si senta dalla galleria; molti dei posti
sono dietro l'orchestra e, come in ogni altro auditorium, non promettono nulla
di buono. Ma quanto alla qualità di ascolto dalla platea non penso che si
potesse chiedere molto di più.
Altra piacevole sorpresa
è stata l'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, che ricordavo
poco più che mediocre e che in questi ultimi anni ha fatto passi da gigante e
ha mostrato ottime prime parti.
Ma il vero protagonista
della serata è stato il Maestro francese, che quest'anno compie 80 anni.
La sua direzione è stata
poetica e coinvolgente.
Il Don Giovanni di R.
Strauss, uno dei poemi sinfonici più ispirati del compositore tedesco, prima
di scadere nella retorica e nella prolissità della Sinfonia della Alpi e di
Vita d'Eroe, è stato reso esaltando il vitalismo del primo tema,
rappresentante il libertino, ed il contrasto con i temi più lirici e cantabili
che corrispondono all'elemento femminile, in un orgia di colori orchestrali.
E' seguita, sempre dello
stesso autore, la suite tratta dall'opera Il Cavaliere della Rosa: un'opera
intrisa di nostalgia che il Pretre ha reso con un sapiente uso del rubato,
portato talvolta al limite della parodia.
Il Gloria di Poulenc,
serena e schietta opera religiosa, è stato letto in maniera "rilucente" ,
senza peraltro che ne fossero penalizzati i passaggi più lirici e toccanti; il
tutto grazie anche ha un ottimo coro (non per nulla il suo direttore è Roberto
Gabbiani) e al soprano Norah Amsellem, sicura nella tecnica e sufficientemente
espressiva.
Il concerto è concluso
con il Bolero di Ravel: un' opera talmente conosciuta che è estremamente
difficile trovarvi del nuovo.
Pretre ne ha dato una
lettura che non possiamo limitarci a definire "trascinante" nel suo crescendo
dinamico; infatti la medesima frase che si ripete passando da un gruppo di
stumenti all'altro in quella chè dovrebbe essere una sostanziale uniformità
agogica è stata eseguita con leggere variazioni ritmiche che, lungi
dall'apparire ingiustificate libertà e bizzarrie del direttore, sembravano
scelte apposta per evidenziare la differenza timbrica degli strumenti in un
caleidoscopio di colori che ci ha entusiasmato.
Gran successo di
pubblico.