Falstaff

Teatro Comunale di Bologna

25 Novembre 2001

 

Quarto Falstaff dell'anno. Dopo quello salisburghese di Abbado , tutto volto verso il futuro e teso ad evidenziare le dissonanze, quello bavarese di Metha, molto teatrale e divertentissimo, anche se un po' sbilanciato verso la farsa, quello ravennate di Muti, dal suono bello ma un po' ipertofico, ecco quello del Teatro Comunale di Bologna diretto da Daniele Gatti.

Premesso che ho assistito ad una  rappresentazione in cui si esibiva il "secondo" cast  (eccezion fatta per il personaggio di Ford), la qual cosa non può non incidere sul giudizio complessivo , devo dire che la lettura data dal regista Pier Luigi Pizzi e da Gatti  non  mi ha del tutto convinto.

Sarà che il Falstaff è un'opera assai conosciuta, della quale abbiamo presenti  alcune incisioni discografiche superlative (Toscanini, Bernstein, Giulini); sarà che è estremamente difficile trovare il giusto equilibrio tra l'elemento comico e l'elemento malinconico che permeano quest’opera; sta di fatto che non è facile trovare un’esecuzione dell’ultimo capolavoro verdiano che soddisfi interamente.Nel caso di specie, nel programma di sala si legge che Daniele Gatti giudica che il passaggio chiave dell’opera si trovi al terzo atto, dove, all’inizio, Verdi colloca il momento più meditativo, per poi portare l’opera nell’ultima scena sul piano del magico e del surreale; non posso che concordare con questa chiave di lettura. Poi assistendo alla rappresentazione l’ ho trovata carente proprio nel terzo atto, non risultando evidenziati né l’aspetto malinconico e meditativo, né quello magico.

Ma andiamo con ordine. Pizzi ha scelto di ambientare l’opera alla fine del 1800 nell’Inghilterra vittoriana, con costruzioni in mattoni rossi.Le scene cambiavano a vista.Falstaff, nella locanda della Giarrettiera, era confinato in una grande sedia che fungeva anche da ascensore, portandolo dal piano terra al piano primo e viceversa, ma che ne limitava inopportunamente i movimenti orizzontali.I movimenti dei cantanti erano molto controllati così che la comicità era assai contenuta.Nell’ultimo atto il coro entrava con dei lumi tipo lanterne cinesi, ma l’atmosfera non riusciva a trasmettere emozioni, risolvendosi tutto in un già visto.Simpatica invece l’idea di far gettare ai cantanti gli abiti di scena durante la fuga finale “Tutto nel mondo è burla”, aprendo il fondo scena e mostrando al pubblico la parte posteriore del teatro, in modo da esplicitare la finzione teatrale.

  La direzione di Gatti ci ha dato una lettura dell’opera dove il malinconico prevaleva sul comico.Ho notato particolari che in altre esecuzioni mi erano passati inosservati.Purtroppo il direttore non è stato adeguatamente coadiuvato dal protagonista. Questi era il gallese Phillip Joll, il quale non ha cantato male e ha sfoggiato anche una discreta dizione italiana, ma mi è parso inerte nel fraseggio.In particolare poi nella prima scena del terzo atto, quella in cui Falstaff prende coscienza del proprio invecchiamento, per cui la burla ha un effetto che va oltre il fatto in sé, Joll ha sfoderato i muscoli, cantando forte ed esprimendo più che un malinconico ripiegamento su se stesso  una solenne arrabbiatura.L’inerzia del fraseggio di questo cantante è stato ancor più evidenziata nel duetto con Ford, il quale era interpretato da Roberto Frontali, ormai una sicurezza in questo ruolo, e che  ha dimostrato la differenza che passa tra il cantare puramente e semplicemente e il cantare recitando.

  Quanto agli altri cantanti, Alice era cantata da una Svetla Vassileva  bella ma senza peso; onesti e nulla più i due innamorati Vittorio Grigolo  e Patrizia Biccirè; brava Mariana Pentcheva  che interpretava una  Quickly spiritosa, ma  mai sopra il rigo; bravi  anche Debora Beronesi (Meg) e Mario Bolognesi (dottor Caius); Andrea Silvestrelli era un tuonante Pistola e Paolo Barbacini un Bardolfo senza voce.

Don Quichotte