Romeo
et Juliette
Wiener
Staatsoper
11
Maggio 2002

Essendo a Vienna per seguire
l'ultima tournee di Abbado ho colto l' occasione per recarmi alla Staatsoper
ad ascoltare il "Romeo et Juliette" di Gounod: esperienza vissuta
solo soletto, in quanto l'Editore ed i compagni di merende hanno rinunciato
allo spettacolo per bagordeggiare al ristorante dell' Hotel Sacher; chi scrive
li giustifica per un unico motivo: ad allietare ed impreziosire il convivio
erano presenti niente meno che il Maestro Damiano e la sua gentile Signora, e,
come è noto, "ubi Maior minor cessat".
Peccato però! perché si sono
persi uno spettacolo certamente gradevole, che, pur non assurgendo ai
fasti dell' "Evento", valeva la pena di essere visto.
L'Opera di Vienna ha una
programmazione molto vasta e ogni anno riprende molte messe in scena degli
anni precedenti, garantendo così una copertura per quasi tutte le sere
dell'anno (eccetto la chiusura estiva) ed un livello mediamente assai alto,
nonostante che le prove siano necessariamente ridotte e la direzione sia
affidata, per lo più, a direttori di "seconda fascia".
Il "Romeo et Juliette"
è uno spettacolo andato in prima rappresentazione lo scorso autunno. Il
racconto è in flashback: all'inizio appaiono i cadaveri dei due giovani
innamorati che vengono portati via in barella e di lì comincia la
narrazione della storia, che è ambientata ai giorni nostri. Perciò vediamo
la festa dei Capuleti posta in una moderna discoteca, dove si festeggia il
compleanno di una Juliette tatuata; Stefano canta la sua canzoncina irridente
andando in bicicletta; Romeo e Mercuzio da una parte e Tebaldo dall'altra si
affrontano col coltello e non con la spada. Nonostante tutto ciò lo
spettacolo può definirsi "tradizionale", in quanto, a parte la
trasposizione temporale, la regia si limita a narrare i fatti, in modo
piuttosto lineare, senza ricorrere a simbolismi, intellettualismi.
In una città tradizionalista e
fondamentalmente conservatrice come Vienna ciò è la regola: devo dire
peraltro che preferisco questo tipo di rappresentazione rispetto a quelle che
per essere comprensibili, esigono che lo spettatore si sia preventivamente
sottoposto ad uno studio (tipo esame universitario) del programma di
sala, senza il quale sarebbe impossibile capire tutto ciò che il regista
voglia significare.
Nello spettacolo viennese la
capacità nel regista (Jurgen Flimm) sta nel descrivere la nascita e la
maturazione dell'amore dei due giovani con freschezza e senza cerebralismi.
Fondamentale nella
rappresentazione scenica è l'uso della luci che, con assoluta funzionalità,
si trasformano da luci psichedeliche (in discoteca) a stelle del cielo, con
effetti, forse nazional-popolari e per cuori semplici, ma sicuramente
suggestivi.
Buona anche la parte musicale:
Viotti ha diretto con una passione esibita senza alcun pudore, mantenendo un
buon equilibrio tra orchestra e cantanti.
Neil Shicoff, nonostante i suoi 53
anni (che non è l'età più adatta per impersonare Romeo) ha mostrato una
voce ancora salda e sicura; Walter Fink è stato un autorevole Frate Lorenzo;
e Stefania Bonfadelli (la più applaudita) pur avendo una voce non molto ricca
di armonici, si è ben disimpegnata nei numerosi passi di agilità che la
parte prevede ed ha impersonato una Juliette fresca e appassionata.
Tra i comprimari Michelle Breedt
(Stefano) ha ben risolto la sua aria e solo Yu Chen è stato un Mercuzio
anonimo e dal fraseggio assolutamente inerte.
Un' ultima notazione: l'opera,
come di consueto le capita, è stata sottoposta a numerosi tagli: oltre al
balletto, la cui musica è decisamente brutta e che quindi viene quasi sempre
omesso, non sono stati eseguiti, tra l'altro, un brano orchestrale del quinto
atto e l'intera scena del matrimonio (mancato) di Juliette col principe Paride
(IV atto).