Simon Boccanegra

Teatro Comunale

Firenze

16 22 Giugno 2002

 

Claudio  Abbado è tornato a dirigere un'orchestra italiana dopo 16 anni. Lo ha fatto a Firenze affrontando il Simon Boccanegra, un suo cavallo di battaglia; direi di più: un'opera la cui storia esecutiva può tranquillamente dividersi tra il prima e il dopo Abbado.
Era infatti considerata un'opera minore (il famoso "tavolo zoppo" secondo la definizione dello stesso Verdi) quando Abbado la propose alla Scala nel 1971, riprendendola nel '72, '73, '76, '78 e '82, ed eseguendola anche a Monaco di Baviera, Londra, Washington, Parigi,  Tokio, e più tardi, per numerose stagioni, a Vienna; al 1977 risale l'incisione discografica, che è tuttora, senza ombra di dubbio, l'incisione di riferimento, con un cast eccezionale.
Siamo debitori quindi di Abbado se quest'opera ha acquisito la notorietà e l'apprezzamento che merita e se viene frequentemente rappresentata nei teatri di tutto il mondo.
 
Con l'assunzione della carica di direttore principale della Filarmonica di Berlino Abbado ha assai ridotto il suo impegno operistico , ma nel 2000, al Festival di Salisburgo, ha deciso di rivisitare quest' opera, in una coproduzione col Comunale di Firenze, la qual cosa giustifica la sua presenza quest'anno nella città toscana (nel 2001 aveva affrontatato la medesima opera con la Mahler Chamber Orchestra a Ferrara, Parma e Bolzano).
 
Con queste premesse non dobbiamo meravigliarci se le aspettative erano delle migliori.
Ho assistito alle rappresentazioni del 16 e del 22 giugno e devo dire che al seconda mi è parsa più "rifinita", sia perché l'orchestra ha evitato alcune imprecisioni mostrate alla prima, sia perché i cantanti hanno avuto una migliore resa.
 
L' orchestra ha mostrato un suono corposo, quasi sinfonico, senza che ne risultasse peraltro penalizzato l' aspetto teatrale.
Si è trattata di una direzione meno febbrile di quella che ascoltammo lo scorso anno a Ferrara, ma sempre molto tesa, drammatica, molto curata nei particolari, in cui le nervature dei fiati sono spesso emerse la fine di creare le atmosfere che determinavano la tinta  dell'opera; un'interpretazione caratterizzata anche da punte "espressionistiche" - tipiche dell' Abbado di oggi - sia nella scena della sala del Consiglio, sia al termine del prologo, dove il crescendo finale arrivava al parossismo, con un effetto di eccezionale drammaticità, ma col difetto di coprire il coro.
 
Quanto ai cantanti Carlo Guelfi  è stato un Simone triste e dolente, vocalmente sicuro; Karita Mattila (Amelia), che non è una specialista verdiana, ha cantato benissimo ed è stata particolarmente espressiva; Vincenzo La Scola è stato un Adorno saldo e intonato, e Julian Kostadinov, che nelle rappresentazioni dei due anni precedenti aveva rappresentato l'anello debole della catena, mi è sembrato assai migliorato regalandoci un autorevole Fiesco. Quanto a Lucio Gallo ha interpretato un Paolo Albiani trucibaldo e un po' sopra il rigo.
 
Purtroppo ad una esecuzione musicale di alto livello è corrisposto uno spettacolo scenico assai mediocre.
Le scene di Stefan Mayer, francamente bruttine, erano all'insegna di un eclettismo sconcertante.
La sala del Consiglio era rappresentata con tradizionalissimi sfondi dipinti, tipo teatro lirico di fine '800; le mura dell'abitazione di Fiesco erano pannelli trasparenti, in modo che si vedesse l'interno dove una la bara, anch' essa trasparente, mostrava, con un pizzico di necrofilia, il corpo di Maria. Il palazzo del Doge era caratterizzato da motivi geometrici, in bianco e nero, con luci fredde (tipo neon).
Certe scene di massa mi hanno ricordato  "Il Quarto Stato" di Pellizza da Volpedo.
Tutto sommato il meglio lo si vedeva quando la scena rimaneva completamente vuota, con l'azzurro del mare sullo sfondo.
Brutti anche i costumi di Moidele Haas.
Quanto alla regia di Peter Stein mi è sembrata banale, stereotipata, in certi momenti addirittura un po' ridicola (Amelia che danza mentre attende l'arrivo di Gabriele), con l'aggravante di posizionare spesso i cantanti assai arretrati sul palcoscenico, la qual cosa non favoriva certamente il loro ascolto.
 
Tra l'altro Stein  è stato protagonista di un' antipatica vicenda criticando pubblicamente il coro (con cui aveva lavorato) sia sotto l'aspetto della recitazione che sotto quello canoro.
 
Per finire due annotazioni di costume:
1) il Nostro Editore, notoriamente innamorato di Karita Mattila, ha assistito alla prova generale e a tutte le rappresentazioni dirette da Abbado (esibendo un quadro clinico invidiabile).
2) nel secondo cast (che non abbiamo ascoltato) era presente, nel ruolo di Gabriele Adorno, il tenore Miroslav Dvorsky, assurto agli onori di questo sito web per aver insidiato, senza successo (?), la virtù della signora Damiano (in arte GiuGi) durante la preparazione della Boheme alla Deutche Oper di Berlino (la Nostra era assistente di regia).
Poiché nei giorni della prove del "Simone" LEI era a Firenze poniamo ai nostri numerosi lettori questo quesito senza risposta:
Che cosa sarà accaduto?