La clemenza di Tito

Teatro Comunale

Firenze

1° Giugno 2003

 

La seconda opera in programma al Maggio Musicale Fiorentino era LA CLEMENZA DI TITO: prima esecuzione in assoluto a Firenze da quando, nel 1791, Mozart la compose in occasione dell’incoronazione a Praga, quale re di Boemia, di Leopoldo II; sembra quasi incredibile, nonostante quest’opera non abbia mai goduto dei favori della critica e solo in tempi moderni sia stata parzialmente rivalutata, che non fosse mai stata rappresentata prima a Firenze.

Lo spettacolo in linea di massima mi è piaciuto ed il cast di cantanti mi è sembrato buono, tenuto conto di quello che passa oggi il convento.

 

La regia era affidata Federico Tiezzi, già noto al pubblico fiorentino per aver messo in scena una “Sonnambula” (che verrà ripresa la prossima stagione) in cui il Duca Rodolfo era rappresentato come lo psicanalista di Amina.

Stavolta ha voluto mettere in evidenza il fatto che ci stiamo confrontando con un genere, l’ “opera seria”, che già allora poteva considerarsi “antico” e “polveroso” e stava esalando gli ultimi respiri; da notare nel secondo atto alcune comparse che spolverano i  monumenti in miniatura disposti come in scaffali come fossero in una vecchia biblioteca.

 

La scena era composta appunto da monumenti romani (alcuni dei quali edificati dopo la morte di Tito) in gesso bianco, nello stile della scultura del Canova, in dimensioni ridotte, di modo che i personaggi giganteggiassero dinanzi ad essi.

I movimenti dei personaggi erano piuttosto limitati; certe scene di insieme rimandavano alla pittura del David (è assai frequente che i registi di oggi ricorrano a citazioni di pittori e scultori dl passato).

A favore del regista va detto che non è facile mettere in scena un‘ opera come questa: celebrativa, assai statica, con un protagonista cosi determinato nella sua clemenza da essere noioso; comunque Tiezzi  è riuscito, senza ricorrere a trovate iperprovocatorie alla tedesca, a darci uno spettacolo equilibrato, che non ha disturbato l’ascolto e, in taluni momenti, e stato anche suggestivo.

 

Nel cast è emersa Monica Bacelli (Sesto), che non ha un timbro particolarmente bello, ma ha cantato in modo intonato ed espressivo; peccato che la recitazione fosse talvolta sopra il rigo, da  sembrare che dominasse su Vitellia e non viceversa; ciò accaduto anche perché Hillevi Martinpelto, che interpretava quest’ultima, ha mostrato carenza di personalità scenica e si è mossa sul palco come un sacco di patate: in ogni caso si è trattato di un errore evidente, che il regista avrebbe dovuto correggere.

Dal punto di vista vocale la Martinpelto, che in altre occasioni non mi era piaciuta affatto,  se l’è cavata più che dignitosamente, anche se ha una voce non particolarmente autorevole per il ruolo-motore dell’opera.

Ottimo il Tito di Ramon Vargas.

Un gradino più sotto Gabriella Sbrogli (Annio) talvolta in difficoltà nelle note acute, e Veronica Cangemi (Servilia); discreto il Publio di Maurizio Muraro.

 

Quanto a Ivor Bolton, direttore ormai di casa a Firenze (come lo è a Monaco di Baviera), devo dire che non mi è mai sembrato un “Grande”. Dirige senza particolari colpi d’ala, con un suono abbastanza secco (si sente che proviene dalla scuola dei “direttori filologi”) e privo di qualsiasi fascino timbrico, ma si pone al servizio del palcoscenico, rispetta le voci che non copre mai, e dà all’opera un adeguato ritmo teatrale.