Les
Troyens
Nationaltheater
Munich
5
Luglio 2001

Il festival che
annualmente si svolge a Monaco di Baviera è stato inaugurato quest'anno
da LES TROYENS di Berlioz.
Quest'opera, in 5
atti, non fu mai rappresentata per intero durante la vita del compositore (
che morì nel 1869): nel 1863 vennero rappresentati gli ultimi 3 atti sotto il
titolo LES TROYENS A CARTHAGE; nel 1879 i primi 2, col titolo LA PRISE DE
TROIE; solo nel 1891 la versione in 5 atti.
Questo preambolo,
volto ad evidenziare le due ambientazioni dell'opera, (Troia e Cartagine)
trova giustificazione nel fatto che il regista (Graham Vick) ha dato una
versione così diversa dei primi 2 atti rispetto agli ultimi 3 da lasciare
sconcertati. Sembrava veramente si trattasse di due spettacoli diversi.
Ma andiamo con
ordine: c'erano tutte le premesse per avere una grande rappresentazione.
Direttore era Zubin
Metha, il quale ha diretto con la consueta sicurezza e perizia (anche se forse
non ha tratto dalla tavolozza timbrica berlioziana tutti i colori che ne
potevano scaturire).
Cassandra era
interpretata da una Deborah Polaski applauditissima (anche se con qualche
"vibrato" di troppo); Didone da una splendida Waltraud Meier. Bravo
anche Jon Villars che ricopriva il ruolo di Enea, a mio parere sempre
difficile da interpretare (Enea mi è sempre sembrato un eroe con la
personalità piccola piccola, che non decide mai nulla avendo il Fato già
stabilito tutto per lui).
I personaggi minori
erano, chi più, chi meno, ben cantati.
Ma le maggiori
attenzioni le ha destate la messa in scena.
Devo dire che dopo
i primi 2 atti ho avuto la sensazione di stare assistendo ad una delle più
belle opere che mai avessi visto.
Sulle scene,
caratterizzate da prospettive deformate, si muovevano i personaggi, in modo da
far presagire la imminente catastrofe cui la città di Troia stava andando
incontro. Non è possibile descrivere una rappresentazione che va solo vista:
basti dire che si trattava di una messa in scena certamente discutibile,
ma, a mio parere, di grande suggestione (per le scene, per la regia
e per l'uso sapiente delle luci).
Questo ha reso
ancor più sconcertante quello che è accaduto negli atti successivi : scene
caratterizzate da colori forti e netti; brutti costumi: i Cartaginesi erano
vestiti in modo simile agli infermieri di sala operatoria, ma di colore
giallo canarino anziché verde; inerzia nei movimenti delle masse; e,
soprattutto, involontario ridicolo.
Il quarto atto
cominciava col la "pantomima" che accompagna la scena di caccia,
durante la quale, complice il temporale, Enea e Didone si uniscono.
Rappresentava
coppie di giovani che si corteggiavano nel bosco e credo che, nell'intenzione
del coreografo, dovesse avere un'alta carica erotica.
Si è trattato, in
realtà, di un balletto di una bruttezza unica; l'unica cosa gradevole era una
comparsa di sesso femminile completamente nuda, sdraiata su di un fianco, che
è rimasta sempre immobile dando le spalle ( e, ovviamente, non solo quelle)
alla platea (gli spettatori sono rimasti con la curiosità di sapere che volto
avesse ma forse non era quella la parte del corpo a cui si voleva dare
risalto).
Per il resto il
balletto è stato caratterizzato da movimenti "schizzati" e
ridicoli ( tanto è vero che il pubblico ha riso); un ballerina ha cominciato
ad urlare (sulla musica di Berlioz) mentre cercava di divincolarsi dal
suo compagno che se la voleva... (beh... è evidente).
Alla fine il fumo
dopo il sesso: è uscito fuori un ballerino biondo e muscoloso che aspirava
ostenatatmente una sigaretta.
E' successo il
finimondo: da una parte i buuh, dall'altra gli applausi (indirizzati al
direttore... almeno lo spero). Per 5 minuti Metha non è riuscito ha
riprendere l'opera.
La scena
immediatamente successiva era costituita da un prato verde acceso (un piano
inclinato) con sulla sfondo il mare azzurro, 2 sdraio sulla riva ed enormi
fiori bianchi. Per sottolineare l'atmosfera lasciva in cui si alimentava
l'amore tra Didone ed Enea il regista faceva rotolare Anna (sorella di Didone),
con fare voluttuoso, sul prato: il problema era che Anna non era interpretata
da una modella ma da Helene Perraguin, cantante che, usando un eufemismo,
potremmo definire sovrappeso; era inevitabile che il pubblico scoppiasse a
ridere. Penso che non vi sia nulla di peggio per un regista di opera
tragica dell'involontario ridicolo della sua messa in scena.
Ormai l'atmosfera
era rovinata e l'opera ha proseguito sino alla fine avendo perso ogni potere
di coinvolgimento (pur essendo ben cantata).
Di Vick
ricordo una buona Lucia di Lammermoor fiorentina e un mediocre Macbeth
scaligero, e ho letto che curerà la regia dell'Otello che inaugurerà la
prossima stagione della Scala (speriamo bene...).
Stavolta è come se
ci avesse voluto spiegare, nella prima parte come si realizza una regia, e
nella seconda parte come si realizza la caricatura di una regia.
Alla fine applausi
per il maestro ed i cantanti.
Il regista ed il
coreografo non si sono presentati sul proscenio.
Don Quichotte