Il festival che annualmente si svolge a Monaco di Baviera è stato inaugurato quest'anno da LES TROYENS di Berlioz.
Quest'opera, in 5 atti, non fu mai rappresentata per intero durante la vita del compositore ( che morì nel 1869): nel 1863 vennero rappresentati gli ultimi 3 atti sotto il titolo LES TROYENS A CARTHAGE; nel 1879 i primi 2, col titolo LA PRISE DE TROIE; solo nel 1891 la versione in 5 atti.
 
Questo preambolo, volto ad evidenziare le due ambientazioni dell'opera, (Troia e Cartagine) trova giustificazione nel fatto che il regista  (Graham Vick) ha dato una versione così diversa dei primi 2 atti rispetto agli ultimi 3 da lasciare sconcertati. Sembrava veramente si trattasse di due spettacoli diversi.
 
Ma andiamo con ordine: c'erano tutte le premesse per avere una grande rappresentazione.
Direttore era Zubin Metha, il quale ha diretto con la consueta sicurezza e perizia (anche se forse non ha tratto dalla tavolozza timbrica berlioziana tutti i colori che ne potevano scaturire).
Cassandra era interpretata da una Deborah Polaski applauditissima (anche se con qualche "vibrato" di troppo); Didone da una splendida Waltraud Meier. Bravo anche Jon Villars che ricopriva il ruolo di Enea, a mio parere sempre difficile da interpretare (Enea mi è sempre sembrato un eroe con la personalità piccola piccola, che non decide mai nulla avendo il Fato già stabilito tutto per lui).
I personaggi minori erano, chi più, chi meno, ben cantati.
 
Ma le maggiori attenzioni le ha destate la messa in scena.
Devo dire che dopo i primi 2 atti ho avuto la sensazione di stare assistendo ad una delle più belle opere che mai avessi visto.
Sulle scene, caratterizzate da prospettive deformate, si muovevano i personaggi, in modo da far presagire la imminente catastrofe cui la città di Troia stava andando incontro. Non è possibile descrivere una rappresentazione che va solo vista: basti dire che si trattava di una  messa in scena certamente discutibile, ma, a mio parere, di grande suggestione (per le scene,  per la regia e per l'uso sapiente delle luci).
 
Questo ha reso ancor più sconcertante quello che è accaduto negli atti successivi : scene caratterizzate da colori forti e netti; brutti costumi: i Cartaginesi erano vestiti in modo simile agli infermieri di sala operatoria, ma di colore giallo canarino anziché verde; inerzia nei movimenti delle masse; e, soprattutto, involontario ridicolo.
 
Il quarto atto cominciava col la "pantomima" che accompagna la scena di caccia, durante la quale, complice il temporale, Enea e Didone si uniscono.
Rappresentava coppie di giovani che si corteggiavano nel bosco e credo che, nell'intenzione del coreografo, dovesse avere un'alta carica erotica.
Si è trattato, in realtà, di un balletto di una bruttezza unica; l'unica cosa gradevole era una comparsa di sesso femminile completamente nuda, sdraiata su di un fianco, che è rimasta sempre immobile dando le spalle ( e, ovviamente, non solo quelle) alla platea (gli spettatori sono rimasti con la curiosità di sapere che volto avesse ma forse non era quella la parte del corpo a cui si voleva dare risalto).
Per il resto il balletto è stato caratterizzato da movimenti "schizzati" e ridicoli ( tanto è vero che il pubblico ha riso); un ballerina ha cominciato ad urlare  (sulla musica di Berlioz) mentre cercava di divincolarsi dal suo compagno che se la voleva... (beh... è evidente).
Alla fine il fumo dopo il sesso: è uscito fuori un ballerino biondo e muscoloso che aspirava ostenatatmente una sigaretta.
E' successo il finimondo: da una parte i buuh, dall'altra gli applausi (indirizzati al direttore... almeno lo spero). Per 5 minuti Metha non è riuscito ha riprendere l'opera.
 
La scena immediatamente successiva era costituita da un prato verde acceso (un piano inclinato) con sulla sfondo il mare azzurro, 2 sdraio sulla riva ed enormi fiori bianchi. Per sottolineare l'atmosfera  lasciva in cui si alimentava l'amore tra Didone ed Enea il regista faceva rotolare Anna (sorella di Didone), con fare voluttuoso, sul prato: il problema era che Anna non era interpretata da una modella ma da Helene Perraguin, cantante che, usando un eufemismo, potremmo definire sovrappeso; era inevitabile che il pubblico scoppiasse a ridere. Penso che non vi sia nulla di peggio per un regista di opera tragica dell'involontario ridicolo della sua messa in scena.
 
Ormai l'atmosfera era rovinata e l'opera ha proseguito sino alla fine avendo perso ogni potere di coinvolgimento (pur essendo ben cantata).
 
Di Vick  ricordo una buona Lucia di Lammermoor fiorentina e un mediocre Macbeth scaligero, e ho letto che curerà la regia dell'Otello che inaugurerà la prossima stagione della Scala (speriamo bene...).
Stavolta è come se ci avesse voluto spiegare, nella prima parte come si realizza una regia, e nella seconda parte come si realizza la caricatura di una regia.
 
Alla fine applausi per il maestro ed i cantanti.
Il regista ed il coreografo non si sono presentati sul proscenio.
   

                                                                                                      Don Quichotte