Parsifal
BerlinerPhilharmoniker
GrossesFestspielhaus
Salzburg
1
Aprile 2002
L'opera che veniva rappresentata
quest'anno al Festival di Pasqua di Salisburgo era il Parsifal, nella
direzione di Claudio Abbado e con la regia di Peter Stein.
Dico subito che ho assistito alla
seconda delle due rappresentazioni previste: la cosa ha una certa rilevanza
per i motivi che preciserò in seguito.
Le numerose critiche che hanno
seguito la prima rappresentazione hanno avuto un denominatore comune: ottima
la parte musicale, mediocre o addiritura pessima quella scenica. Sono
andato al secondo spettacolo credendo di trovare conferma di tutto ciò e sono
rimasto sorpreso.
Ma andiamo per ordine cominciando
dalla parte musicale.
La scelta interpretativa di Abbado
è stata assolutamente originale; la sua è stata un'esecuzione direi "modernistica",
tendente ad esaltare certe asperità della scrittura e certe dissonanze, in
particolare negli ottoni: una lettura in chiave quasi
"espressionista" come se si trattasse non dell' ultima opera di
Wagner ma della prima di Schönberg. Si è trattata di una chiave di
lettura molto simile a quella usata l'anno precedente, sempre al Festival di
Pasqua di Salisburgo, nel Falstaff di Verdi (guarda caso un'altra opera
ultima). E' stata una scelta che Abbado, da quel grande musicista che è, ha
sostenuto con una coerenza assoluta, ma ne è risultata un'esecuzione che si
appezzava più con il cervello che con il cuore, eccezion fatta che nel finale
dell'opera, quando il Maestro "si è lasciato andare" e ci ha
regalato delle emozioni indimenticabili.
Se una interpretazione del genere
è sicuramente legittima, ed arricchisce gli angoli di visuale dai quali è
stata inquadrata l'opera wagneriana, devo dire che mi sono piaciute
maggiormente altre interpretazioni, più tradizionali.
E comunque una lettura così
proiettata in avanti delle opere ultime di Wagner e Verdi, cioè degli autori
del Lohengrin e del Trovatore, dei rappresentanti più importanti del
melodramma romantico, mi lascia un po' perplesso.
Quanto ai cantanti ho apprezzato
molto lo straziato Amfortas di Albert Dohmen: d'altra parte la lettura di
Abbado accentuava in modo particolare l'aspetto del dolore.
Brava anche la Kundry di Violeta
Urmana anche se la sua recitazione, nel primo atto, ce la faceva apparire come
un' indemoniata (ma è comunque una interpretazione
"possibile").
Bene anche il Parsifal di Thomas
Moser, più stupito che autorevole e il perfido Klingsor di Eike Wilm
Schulte.
Mentre Hans Tschammer (Gurnemanz) mi è
sembrato il più stanco vocalmente, e certamente non è stato aiutato dalle
scelte registiche che lo facevano talvolta cantare arretrato sul
palcoscenico e che prevedevano che, nelle scene in cui egli era protagonista,
un velo trasparente si frapponesse tra il palcoscenico e la buca
dell'orchestra: sta di fatto che spesso si faceva fatica ad udire la sua voce,
nonostante Abbado tenesse il volume dell'orchestra piuttosto basso.
L'orchestra Filarmonica di Berlino
è stata meno precisa del solito.
Queste mie impressioni, formatesi
a seguito dell'ascolto della seconda rappresentazione, sono state messe
in crisi quando, rientrato da Salisburgo, ho ricevuto in omaggio dal Nostro
Editore la registrazione radiofonica della prima rappresentazione ed
ascoltandola ho rinvenuto le seguenti differenze:
-un' orchestra assai precisa e
dalle splendide sonorità;
-una lettura assai analitica e
sempre "modernistica" ma in modo meno esasperato:
un'interpretazione quindi più equilibrata e meno sbilanciata "in
avanti".
-un Gurnemanz di enorme
autorevolezza (che poi ciò sia dovuto al fatto che quella sera era più in
forma o che sia stato aiutato da microfoni ben posizionati, non lo so).
Allora quali considerazioni si
debbono fare?
La prima è che tutto ciò pone
una volta di più il problema della particolarità di un'opera come il
Parsifal: l'unica scritta da Wagner quando era già stato costruito il teatro
di Bayreuth, ed avendo presente la sua acustica; acustica particolarissima per
il fatto che l'orchestra è coperta sul davanti da una semi-calotta di legno,
di modo che il suo suono non investa direttamente la platea ma rimbalzi
verso il palcoscenico e ritorni verso la platea amalgamato con quello dei
cantanti. Sia Wagner che i sui eredi, fino alla scadenza dei
diritti di autore, vietarono che in altri teatri fosse rappresentato il
Parsifal, la cui esecuzione fuori da Bayreuth porrà sempre e comunque una
serie di problemi acustici che la sala di registrazione, o anche un'attenta
collocazione dei microfoni nelle registrazioni dal vivo, possono aiutare a
risolvere.
La seconda considerazione è
che probabilmente le prima delle due rappresentazioni sia oggettivamente
riuscita meglio della seconda, essendo quest'ultima posta alla fine della
maratona salisburghese, in una presumibile atmosfera di smobilitazione.
E passiamo alla parte scenica:
sicuramente non bellissima, non eccezionale, con delle cadute di gusto e delle
scelte non sempre comprensibili, ma certamente non un disastro, come taluno ha
scritto.
Se pensiamo a come è facile
straziare Wagner dobbiamo riconoscere che si può fare assai di peggio: si
pensi al Parsifal del Teatro Comunale di Firenze di qualche anno fa con il
protagonista vestito da infermiere da sala operatoria e con un grande pesce
posto in alto nel giardino di Klingsor, a rappresentare il membro dello stesso
Klingsor, che, come è noto, aveva raggiunto la castità evirandosi.
Detto questo bisogna riconoscere
che è stata una regia irrisolta, oscillante tra naturalismo e
simbolismo in un modo che mi è parso un po' casuale.
Bella la prima scena del primo
atto con un bosco di alberi stilizzati e sullo sfondo un lago che cambiava
colore con un velo davanti a screziare la luce ed ad rendere l'idea di
un' alba brumosa (il velo tornerà nella prima scena del terzo atto e non
aiuterà i cantanti); suggestivo l'uso delle luci: un po' buffo il cigno
che si schianta al suolo, scivolando attaccato ad un filo.
La sala del Gral (brutta) è
delimitata da celle che fanno tanto edilizia economico - popolare con un'
apertura in fondo che riprende la sagoma del Gral.
I movimenti delle masse, da taluno
giudicati complessi e un po' confusi, in realtà mi sono sembrati assai
ordinati, e la scelta di certi atti "liturgici" che richiamano il
cerimoniale cattolico sono assolutamente accettabili: in fin dei conti l'opera
è impregnata di simbolismi cristiani: poi tra le molte interpretazioni si è
detto che si tratta di un cristianesimo anti-romano e si è arrivati a
sostenere che ci troviamo di fronte a un'opera ecumenica (così anche
Abbado). Comunque la lettura di Stein mi è sembrata tra quelle possibili.
Ben risolto scenicamente il
castello di Klingsor: un muro alto, lungo il quale correva una scala; gli
strumenti di magia erano riassunti in una specie di antenna parabolica color
argento, posta su un tre piedi, che all'occorrenza girava su se stessa:
qualcuno ha gridato allo scandalo; a me non ha disturbato affatto.
Klingsor era rappresentato con il
copricapo ebraico, a sottolineare l'antisemitismo di Wagner, che Peter Stein
evidenzia con coerenza, avendo sostenuto, in un'intervista, di opporsi al
processo di "denazistificazione" di Wagner, il cui confuso pensiero si
prestava ad essere strumentalizzato dall'ideologia hitleriana.
Il giardino di Klingsor è
rappresentato da alcune siepi basse, stilizzate, che formano un labirinto,
all' interno del quale camminano prima le fanciulle-fiore, belle e variopinte,
ma un po' troppo vestite, poi Parsifal. Questi gira a lungo nel labirinto,
quasi a cercare se stesso, sia prima del Bacio di Kundry, sia dopo:
questo francamente non l'ho capito, essendo il bacio uno spartiacque, a
seguito del quale Parsifal acquisisce conoscenza.
Quanto al getto della lancia da
Klingsor a Parsifal dobbiamo rilevare che sono state apportate modifiche alla
regia tra il primo e il secondo spettacolo; nel primo ci hanno raccontato che
la scena era stata risolta all'insegna di un macchinoso naturalismo: Klingsor
prendeva la lancia, la attaccava ad un filo che, visibile, attraversava la
scena dall'inizio dell'atto, la lanciava verso Parsifal, il quale la staccava
dal filo e la prendeva; con l'inconveniente che avendo tirato Klingsor troppo
forte, la lancia, una volta raggiunto Parsifal, è rimbalzata indietro,
provocando risate tra il pubblico. Ora il Parsifal non è un'opera di quelle
che si definiscono "comiche", e, se il pubblico ride vuol dire che
il regista deve rivedere qualcosa.
Nel secondo spettacolo Klingsor ha
fatto soltanto il gesto di scagliare la lancia che Parsifal ha fatto il gesto di
afferrare: ma nessuna lancia ha corso su nessun filo: essa è stata invece
calata in verticale sul proscenio, a formare il braccio lungo di una croce
latina, che si è completata con un braccio corto orizzontale, luminoso, calato
anch'esso dall'alto.
Oltre a questa mi è stato detto
che sono state apportate altre piccole modifiche alla regia e penso che
il secondo spettacolo se è stato inferiore al primo dal punto di vista
musicale, gli è stato un preferibile dal punto di vista scenico.
Valida anche l'ultima scena del
terzo atto, ambientata in una brughiera desolata, con uno specchio d'acqua; a
dir poco singolare però è l'idea di far cadere dall'alto delle bolle di
sapone.
Quando Parsifal (giunto racchiuso
in un' armatura che più tradizionale non si può) viene unto, da Gurnemanz,
re del Gral, il bordo circolare del laghetto si solleva, a simboleggiare
suggestivamente una corona o un'aureola.
In sintesi una regia fatta di luci
ed ombre, non del tutto coerente, ma che non mi sentirei di definire brutta.
Infine è di fondamentale
importanza portare a conoscenza dei nostri lettori che assistente
alla regia dell'opera era la signorina Julia Kaboth (in arte Giugi)
,
vale a dire niente meno che la fidanzata del Maestro Damiano.
Ad Essa non sono certo da imputare
le parti più deboli della regia, ma siamo sicuri che le scene meglio riuscite trovano
origine nelle sue idee e nelle sue intuizioni. Ella è riuscita a
dare un fondamentale apporto alla realizzazione dell'opera nonostante fosse
severamente impegnata a respingere la serrata corte del tenore Eike
Wilm Schulte (Klingsor) il quale si era illuso (e per questo lo compatiamo
profondamente) di poter competere con il fascino virile del Mito Vivente.
Narra la leggenda che solo in una
circostanza Ella non abbia compreso al volo la situazione scenica: durante
le prove del secondo atto, quando Parsifal è insistentemente corteggiato
dalle fanciulle fiore e le respinge, pare che la Nostra Assistente
alla Regia si sia rivolta verso Caludio Abbado e Peter Stein con uno sguardo tra
il dubbioso e il meravigliato, dicendo: "Ma chi è questo frocio? Il mio
fidanzato se le sarebbe fatte tutte! ". Ribadiamo che si tratta di
una leggenda, e la leggenda non coincide mai con la storia, ma, come è noto,
ha sempre un fondo, per quanto remoto, di verità.
A parte questo momento di
comprensibile sbandamento, il contributo dato dall' Assistente alla Regia
è stato talmente determinante che la partitura da Lei utilizzata,
che di seguito riproduciamo nel frontespizio
e in una pagina in cui la gentile fanciulla ha annotato, con le sue
dolci mani, i movimenti scenici,
è ormai diventata un reliquia (altro che Gral e Lancia), oggetto di culto per
tutti gli appassionati di musica ed, in primis, per il Maestro Damiano,
che l'ha studiata con attenzione ed amore,
traendo da essa l'ispirazione per una esecuzione superba, che si è stagliata
su quella di tutti gli altri strumentisti, quasi che Wagner avesse scritto il
Parsifal per fagotto, voci e orchestra.
Concludiamo dicendo che la serata
si è conclusa al "Tapas Bar", in compagnia, oltre che del Maestro
Damiano e Signora, di alcuni artisti tra i quali 4, dico
4 ,
fanciulle fiore.
Grandissimo assente il Nostro
Editore, cui avevamo consigliato, inascoltati, di rimanere a Saliburgo
anche per il secondo ciclo di concerti (tanto per quello che ha da fare...) e
che si morde ancora le mani per essersi perduto l'occasione di incontrare le
leggiadre fanciulle. Le quali, in compenso, hanno evitato il rischio di
rimanere accecate dai flash a mitraglia della sua macchina fotografica
digitale.
Chi scrive, più
discretamente, si è limitato alle tre fotografie qui sotto riportate.
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| Assistente alla regia
e fanciullafiore |
Titurel e
fanciullafiore |
Due fanciullefiore |