IL DRAGO

 

Ancestralmente il più importante degli animali fantastici. Una tradizione vuole associare i primi ritrovamenti di scheletri di dinosauri come creduti essere quelli di draghi. Fu l’impresa del mitico re Artù, (Hartus), di Camelot. Molto prima delle suggestive miniature e decorazioni di moltissime abbazie medievali, tra cui quella di Kelso in Inghilterra, il drago aveva fatto bella mostra sugli scudi normanni della Tappisserie di Bayeux, sulla nave da guerra, il Drakar, di Guglielmo di Normandia, (Guglielmo il Conquistatore, 1066), nonché sullo stendardo dell’esercito di Harold il Sassone. Animale chimerico, è simbolo di vigilanza, di custodia e di fedeltà. Secondo antiche tradizioni, gli oscuri recessi dei numi ed i boschi sacri erano guardati dai draghi. Ciro il conquistatore, (550 a. C.), aveva fatto di quest’animale l’emblema della milizia meda e persiana. Sotto i greci e gli imperatori romani, un serpente alato era innalzato in cima a tutti i vessilli.  Quando nacquero le armi araldiche, quest’emblema barbarico si trasformò, con estrema naturalezza, in un sinonimo: la Pantera araldica e, più tardi, nel LEOPARDO e, ancora più tardi, nel LEONE. Draghi e Leopardi, per esempio, saranno associati insieme nelle armi araldiche di Enrico Tudor. Il drago, in araldica, generalmente, si rappresenta con la testa aguzza, con le fauci spalancate e la lingua sporgente a forma di dardo, con i denti radi e grandi, con le ali da pipistrello unghiate e dorso scaglioso e spinato, con due soli piedi per metà leonini e per metà aquilini, e, finalmente, con coda grossa, anellata, spinosa e terminante a forma di dardo, come la lingua. Il Drago Rosso, di Cadwalader, sorregge le armi araldiche della Contea del Galles. Gualtieri d’ASTINBERGH fu il Chavaliere che ebbe l’onore di muovere guerra come primo feridore il 4 Settembre 1260 a Montaperti, nella sanguinosa battaglia che si concluderà con la sconfitta dell’esercito Guelfo-Fiorentino. Sul suo scudo rosso c’era decorato un drago verde ignivomo, eruttante fiamme, d’oro. Il drago verde, o più esattamente la Wouivre, la femmina del drago, era già la più caratteristica di tutte le insegne ghibelline, sia nella versione di vero e proprio animale mitologico dotato di zampe e ali ed ignivomo, sia nell’accezione di BISCIA o VIPERA serpeggiante in palo. Secondo concezioni esoteriche celtiche, la Wouivre, rappresenta l’energia vitale della Grande Madre Terra poteva assumere la forma del serpente e modificarsi con zampe ed ali. In Italia l’adozione ad insegna del drago o della wouivre nonché della vipera derivò probabilmente da un antico retaggio longobardo. A tal proposito si ricordi lo stemma dei Visconti.

Il drago fu impresa, quindi, tipica del partito ghibellino che i guelfi, tanto per non smentire la loro vocazione misògina ed integralista, la vollero adottare, in offesa verso i rivali, anche sui propri blasoni nell’atto di venir sopraffatto dagli animali che erano, loro malgrado, insegna di parte guelfa come, per esempio, il GRIFONE e le Aquile rosse di Clemente IV, (1265-1268). La Chavalleria ghibellina è sempre stata legata alla figura di S. Giorgio, colui che uccide il drago. Ma sia il santo così come Marduk, Perseo, l’Arcangelo Michele o Sigfrido sono tutte figure che, nelle loro tradizioni, non devono distruggere, ma riuscire ad equilibrare al fine di conquistare quel tesoro inestimabile che è la conoscenza di se stessi, rappresentata nell’animale e dunque del cosmo. Non tolleranza per il male ma la completa neutralizzazione attraverso la conoscenza stessa.