
ARDENGHESCHI E PANNOCCHIESCHI
Vicende memorabili nella Maremma di qua dal
Fiume
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anieri
(detto Neri) dei conti Ardengheschi da Cappucciano, Signori
di Sticciano e di Torniella, morì nel mese di gennaio del 1280. Essendo
considerato un condottiero di
raro ardimento, i ghibellini,
dalla cui parte si era sempre schierato,
accolsero con profondo cordoglio la notizia della sua improvvisa scomparsa.
Un
vuoto veramente incolmabile, a causa della sua forte personalità che incuteva
rispetto e timore, egli la lasciò anche nella propria famiglia che era
costituita dall'anziana madre, Uguccioncella, dalla vedova, (che forse aveva lo
stesso nome della suocera), e dai sette figli: Bindino, Rinaldo, Bartolommea,
Simone, Neri, Rodolfo e Razzino.
Privati
del loro più valido sostegno, costoro rimasero disorientati, non sapendo a
quale partito aderire; ma considerando che dalla fazione ghibellina non c'era
probabilmente da sperare gran che dopo la dipartita del loro valoroso congiunto,
decisero di mettersi sotto la protezione della Repubblica di Siena.
La
loro, tuttavia, non fu una scelta prudente, perché ai maggiorenti di Piazza del
Campo non andava molto a genio che agli Ardengheschi rimanesse una qualche
autorità sul castello
di Sticciano, per la posizione strategica di cui questo godeva nel territorio
della Maremma. Perciò, approfittando della debolezza che la nobile famiglia
mostrava in assenza di Neri, essi attuarono il proposito di toglierle una volta
per tutte ogni potere feudale. Ordinarono al sindaco da loro nominato, Ansaldino
di Cenni, che intimasse al conte Ranieri di Emanuello Pannocchieschi di
Giuncarico, come tutore dei figli minori del defunto conte Ardengheschi, di
consegnare senza condizioni Sticciano alla Repubblica di Siena (30 giugno 1294).
Intimazione alla quale fu giocoforza ubbidire per evitare gravi conseguenze.
Trascorsi
cinque anni, tuttavia, i figli di Neri, essendo divenuti maggiorenni, ed avendo
dato assicurazione di fedeltà, ottennero dai Senesi la restituzione di
Sticciano, ma ad un patto: che le mura del castello venissero distrutte, fatta
eccezione per due brevi tratti ai lati di ciascuna porta, necessari per il
sostegno degli archi.
La
demolizione della cinta avvenne nel novembre del 1289, come testimoniano i libri
della Biccherna in cui risulta che quindici maestri muratori furono pagati
per l'esecuzione
dell'opera di smantellamento.
In
quei lontani tempi, accadeva spesso, anzi, quasi sempre, che i giuramenti non
venissero onorati. Così, anche il maggiore dei figli di Neri (che si chiamava
come il padre) si adeguò a questa regola. Al pari del genitore, cominciò a
nutrire sentimenti ostili nei confronti della Repubblica di Siena. Era un
giovanotto vivace, intraprendente, desideroso di sottrarsi alla
routine di una vita ordinaria, senza
momenti di ebbrezza e di esaltazione, si mise in testa di vendicare le
umiliazioni sofferte dalla sua famiglia. Per far questo si associò alle
scorrerie degli Aldobrandeschi, che erano spesso ai ferri corti con i Senesi.
I quali, però, proprio perché non si aspettavano il suo voltafaccia,
s'indispettirono più che mai e lo chiamarono a giustificare il suo operato.
Recatosi
a Siena, gli vennero tolte le armi e gli fu intimato di non allontanarsi dalla
città. In pratica, era prigioniero, anche se gli veniva consentito di muoversi
liberamente all'interno del-
l'abitato.
Un
pomeriggio, mentre era intento a giocare a carte con il fiorentino Vanni
Gherardini in una bottega situata nei pressi di Porta Salaria, fra i due scoppiò
una furibonda rissa. Neri ebbe la peggio e venne ucciso. L'autore dell'omicidio
fu immediatamente arrestato; ma la sua prigionia non durò a lungo, perché la
Repubblica di Firenze si premurò di farlo liberare. Furono in molti a supporre
che nel delitto ci fosse lo zampino dei Noveschi,
i Signori del Consiglio
dei Nove di Siena. E non era difficile comprendere le motivazioni: il
giovane conte di Sticciano, per i suoi precedenti e per il suo energico
temperamento veniva considerato un soggetto molto peri-
coloso. Tanto più, poi, se si pensa che era in ottimi rapporti con gli
Aldobrandeschi di Santa Fiora con i quali i Senesi avevano ricominciato a
intensificare le loro antiche, mai sopite discordie. Dopo questo episodio di
sangue trascorse un periodo di tempo senza che Sticciano occupasse le attenzioni
dei governanti di Piazza del Campo. Ma nel 1311, quando Enrico VII scese in
Italia, due anni prima della sua misteriosa morte, infondendo coraggio nel
partito ghibellino, anche gli Ardengheschi si ribellarono, impugnarono le armi e
si dettero a depredare il contado di Orvieto, città alleata con Siena. Questa
inviò subito a Sticciano tre capitani e numerosi soldati, il cui pagamento
risulta registrato nel ottantaquattresimo volume
della Biccherna in data 30 aprile 1311. Contemporaneamente, secondo
quanto previsto dalla riforma generale del Consiglio
della Campana e del Consiglio del
Popolo, mise al bando più di cento fedeli di Bindino Ardengheschi e dei
suoi nipoti.
Prima
di lasciare Sticciano, le truppe senesi arrestarono Vannoccio, figlio di
Razzino, e uno dei figli di Neri. Condotti nelle carceri della Città, i due
tornarono liberi il 12 aprile del 1312, dietro pagamento di venti fiorini d'oro.
Questo
fatto suscitò profonda irritazione nei signori di Sticciano, che presero di
nuovo a compiere disastrose scorrerie nei territori di Campagnatico e di
Paganico, tolsero un castello agli Squarcialupi (1315) e, unite le proprie
soldatesche a quelle degli Aldobrandeschi, si spinsero a depredare le campagne
fino a Sant'Angelo in Colle.
L'anno
successivo, fu tentato l'assalto a Montelaterone, sul Monte Amiata, e venne
occupato e dato alle fiamme il castello di Roccalbegna, allora nelle mani dei
Senesi, i quali lo riconquistarono quasi subito con i quattrocento cavalieri e i
cinquecento balestrieri che poi andarono ad impadronirsi di Scansano, di
Civitella e dello stesso Sticciano.
Il
29 ottobre del 1314 i Signori Nove dettarono le condizioni della sottomissione a
Bindo, a Nello, a Tavena, a Rinaldo Ardengheschi e a tutti i loro parenti. Essi
dovevano giurare al sindaco di Siena, Mino di Bernardino Accarigi, di rispettare
i patti stipulati all'indomani della morte di Ranieri (detto Neri). In segno di
vassallaggio erano obbligati a esporre sulla torre del cassero di Sticciano la Balsana,
lo stendardo della Repubblica. Una parte del cassero erano tenuti a demolirla,
così come dovevano rinunciare ai privilegi loro concessi dall'imperatore Enrico
VII e dal suo vicario. Dovevano altresì pagare seicento fiorini d'oro per la Madonna di agosto e obbligarsi a sborsare,
qualora non avessero rispettato gli accordi, una penale di mille marche
d'argento, consegnando al tempo stesso, come ostaggi, un figlio e un nipote di
Bindino.
Gli
Ardengheschi accettarono di prestar fede a quanto veniva loro richiesto e di
considerarsi vassalli del Comune di Siena. Come contropartita vennero assolti da
tutti i bandi.
Le
onerose condizioni alle quali dovettero sottostare e il proliferare delle
diramazioni familiari fecero sì che i signori di Sticciano e di Torniella
finissero, a poco a poco, con l'andare incontro a uno stato preoccupante e
irreversibile di decadenza.
Tanto che, nel 1324, vista l'impossibilità di riportare il loro casato alla
situazione di prestigio di cui aveva goduto fra i feudatari della Maremma, non
esitarono a offrire spontaneamente alla Repubblica di Siena tutti i loro
possedimenti. Così, il 18 di ottobre, i Signori Nove si affrettarono a ridurre
Sticciano a contado. E alla fine dello stesso mese Nello di Bindino, anche a
nome degli altri fratelli, (Pia, Razzino, Ildebrandino, Rinaldo, Francesca,
Barnaba, Neri detto Bustercio), si
presentò al Gran Consiglio della Campana
e del
Popolo per promettere di rispettare quanto i suoi maggiori avevano giurato.
Il sindaco concesse ai nobili di Sticciano la cittadinanza senese, accordò loro tutti i privilegi, che non erano molti, li gravò di tutti gli oneri, che non erano pochi, e volle che Nello assumesse nei confronti della Repubblica un chiaro atteggiamento di dedizione. Inginocchiatesi davanti a Tura di Ugolino, priore dei Signori Nove, l'ardenghesco si dichiarò guelfo e fedele difensore della nuova patria, certamente mentendo; promise di essere devoto alla Chiesa e si assunse l'obbligo di pagare diecimila fiorini d'oro nel caso che non avesse mantenuto la parola data.
In
quel tempo, diventare da feudatari semplici cittadini significava perdere ogni
autorità e ogni potere.
Per
gli Ardengheschi di Sticciano quello sottoscritto nel 1324 fu dunque l'atto di
sudditanza con cui ebbero fine sia la loro autonomia, sia la loro storia
politica. Il castello, che aveva costituito il centro del loro piccolo, ma
potente regno maremmano, venne accomunato a tutti gli altri del contado senese e
chiamato a contribuire a tutte le fazioni,
ai dazi et aggravi della Repubblica, nel 1461, poi, l’importante castello
fu venduto da Bindo di Nello alla famiglia Piccolomini di Siena.
Inoltre,
per moltissimi anni, nella seconda metà del XIII secolo, fra i Pannocchieschi e
gli Ardengheschi, signori di molti castelli nella Maremma di
qua dal fiume (l'Ombrone), fu
combattuta una guerra senza quartiere, aspra, sterminatrice.
I
patrimoni dei due nobili casati subirono danni enormi. E gli abitanti del
territorio, stanchi di sopportare i disagi ed i lutti che i quotidiani conflitti
producevano in seno alle loro famiglie,
fuggirono lontano in cerca di lidi più tranquilli. Le aziende rurali, rimaste
abbandonate, caddero ben presto in preda alla vegetazione spontanea,
s'inselvatichirono. Ed i pochi sudditi che
non vollero lasciare le loro stamberghe furono sopraffatti da una miseria
penosa, straziante, come mai era accaduto da quelle parti.
La
situazione finì col destare serie preoccupazioni nei maggiorenti del Comune di
Siena. I quali, temendo, soprattutto, che la potenza dei Pannocchieschi
crescesse in maniera tale da
insidiare i loro interessi, nel 1288, un anno prima di Campaldino, decisero
d'imporre una tregua fra costoro, gli Ardengheschi di Sassoforte e gli alleati
di questi.
Convocarono
perciò un'adunanza a Monte Lattaia, che apparteneva ai monaci di San Galgano, e
al superiore di essi affidarono il compito di presiederla. La riunione avvenne
il 2 di maggio e si concluse con una riconciliazione dei belligeranti, che
giurarono di sospendere ogni reciproca azione offensiva.
Secondo
le usanze di quel tempo, per conferire maggior valore ai capitolati della
tregua, furono contratti alcuni matrimoni fra i componenti delle famiglie fino a
quel momento in discordia. Tant'è vero che nell'albero genealogico dei conti
Ardengheschi di Cappucciano si può notare come, intorno a quegli
anni, un Bindino Ardengheschi fosse il marito di Fresca di Nello Pannocchieschi
ed un Nello Pannocchieschi avesse per moglie Bartolommea Ardengheschi.
A
quanto sembra, però, i patti della pace non furono a lungo rispettati, anche
perché alcune partite di debiti e di crediti rimaste in sospeso causarono nuovi
dissapori che sfociarono in ripetute, sanguinose risse. La guerra fra le due
famiglie tornò poi a divampare in tutta la sua più spietata violenza quando,
all'indomani della sconfitta subita dai Senesi ad opera degli Aretini nella
battaglia di Pieve al Toppo del 26 giugno 1288, gli Ardengheschi di Sassoforte
uccisero Fredi, o Rifredi, di Roccatederighi e ne occuparono il borgo
fortificato.
I
signorotti che parteggiavano per l'uno o per l'altro casato impugnarono
anch'essi le armi e fu nuovamente lotta accanita, feroce, disastrosa, nella
quale i Pannocchieschi (che secon-
do Gaspero Ciacci possedevano più di trenta castelli con quarantamila abitanti)
profusero tutte le loro energie, minacciando di avere la meglio sui rivali di
sempre e di aumentare così la loro potenza, cosa che i Senesi temevano e che
cercarono subito di scongiurare, scendendo in campo con l'aiuto dei cavalieri di
molte famiglie magnatizie alle quali si affrettarono a chiedere
man forte.
Nello
scontro che ne scaturì, i Pannocchieschi furono costretti a capitolare. Ma la
loro resa non servì a restituire tranquillità al territorio a causa
dell'ostinata prepotenza dei signori di Sassoforte che, liberati dai nemici più
temibili, presero a molestare i loro consorti
di Torniella e di Roccatederighi, ai quali depredarono tutto il bestiame.
La
Repubblica di Siena fu costretta così a intervenire militarmente per obbligare
gli Ardengheschi a rispettare i patti della pace conclusa nella riunione di
Monte Lattaia.
Radunate
le sue masnade e quelle di Monte San Savino, le spedì alla volta di Sassoforte
contro Ghinozzo, mentre Roccatederighi le si sottometteva.
Questa
circostanza avrebbe potuto scoraggiare gli Aldobrandeschi di Santa Fiora.
Ghinozzo, inoltre, aveva una partita aperta con i signori amiatini. E siccome
Siena gli aveva concesso la facoltà di affrontarla a suo piacimento, non si
lasciò sfuggire l'occasione di misurarsi con i feudatari più potenti del
Grossetano, sulle terre di questi, come su quelle vicine della Chiesa,
compiendo, così, disastrose scorrerie.
Racconta
il cronista senese Liberto Benvoglienti (1668-1755) che Ghinozzo possedeva un cavallo degno di lui: intelligente, impetuoso,
impareggiabile nella corsa, tanto da sembrare che volasse, che divorasse il
cammino quando galoppava spronato dal suo padrone. Ciò nonostante, però,
un giorno Ghinozzo venne accerchiato dalle soldatesche papaline. Il capitano di
queste, dopo una lunga e accanita colluttazione, lo fece prigioniero e lo
rinchiuse in una fortezza del Patrimonio di San Pietro in Tuscia.
Una
mattina, all'ufficiale pontificio venne il desiderio di montare il cavallo di
Ghinozzo, di cui aveva sentito tessere le lodi. Ma tutti i suoi tentativi di
riuscire nell'intento furono vanificati dall'irruenza dell'animale. Allora, il
signore di Sassoforte si offrì di cavalcarlo per dare una dimostrazione della
sua abilità e per rendere palese al capitano come il suo destriere fosse docile
e ubbidiente se saputo trattare con le debite maniere. Salito in sella, percorse
al passo un intero giro del forte, poi spinse il corsiero al trotto, dopo di
che, spronatelo al gran galoppo, volò al di là delle mura e del rivellino,
gridando all'esterrefatto ufficiale: " Chi
mi vuole venga a Sassoforte!". E fuggì via come il vento.
Subito,
le milizie del papa e dei conti di Santa Fiora si gettarono al suo inseguimento.
Ma il cavallo di Ghinozzo, rispetto a quelli dei suoi nemici, sembrava di un
altro pianeta.
Volò nelle pianure di Marsiliana, superò Magliano e Montiano, sfiorò Grosseto
e Giuncarico, giunse ai piedi del colle su cui si ergeva Castel di Pietra dei
conti Pannocchieschi; e il signore di
Sassoforte fu finalmente al castello dell'Accesa, vicino al lago omonimo,
appartenente al vescovo di Massa Marittima, dove trovò rifugio, senza sperare,
probabilmente, di potersi sottrarre
alla
cattura.
I
papalini e gli Aldobrandeschi, infatti, cinsero d'assedio il maniero. E Ghinozzo,
dopo aver resistito per più giorni in una situazione che non poteva
consentirgli una via d'uscita da quella specie di trappola in cui
imprudentemente si era cacciato, decise di arrendersi.
I
feudatari amiatini lo condussero in catene nelle carceri di Santa Fiora e
spedirono i loro soldati ad assediare Sassoforte, i cui abitanti, venuti a
conoscenza che il loro signore era stato imprigionato, non opposero alcuna
resistenza e capitolarono, chiedendo soltanto, ottenendole, sia la loro
salvezza, sia quella dei loro beni.
Quale
fine abbia fatto il portentoso cavallo di Ghinozzo i cronisti non lo dicono. Ci
riferiscono, invece, che il suo padrone si rifiutò di nutrirsi e che, a causa
di questa rinuncia, dopo qualche tempo passò a miglior vita.
Quanto
a Sassoforte, il poderoso castello fu venduto dagli Aldobrandeschi al Comune di
Siena per 5.500 fiorini d'oro l'8 febbraio del 1330, "E fu allora, che i signori
della Repubblica di Siena ordinarono si disfacesse quel castello", come
riferisce Emanuele Repetti, citando Orlando Malavolti, autore delle Istorie
senesi.
Va,
inoltre, ricordato che gli avi della famiglia Chigi derivino da un ramo
collaterale ardenghesco sopravvissuto a quei tempi. Ma questa è un’altra, ben
più chiara, storia.