Bartolo da Sassoferrato

Vita e virtù di un insigne giurista

 

Nella prima metà del Trecento l'Italia centrosettentrionale vive uno dei momenti più turbolenti della sua storia. La debolezza dei guelfi, dovuta anche al trasferimento del papato ad Avignone (1305-1377), ridesta le speranze del partito ghibellino, che sogna un rinnovamento legato alla restaurazione del potere imperiale. Ma la tesi universalistica fallisce con la scomparsa di Enrico VII, (1313). Le successive discese in Italia di Ludovico il Bavaro, (1328), e di Carlo IV, (1355), che rimasero coinvolti
nell'inestricabile contrasto di interessi di Comuni e Signori, non portano ad alcuna soluzione. L'eclissi del papato e la debolezza imperiale provocarono una condizione di anarchia, violenza e arbitrio negli stati pontifici, che culminò nel tentativo di Cola di Rienzo di instaurare un governo repubblicano a Roma, (1347). presto repressa dalla ferrea restaurazione del cardinale Albornoz. In Toscana e nelle regioni a nord dell'Appennino, invece, i Comuni passarono da una politica di espansione ad una vera e propria politica di potenza che privilegia il potere del denaro, vede il consolidamento del governo dei mercanti e dei borghesi e porta progressivamente all'instaurarsi delle Signorie.

In questa situazione, in cui il particolarismo rimane il dato dominante della situazione politica, l'Italia centrosettentrionale, pur sconvolta da lotte intestine di partiti e di città, dalle prime compagnie di ventura e dalla tristemente famosa Peste nera (1348), sembra godere di una prosperità senza precedenti e si afferma in campo culturale ed artistico sull'Europa. È l’età di Dante, Petrarca e Boccaccio, di Giotto e di Simone Martini.

Il parallelo sviluppo della burocrazia comunale rende necessario revisionare le procedure e i sistemi del diritto romano, la cui diffusione è sempre profondamente radicata nella cultura degli italiani, per conciliare le antiche regole del Codice agli statuti cittadini e alla vita contemporanea. A questo compito attesero dei giureconsulti, prodotto della civiltà cittadina, spesso funzionari pubblici e docenti universitari, che si adoperarono ad adattare le leggi romane al mondo attuale, conosciuti nella storia del diritto come i post-glossatori. tra i quali si colloca Bartolo da Sassoferrato.

Bartolo, il maggiore giurista europeo del sec. XIV, nacque nel 1313/14, da famiglia di agricoltori, in una casa di campagna a Rave di Venatura presso Sassoferrato nella Marca di Ancona. Avviato agli studi da un francescano, Pietro da Assisi, andò poi a seguire i corsi di diritto civile all'Università di Perugia, sotto la guida del noto giurista e poeta Cino da Pistola, e si laureò giovanissimo dottore in diritto all'Università di Bologna il 10 novembre 1334. Fu giudice assessore a Todi e a Cagli, avvocato generale del rettore della Marca (1338), e ancora assessore a Pisa (1339).

Divenne professore di diritto romano all'Università di Pisa (1340-42) e poi all'Università di Perugia (1343-1357), dove ebbe allievi provenienti da tutte le parti d'Italia e d'Europa, come Baldo degli Ubaldi (morto nel 1400), il più famoso giurista della generazione successiva.

La gloria lo raggiunse già in vita, come è testimoniato dall'incontro con l'imperatore Carlo IV, (1355), che lo fece suo consigliere, gli concesse uno stemma e gli conferì diversi privilegi. Anche l'epigrafe sepolcrale nella Chiesa di San Francesco a Perugia, (rifatta nel sec. XVI), Ossa Bartoli, documenta nella sua sobrietà la grandezza dell'uomo che fu certamente tra le figure più elevate del Trecento italiano, tanto da essere stato collocato accanto a Dante e a Giotto.

La sua fama resta legata principalmente ai monumentali Commentari, al Corpus luris Civilis, alla Lectura super Digesto. Egli affina la tecnica del commento e con grande forza dialettica mostra eccezionali capacità di scavare la lettera della legge per trame mens et ratio. La sua indipendenza, pur nel rispetto della tradizione, di fronte all'autorità della legge e della glossa, indipendenza alla quale fu avviato da Cino da Pistola, ne fa il maggiore dei post-glossatori. Egli dimostra nella sua carica innovatrice la chiave della sua grandezza e la ragione dell'universalità del suo pensiero che dominerà incontrastato nelle aule dei tribunali europei per secoli. In lui si sintetizza il processo di ricambio tra norma antica e prassi quotidiana e in questo veramente egli si distingue tra i massimi interpreti del suo tempo. Il famoso detto nemo iurista nisi bartolista fu patrimonio della coscienza comune per oltre tre secoli.

La sua dottrina giuridica, l’auctoritas Bartoli, ebbe vastissima fama, tanto che in Italia vennero create cattedre universitarie di Lectura Textus, Glossæ et Bartoli nel Cinquecento a Padova, (1544), Torino, (1570), Bologna, (1587) e nel Seicento a Perugia. Macerata e Napoli; nel Settecento la sua autorità era ancora saldissima in Toscana. In Spagna e in Portogallo l’opìnio Bartoli ebbe durevole fortuna e fu sancita per decreto reale più volte nel corso del Quattrocento, fino a raggiungere addirittura il Brasile dal 1603.

Accanto ai Commentari che occupano otto volumi su nove della sua Opera Omnia, si collocano le Quæstiones ed i Tractatus. Il Tractutus de insigniis et armis, scritto nel 1355-57, fu pubblicato postumo nel 1358.

In esso egli affronta i problemi dell'araldica del Trecento, accogliendo quanto veniva suggerito dai tempi nuovi, scendendo nel vivo degli aspetti legali e tecnici degli stemmi e dei marchi, e con una meditazione acuta orienta teoricamente la materia in maniera durevole, lasciando indicazioni che rimarranno valide per sempre. Anzi, grazie a Bartolo, l'araldica come scienza ha compreso meglio se stessa e si è elevata.

Per capire l'importanza del Tractatus bisogna ricordare che, all'epoca di Bartolo, l'araldica, (la parola entrerà nella lingua italiana alla fine del sec. XVII), è un fenomeno di interesse rilevante, saldamente stabilito, che ha raggiunto la piena maturità e si è codificato con regole proprie. Gli stemmi, in origine propri della classe feudale, non sono più esclusiva dei nobili, ma sono diffusi in tutti gli strati sociali e appartengono indistintamente a famiglie sia nobili che borghesi, a cavalieri ed ecclesiastici, a persone fisiche e giuridiche, a enti e società. Gli stemmi hanno funzione identificatrice per eccellenza: rendono immediatamente riconoscibile il proprietario, l'individuo, la famiglia, l'ente. Essi compaiono quindi sugli scudi dei cavalieri e sulle gualdrappe dei cavalli, sulle mura dei castelli del contado e sui portoni dei palazzi cittadini, sui vessilli e i gonfaloni del Comune e delle Contrade, sulle lastre tombali delle chiese e sui monumenti funebri dei potenti, su sigilli, pergamene, copertine di libri, (come le biccherne senesi), ricamati sulle vesti e affrescati su pareti e soffitti, incisi sugli anelli e riprodotti sugli oggetti di arredamento, ecc. L'araldica è presente in tutti i settori della vita pubblica e privata. Riferimenti araldici permeano l'arte, anzi, alcune delle più importanti manifestazioni della pittura e della scultura italiane del sec. XIV, sia nelle grandi città che nei piccoli centri, hanno una forte impronta araldica, dal gigantesco Guidoriccio da Fogliano del Palazzo pubblico di Siena (1328), ai superbi monumenti equestri delle arche scaligere di Verona, dal monumento del Porrina a Casole d'Elsa a quello di Bernabò Visconti, (morto nel 1385), a Milano. Splendide pagine rutilanti di tanti codici miniati sono impreziosite da immagini araldiche, dal celebre codice di San Giorgio in Vaticano, al Liber de principibus Carrariensis dove sono rappresentati i signori di Padova con stendardi bianchi crociati di rosso, al grifone di Perugia negli statuti dell'Arte del Cambio di quella città. Citazioni e allusioni araldiche si diffondono nella letteratura, basti pensare alla Divina Commedia, costellata di stemmi e di insegne, e in particolare ai canti di Cacciaguida (Par. XVI) là dove si parla degli antichi fiorentini.

Nel Trecento nobiltà e borghesia, ancora divise sul piano sociale, si possono unificare sul piano araldico, poiché possedere uno stemma è pur sempre segno ambizioso del desiderio di vivere more nobilium. Come scrive negli stessi anni il Boccaccio, di gente senza un passato illustre: «Come egli hanno tre soldi, vogliono le figliuole de' gentili uomini e delle buone donne per moglie, e fanno arme e dicono: io son de' colali» (Decamerone 7-8). Anche il Sacchetti nel Trecentonovelle, (Novella 63) narra, pochi anni dopo, la storia di un uomo di piccolo affare con pretese aristocratiche che chiede addirittura a Giotto di dipingere le sue armi su uno scudo.

L'animo cavalieresco, pur lasciando lo splendore del guerriero, non perde nulla del suo ideale nobile e cortese in una società dove spesso il cavaliere è un mercante.

E in questa situazione dunque che Bartolo scrive il suo trattato. Egli non fu il primo scrittore di araldica in senso stretto: già precedentemente in Inghilterra troviamo piccoli scritti sulla materia, o che accennano alla materia. È d'altronde difficile definire chi sia stato il primo scrittore di araldica in assoluto. Certamente è da ricordare l'anonimo De Heraudie, scritto in anglo-normanno, che risale al 1341-45 (o forse al 1280-1300). Bartolo, inoltre, non conosce il linguaggio specifico del blasone, ne mai menziona gli araldi, ed egli stesso non era un araldo, bensì, come abbiamo visto, un giurista. Il suo de insigniis et armis è da considerarsi però, per l'autorevolezza, la complessità, l'acume e per l'influenza che ha avuto sui futuri scritti della materia, il primo vero e proprio trattato di araldica europea e Bartolo in questo scritto emerge come il primo e il principale teorico dell'aspetto legale, estetico e tecnico dell'araldica.

La prima questione che Bartolo chiarisce è quella dei criteri che danno diritto a portare armi, affrontando i problemi centrali dell'assunzione, dello scopo e della successione delle armi. Soprattutto nel problema della successione si noterà la differenza tra l'araldica italiana e quella inglese, già netta quindi nel sec. XIV.

 

Le armi possono essere ottenute in tre modi.

1. Le armi di dignità sono quelle relative ad un ufficio o ad una carica pubblica: esse sono tutelate per legge e possono essere portate solo da coloro che sono insigniti di quella dignità, come, per esempio, i dottori per il mondo laico, ed i vescovi per il mondo ecclesiastico. Chi le porta senza avere la dignità relativa può essere denunciato e perseguito per legge, perché compie un falso.

2. Le armi possono essere assunte in proprio. Ciò è pienamente lecito: ogni famiglia può adottare un'arma senza il permesso di alcuna autorità, purché non siano armi relative a qualche ufficio, come si è visto, ne armi di particolare importanza, come quelle del re, di un principe, del sovrano territoriale.

Siccome le armi servono a identificare, come i cognomi, è necessario naturalmente salvaguardarne l'unicità. Per questo motivo, in caso che l'identicità dell'arma generi confusione, o addirittura l'uso improprio provochi la lesione di alcuni diritti, la parte lesa, il proprietario, o anche un terzo, può rivolgersi al giudice e chiedere la proibizione che un altro usi la stessa arma. Lo stesso giudice, qualora una identicità di arma fra realtà diverse sia di disturbo ai cittadini, può, nell'esercizio delle sue funzioni, proibire l'uso di armi già adottate da un altro.

All'interno di uno stesso territorio, dunque, non si dovrebbero prendere le armi di un altro; ma la regola non vale più con armi straniere, perché le armi non sono protette all'estero; per esempio, l'identità di arma tra un tedesco in Germania e un italiano in Italia non può essere vietata per legge.

Rispettando la norma di non prendere l'arma di un altro e seguendo alcune regole tecniche (vedi oltre), era lecito farsi uno stemma personale.

3. Le armi, infine, possono essere concesse dal re o da un principe: ciò non è necessario per la loro validità, ma la concessione aggiunge maggiore onore e prestigio all'arma. Il prestigio della concessione è particolarmente importante quando, tra due armi, nessuna delle due può documentare la data di adozione. Infatti nessuno può impedire di portare un'arma concessa dall'alto ed essa ha la precedenza sulle armi assunte in proprio. Inoltre le armi del re, o del signore feudale, possono essere aggiunte alle proprie in segno di dipendenza, e collocate in posizione onorifica, sia per iniziativa personale che per concessione. Ne consegue che queste hanno la precedenza sull'arma pura della famiglia.

Le armi gentilizie, assunte in proprio o concesse, servono, stabilisce Bartolo, a riconoscere gli uomini, ad cognoscendum homines, esattamente come i cognomi.

Questa affermazione lapidaria ci spinge a due osservazioni fondamentali.

Primo, le armi sono segno di identificazione: esse vengono usate da famiglie sia nobili che borghesi: dunque araldica e nobiltà sono due realtà ancora separate. Tant'è che Bartolo aveva affrontato il tema della nobiltà in un diverso precedente trattato de dignitatibus.

Secondo, le armi non servono a riconoscere i singoli, a distinguere un uomo dall'altro,  ad cognoscendumì unum hominem ab alio, come stabilirà per l'araldica inglese Johannes de Bado Aureo nel 1395, ma a distinguere tutta la discendenza maschile, agnazione, di colui che per primo ha avuto l'arma. Ne hanno diritto tutti gli appartenenti alla stessa discendenza agnatizia; gli altri parenti e gli affini, invece, non vi hanno diritto alcuno.

Esse dunque non appartengono all'individuo, ma all'intera casata, tutti i membri della quale, discendenti da colui che le ha assunte per primo, vi hanno diritto indistintamente dal momento della nascita. Infatti le armi, come i cognomi, non fanno parte dell'asse ereditario, non vengono ereditate alla morte del padre, e non possono essere assegnale per testamento ad uno piuttosto che ad un altro. Esse, come i cognomi, sono proprie dell'agnazione. Ne hanno diritto quindi anche i figli adottivi.

Gli unici a non averne diritto sembrerebbero, secondo il diritto romano, i figli nati fuori da nozze legittime; eppure in Toscana anche i bastardi e gli illegittimi portano l'arma pura della famiglia, secondo una consuetudine alla quale bisogna attenersi.

Bartolo non concorda col fatto di salvaguardare i diritti dell'erede legittimo, quindi, siccome l'arma non distingue un individuo dall'altro, ma è uguale per tutti quelli della stessa agnazione, non vi sarà necessità di brisure o di inquarti, (tanto care agli inglesi), per distinguere i figli dal padre, il primogenito dai fratelli, il legittimo dal bastardo. Solo quando la famiglia cresce, e nasce il bisogno obiettivo di distinguere i vari rami, è permesso, ma non è obbligatorio, introdurre, nell'arma, delle differenze.

Bartolo fotografa così la situazione dell'araldica italiana del tempo e ne coglie le caratteristiche proprie, definendola giuridicamente. Effettivamente le brisure e gli inquarti in Italia sono rari, rispetto agli altri paesi, e quindi gli stemmi hanno un aspetto più sobrio, più semplice, più medievale. La motivazione di questa situazione va ricercata nel diverso sviluppo storico che ha avuto l'Italia dei Comuni rispetto ai paesi del nord e anche rispetto al meridione.

Mentre nei paesi d'oltralpe ha il sopravvento la legge salica, secondo la quale solo il primogenito eredita il feudo paterno, nell'Italia comunale vi sono casate nobiliari che, anche quando di origine franca, seguono preferibilmente la legge longobarda che prevede la divisione del feudo fra tutti i figli. Esse non hanno avuto quindi grandi motivi di inserire brisure per distinguere il primogenito dai fratelli, motivazione che rimane solo per i grandi signori territoriali. Inoltre, al declino della classe feudale, corrisponde la rapida ascesa dei mercanti e dei patrizi cittadini, che in Italia sono i veri detentori del potere, che non hanno né necessità, né interesse alcuno di distinguere i diversi appartenenti alla stessa famiglia.

Per questi due motivi concomitanti e forse anche grazie alla mancanza di araldi nell'Italia comunale compaiono raramente brisure di tipo genealogico, cioè quelle che servono a distinguere un componente da un altro della stessa famiglia, (brisure vere e proprie o inquarti di famiglie diverse), mentre sono frequenti le brisure di tipo politico, cioè i cambi di smalto per motivi di fazione o l'introduzione delle concessioni, quali segni di fazione o di onorificenza, dell'Impero, di Francia, d'Angiò, ecc.

La fondamentale affermazione di Bartolo, e cioè che gli stemmi servono ad identificare, lo porta ad avvicinare lo stemma gentilizio, pur con le dovute differenze, al marchio. E il fatto che gli stemmi devono essere protetti dalle imitazioni, lo porta ad affrontare il problema analogo della protezione del marchio.

Il marchio dunque va tutelato nell'interesse del consumatore. Infatti nessuno deve essere tratto in inganno dall'uso erroneo di un marchio che si è imposto sul mercato.

I requisiti essenziali del marchio sono l'unicità, per cui vi è il divieto di utilizzare il marchio di un altro, e la priorità che stabilisce la presunzione all'esclusività. Il problema legale che si pone è sapere se il marchio sia trasferibile indipendentemente dall'azienda.

In caso di scioglimento dell'azienda. Bartolo distingue fra marchio di società e marchio di fabbrica.

Nel primo caso, il marchio rimane a chi continua ad esercitare il commercio, ed esso pertanto non è accessorio alla società, (o ai soci), ma alla negoziazione.

Nel secondo caso se è rilevante il luogo di produzione, cioè se il marchio è proprio della fabbrica, esso rimane comunque alla fabbrica, anche se il nuovo proprietario se ne fosse impossessato illegalmente: se invece è rilevante l'artefice, rimane a coloro che lavorano alla preparazione del prodotto.

Il marchio, dunque, è accessorio del prodotto e non è trasferibile senza l'impresa, (o parte di essa) oppure il perdurare dell'attività: non è concepibile senza il luogo, o l'arte, o l'artefice che esso designa.

Per Bartolo, in contrasto con la dottrina vigente al suo tempo che prevedeva la «libera cessione», il marchio non ha autonomia giuridica, né libera commerciabilità perché la tutela del consumatore deve essere sempre tenuta presente: egli ha il diritto di trovare designato con lo stesso marchio sempre lo stesso prodotto.

Il marchio serve a non confondere un prodotto con un altro simile, esso pertanto deve essere riconosciuto da parte dell'ordinamento giuridico e deve essere protetto per legge. Con questa tesi sui marchi di fabbrica, Bartolo lascia un segno nella tradizione giuridica posteriore e si avvicina al legislatore odierno, assumendo un posto di rilievo nella storia del diritto.

In quanto all'aspetto estetico e tecnico Bartolo, pur all'oscuro del linguaggio araldico specifico, osservando le armi del suo tempo stabilisce dei criteri che rimarranno validi per sempre.

Le armi. e qui si intende solamente lo scudo, non avendo alcuna rilevanza elmi, cimieri, corone, sostenenti, ecc., sono composte da pezze geometriche o da figure, oppure dall'unione di entrambe.

Bartolo distingue chiaramente la destra e la sinistra araldiche, (che sono opposte rispetto a chi guarda) e stabilisce che gli animali devono essere raffigurati di regola volti verso destra, (ad eccezione di quando viene rappresentata la sola testa oppure per motivi di cortesia) e che la zampa destra deve essere sempre quella sollevata in avanti. Essi devono essere raffigurati nel loro atteggiamento più nobile, quello nel quale mostrano meglio la loro indole: per cui il leone è rampante, il cavallo inalberato, l'agnello passante.

Bartolo non entra nel simbolismo degli animali né spiega il loro significato, in questo si avvicina al De Heraudie e si distacca da tutti gli scrittori che verranno dopo.

Nel trattalo vengono anche impartite norme tecniche su come raffigurare le figure sui vessilli, sugli scudi, nelle incisioni, sulle vesti, sulle gualdrappe dei cavalli, sulle coperte dei letti, sui pavimenti, sulle pareti e sui soffitti.

Gli smalti araldici usati per le armi sono: oro, rosso o porpora, azzurro, bianco e nero. Bartolo dunque non cita le pellicce, cioè il vaio e l'ermellino, che pur presenti negli stemmi non vengono mai ricordate dagli scrittori araldici del sec. XIV, né cita il verde, mostrando un notevolissimo spirito di osservazione, dal momento che il verde, in realtà è piuttosto raro negli stemmi medievali.

Bartolo non distingue gli smalti in metalli e colori, né cita la regola di non mettere colore su colore, né metallo su metallo. Egli tuttavia conosce smalti più o meno nobili. La nobiltà degli smalti ha due scale: una rispetto a quel che rappresentano, e qui il più nobile è l'oro: l'altra rispetto alla loro essenza, e qui il più nobile è il bianco. Bartolo ritiene che i colori più nobili debbano avere la precedenza sugli altri e quindi debbano essere dipinti, dove vi sono partizioni geometriche. nelle parti più onorevoli dello scudo, che sono quelle superiori e anteriori. In questo senso la classica differenza tra colori e metalli viene rispettata e valorizzata.

Anzi, considerando quanto sopra detto, le cosiddette leggi dell'araldica sono state, forse per la prima volta, teorizzate proprio in questo trattato di Bartolo. Tali leggi sono quelle norme del blasone che regolano la tecnica della composizione delle figure e degli smalti negli stemmi e che rendono così unico e unitario il sistema araldico medievale europeo.