(Breve
Racconto di Natale)
di Gianluca Bargagli
z
Giovanni Releghé vide per la prima volta Anna
Palindromo in una sera tesa, tipica delle serate di inizio inverno.
Il mondo stava aspettando l'agonizzante fine di un
dimenticabile anno.
Molti secoli fa erano accaduti memorabili fatti .
Adesso se ne potevano solo incorniciare le rimanenti
foto.
Nel locale, i sax suonavano, un cantautore baffuto
girovagava tra i pensieri della gente .
Dalla sua faccia., rugosa e trascurata si denotavano
tutti i malesseri del suo tempo, come una bandiera della cavalleria polacca
gettata nella carica contro i "Panzer Divisionen".
Giovanni ordinò una, crema di whisky, nel locale il
brusio della gente concertava perfettamente con il pianoforte impazzito e la
voce dei sax. Il Jazz si ascolta anche così .
Gli sguardi dei due si incrociarono, poi, dopo un primo indugio, Giovanni si tolse ogni timore e disse : “'Le sembrerò scortese ma vorrei … vorrei tanto conoscere il suo nome.
«Anna, mi chiamo Anna» disse.
I due lasciarono che il tempo scorresse intorno a
loro, che le persone vagassero nei loro pensieri, come intorpiditi dai fumi del
jazz.
I sax suonavano .
Il batterista accarezzava il piatto con le spazzole
creando quel suono sinuoso e sensuale. La voce calda di quel cantautore
completava, come un ideale retrogusto, l'armonia dì quel momento.
Anna sorseggiava un Darjeeling Tea, gli occhi di lui non perdevano alcun piccolo suo
movimento.
Prima di un atto visivo tra due persone, o solo tra
una delle due, che osservi e l’altra che si sente osservata, penso che vi sia
una serie minuta dì ultrasuoni, come una lieve onda radar. Prima del semplice
atto visivo, credo, infatti, che avvenga un inconscio processo d’invio
del segnale da chi osserva e di captazione
del medesimo da chi si sente osservato.
Succede, quindi, spesso, che passeggiamo per una
strada e abbiamo la strana sensazione di sentirci osservati, anche se a
prima vista questo potrebbe non sembrare possibile perché non soffriamo di
spirito di persecuzione e perché, soprattutto, nessuno, obiettivamente, ti sta
veramente seguendo né osservando. Credo, quindi, che si tratti di onde simili a
quelle telepatiche, oppure sono semplicemente le stesse. I due rimasero avvolti
nei riflessi dei loro sguardi
Giovanni, poi, era una di quelle persone che se ne
usciva con alcune riflessioni molto particolari a cui non si riesce a dare una
risposta. Concetti profondi che non sempre lasciano l'ascoltatore con sensazioni
di quiete, ma altresì lo turbano e lo mettono in crisi. Come se, per istinto,
si deve collocare in una logica razionale ogni concetto, ogni pensiero, ogni
parola che captiamo e che ci aggredisce dall'esterno.
Sembriamo spesso apatici a tutti questi messaggi,
futili e non, che ci giungono dal mondo fuori di noi, dal macrocosmo; ma, in
realtà, la nostra analisi, involontariamente, cade su tutto. L’unica scelta
che abbiamo nell’accettare o non accettare come importante questo, nostro,
grado di sensibilità .
Giovanni poteva portare spesso con i suoi pensieri a
questo bivio.
Ë
Anna Palindromo, leggendo un saggio di un certo
Mainof, il suo scrittore preferito, trovò scritto, in una breve riflessione: «…Non tutto è affidato al caso, come io, per
esempio, che pensando, una volta, avvolto in una elucubrazione di pura e
semplice Semantica, alle parole Sincronia e Sincrasia, all’armonia del
fonetizzarle insieme, alla casualità dello scandirle l'una dopo l'altra,
perdutamente, senza avere spiegazione alcuna sulla logica esistente e collegante
i due significati; Sincronia e Sincrasia. Ah greco! Perché mai ti studiai!
Nel
loro intimo, però, è possibile accomunare insieme i rispettivi concetti:
vedere nel primo una comune temporalità,
e, nel secondo termine, un comune rimescolamento.
Io in tutto questo, vedo una
logica molto simile, perché penso e forse non sono il solo, che l'immagine del
tempo, del tempo che scorre, sia associabile al mescolarsi di elementi. in
continua, inesorabile, trasformazione.
Chi
ti dice. infatti che il mondo esista? Oppure che il mondo sia vero?
Io,
per esempio, sempre io, comunque, ho cambiato l'amore in realtà… è
possibile, mi sì creda!
Non
è mera illusione...o forse siamo veramente bugie del tempo…»
Ed in quel momento, Anna, vide la sua immagine
specchiarsi in quelle parole, nel dubbio di quei pensieri ambigui ma possibili .
Poche sere prima, aveva rivisto con piacere, un film
e lei molto caro: Anna dei Miracoli.
Era sempre stata colpita dal nome della piccola
attrice che interpretava il ruolo di Anna.
Lo carpì leggendo tra i titoli di chiusura e se ne innamorò; Cinzia, Cinzia de
Carolis.
Anna rimase sempre affezionato a questo nome alle sue
amiche soleva. farsi chiamare Cinzia.
Nello scorrere degli anni, arrivate e frequentare il
Ginnasio, riconobbe nel monte Cinto, dell’isola di Delo l'origine del suo amato nome che, secondo la leggenda
mitologica, il monte Cinto era il luogo natale del dio Apollo e di sua sorella
Artemide. I flutti del Mar Egeo portarono a Roma, i due dei, ed Artemide,
divenne, per la tradizione, la cacciatrice Diana. Qui i Quiriti, la invocavano
spesso solo con il nome della sua terra natia e quindi la chiamavano
supplichevolmente Cìnthia... e da questo nacque il nome Cinzia.
Anna adorava vedersi nelle vesti della dea silvana,
attorniata, dai mille satiri, dalle leggiadre muse, come dispersa. in una tela
del Botticelli, intenta e cogliere il fuggevole attimo nella danza liete e ria,
della miglior parte della vita.
Il film allora, era solo un pretesto per quella sua
evasione, per quella sincrasia della realtà con la fantasia.
A differenza delle sue omonime, Anna, festeggiava il
suo vero onomastico il 18 Febbraio,
anziché il 26 Luglio, come il suo nome pretendeva.
Anna era fatta così; Giovanni la stava adorando
anche per questo.
I due lasciarono il locale, i padroni, Brenda e Tony,
nomi sicuramente d'arte, stavano confabulando con il pianista, il cantautore
baffuto. I camerieri avevano iniziato a pulire i tavolini, non ho mai conosciuto
invito più elegante come quello, tipico di quei locali che dovrebbero chiudere
alle 3:00 di notte e invece alle 4:00 si ritrovano ancora molte persone sedute
al bar! Giovanni accompagnò Anna alla sua macchina. I due scoprirono di aver
parcheggiato l'uno accanto all'altra.
Il loro incontro sembrava inevitabile.
Anna aveva, un Maggiolino
rossa; Giovanni il Duetto prestato da
un suo amico partito per la montagna. Giovanni adorava quella macchina, Anna
considerava la sua Carlotta un oggetto
necessario e comodo. Quella sera, però, avrebbe preferito averla lasciata a
casa. Anna, che ignorando la sua mortale timidezza, chiese a Giovanni se
potevano fare la stesse strada…se lo poteva seguire. Giovanni, poi, salì in
casa di Anna e per quella rimanente notte non parcheggiò la macchina
affidatagli nel garage come da promessa fatta.
La mattina seguente, avvolta solo da una vestaglia,
Anna svegliò Giovanni con un caffè ed un vassoio di croissant ancora caldi.
Era molto bella, i suoi occhi illuminavano un viso sorridente e dolce. La
semplicità di quel momento avvolse Giovanni di un piacere soave.
Sono quelli i momenti in cui si annientano i mille
dubbi della vita come dissipati, come imprigionati entro una rete d'oro.
Indistruttibile.
Anna aveva, mille attività; univa le sue doti umane
alla sua vena umanistica.
Le sue giornate le viveva tra, la facoltà di lettere
ed il reparto pediatrico, dove svolgeva opere di assistenza volontaria; scriveva
in un giornale locale, nella terza pagina,
la pagina culturale. Contrapponeva la macchina da scrivere, alla penna ed alle
dolci carezze.
Quando si è piccoli ed indifesi, quest’ultime,
sono un tesoro impagabile .
Gli occhi di Anna, poi, erano il giusto complemento a
quelle carezze; la luce del suo sguardo riscaldava ed invadeva inesorabilmente
la più intima semplicità, il più recondito disagio di un bambino,
trasformandolo in placida quiete, in dolce e soporifero piacere. Probabilmente
Giovanni avrebbe conosciuto Anna, in queste circostanze. Lui, studente di
medicina, frequentava, spesso quel reparto. Alcuni suoi amici lo avevano visto a
lungo sostare davanti al vetro del nido,
nel reparto di Neonatologia, come se fosse uno dei tanti novelli padri, che non
facendo in tempo e veder nascere il proprio figlio, lo ricercasse tra le molte
testoline, tutte uguali, immerse in quella luce azzurra. Lui era lì e solo in
quei momenti riusciva a trovare la quiete e la giusta coordinazione nella
razionalità dei suoi ricordi, tra il suo modo di essere e gli impegni futuri.
Solo qui ritrovava la vera voglia di vivere; al cospetto di quelle ignare
testoline, di quei fagottini ignari, ritrovando se stesso ed il fine del suo
fare. Commosso da quella prova tangibile del forte sentimento della vita,
rigenerava il suo spirito ed era pronto per ributtarsi nel marasma della vita.
Perché vivere è un sentimento.
Un sentimento tra i sentimenti della nostra,
esistenza, della nostra realtà terrena. E come tale, ognuno di noi lo colloca
nel giusto ambito, nel posto più indicato, nella libertà della propria
coscienza. Giovanni lo aveva collocato nello scaffale più importante della sua anima.
Amare troppo, spesso produce sacrifici enormi
raramente ricambiati. Amare una persona insieme ad altre cento, risulta più
economico, ma, più lesivo, anche se nell’inconscio.
Vi è, infatti, una forte spersonalizzazione del
carattere e delle volontà…Giovanni era avvolto nello studio dell'Emodinamica.
Il cuore, nella Medicina Interna, è un argomento che affascina ogni discente di
tale scuola.
Tra uno svuotamento dei ventricoli e un riempimento
atriale, il futuro medico ripensava ad alcune frasi lette non molto tempo
addietro ed ormai, come spesso accade, non più sicuramente imputabili alla
penna di uno scrittore ben preciso.
È più facile, infatti, ricordare bene un concetto,
che il nome della penna che lo ha scritto; del diretto responsabile di quel
pensiero…eppure, come spesso accade, venne assalito da un secondo pensiero,
completamente distante dal precedente che poteva solo nascondere una logica,
sinuosa ed impercettibile con il primo nativo pensiero.
Si ricordava. infatti, di una foto dell'allora
diciottenne Lorenzo, un suo amico un pò pazzo, diventato in seguito uno dei più
famosi fotoreporter, facente parte di un servizio sulla Berlino del 1974,. dove
si vedeva una scritta, nell'ormai famoso Muro, in un tedesco correttissimo,
quasi schilleriano, si leggeva: Potete
toglierci Tutto ! Purché la voglia di vivere con la Libertà e la Fantasia di
pensare... ed
accanto si trovava una bellissima farfalla; animale figlio di una metamorfosi e
soprattutto effimero.
I colori della farfalla. disegnate accanto e quella
frase, la crudele denuncia; quel muro, testimone di tanti pensieri liberi; la
luce ambigua della foto; l'attimo di quello scatto rimasero in lui sempre ben
impressionati.
Ora Berlino rappresenta la capitale di un unico,
vecchio, Stato.
Ma in quel momento, che giorno era?
Quale scherzo della mente lo aveva ricondotto e quel
ricordo?
Che logica c'era nel suo siffatto pensiero?
Il cuore pulsava ancora.
²
Anna aveva un caro amico, Carlo, con il quale era
solita dialogare per ore ed ore e con il quale pianificava ogni piccolo dubbio.
Carlo era per Anna come un fratello.
Carlo viveva in costante contrasto con sua madre.
Luisa, la madre di Carlo, ormai rimasta vedova da
qualche anno. aveva perso molto del suo spirito gioioso e spensierato, era ,
comunque ancore una donna molto particolare, con quel suo carattere accattivante
risultava, spesso, per Carlo e per gli amici del suo unico figlio, una amica
fraterna, una del gruppo.
Carlo cercava di risolvere i suoi dissidi con la
madre scappando di case, senza dire nulla a nessuno. Si rifugiava, infatti, nei
posti più impensati, da. amici occasionali, facendo comunque in modo
che nessuno lo sapesse se non per puro caso.
Falliva sempre nell’impresa per mille, prevedibili,
motivi: mancanza di denaro liquido, ritorno dei genitori in case di un amico
ospitante, impossibilità a trovare per periodi indeterminati un rifugio
valido. Riusciva, comunque, a far impensierire Luisa ed e far smuovere mezzo
mondo. Anna si ritrovava sempre coinvolta ora da Carlo, ora da Luisa; da chi per
primo riusciva a contattarla. Anna era l'ago della bilancia della ribellione di
Carlo e, al tempo stesso, il motivo dei fallimenti e dei propositi del
particolare amico. Luisa, infatti, contava sempre sulla grande amicizia dei due.
Riusciva, così, ad individuare il covo del fuggiasco e, con strategie tutte
particolari, creandoli terreno bruciato intorno, a ricondurlo a casa. Il figliol
prodigo, varcando la soglia di casa, riusciva. con alta maestria, a far
credere di aver deciso da solo il suo ritorno. Carlo e 'Luisa erano uguali.
Anche Luisa da giovane era stata ribelle e cocciuta; sempre in conflitto
con i propri genitori che fondamentalmente amava. Anche Carlo adorava sua madre;
Anna e Luisa erano per Carlo persone insostituibili.
Carlo aveva. una ragazza: Giulia.
Giulia era una ragazza dolcissima conosciuta come
Anna, sui banchi di scuola. Giulia completava il trittico dei sentimenti del
simpatico giovane, la trilogia vitale per Carlo.
Carlo conobbe Giovanni e lo stimava. Vedeva in lui
completarsi dello spirito e della sensibilità di Anna. Anna era ben lieta di
avere il beneplacito di Carlo.
Un giorno Carlo, dopo una, furiosa lite con la madre,
telefonò a Giulia dicendo che doveva assentarsi per un tempo indeterminato da
casa e che non si dovesse preoccupare. Scomparve, così, come era suo solito
fare. Giulia amava troppo Carlo per potersi arrabbiare con lui.
Con singolare pazienza collaborava con Luisa nel
ricercare Carlo. Carlo ricambiava di amore Giulia. Del suo carattere amava
l’arguzia ed il suo intuito, la considerava, quindi, un serio pericolo per il
suo anonimato. Anna, per questo, più che mai si trovava in un delicato ruolo,
si trovava tra due fuochi. Giovanni, considerava tutto questo un grande gioco
inventato da Carlo per puro spirito di considerazione; un gioco che, però,
Carlo sapeva arricchire sempre di nuovi particolari.
Giovanni era di fatto una nuova pedine nelle mani di
Carlo: aveva ospitato in quest’ultima occasione il bizzarro ragazzo che non
aveva, così, bisogno di contattare direttamente Anna, né direttamente di
parlarle, evitando, così, una nociva fuga
di notizie.
Questa volta Carlo era convinto di potercela fare!
Nessuno, però, sapeva in cosa poteva consistere il
suo successo. Forse in una debaclé di
Luisa.
Forse in qualcosa di più...Giovanni se lo stava
continuamente chiedendo. Ma chi era in realtà Carlo?
Riuscì una sera a rispondere a questa domanda con il
logico risultato di metterlo in crisi. Da quel momento però gli rimase molto più
simpatico e lo vide più amico. Carlo aveva, in sostanza, paura di non avere più
tutta quella strana, ma bellissima situazione. I sentimenti che era riuscito a
costruirsi attorno a sé potevano cambiare, potevano decadere da un momento ad
un altro. Chi poteva Criticarlo?
Carlo, in pratica, risultava sempre vincente. Nel
fallimento dell'impresa, infatti, si nascondeva sempre il successo dei propri
reali intenti e la consapevolezza di poter contare, in un altro momento, su quel
funzionale gioco.
Successo e consapevolezza notorie forse, anche ai
rimanenti partecipanti. Il giovane aveva forse trovato un sistema duraturo nel
tempo per difendere e mantenere i propri affetti.
Quanta gente ha modi più subdoli per far questo? Ma,
soprattutto, quante persone sanno riconoscere ed apprezzare quello che hanno?
Carlo nel suo eclettismo, nel suo muoversi verso mille orizzonti, costruiva in
modo simpatico e particolare ogni momento. Aveva sempre bisogno di trovare la
giusta coordinazione. Frequenta, la facoltà di Ingegneria, dove ritrovava,
nella complessità della materia, la sua complessità, e nella pragmaticità
della formazione e dell’ambiente universitario, l’essenza del suo vero
essere vivo.
Giovanni aveva trovato in Carlo un ottimo idraulico,
un eccellente elettricista ma anche un discreto cuoco. Un giorno, però, per
puro caso, la latitanza di Carlo finì. Anna, infatti, volendo fare una
sorpresa, a Giovanni, si presentò in casa del futuro medico senza preavviso.
Quello che sconvolse Carlo fu che la ragazza non era particolarmente preoccupata
né stupìta di vedere Carlo in quella casa. Eppure lei proprio questa volta,
poteva disperare della sua salute, dato che non era mai stata, contattata .
Carlo si fidava dell'omertà di Giovanni anche se capiva adesso, per quel motivo
che Anna non rivolgeva più tutte le attenzioni per lui.
Era normale, lo sapeva., ma era pur sempre la prima
volta. La prova concreta della sua sensaziione.
E Luisa? E, soprattutto, Giulia?
Carlo fu assalito da una sorte di terrore.
Aveva abbassato troppo la guardia ed aveva commesso un grosso errore banalmente evitabile con un pò di precauzione in più. No! La verità era che tutto il gioco era finito. Giovanni incosciamente con il suo richiesto aiuto, gli aveva fatto aprire gli occhi. Non poteva più raccogliere affetto ed attenzione con chi aveva smesso di recitare la sua parte. E così Giulia fu contattata da Giovanni, così come Luisa ed il gioco finì. Quella sera, inoltre, il dottorando allestì una piccola cena in onore del ribelle non più imbelle. Le due ragazze avevano preparato il dolce preferito di Carlo: il Crem Caramel.
Il futuro ingegnere sembrava aver apprezzato tutto quanto, anche se rimaneva con i suoi dubbi, come chi cresce per una nuova, improvvisa, consapevolezza.
Forse solo Giovanni poteva, capirlo. Passarono poi la
serata nel locale di Brenda e Tony, quello dove Anna e Giovanni si erano
conosciuti per la prima volta; adesso, però, non c'era la stessa, complice e
spontanea atmosfera di quell'indimenticabile momento.
O forse loro erano tutti cambiati?
¯
Il telefono squillò a lungo prima che Giovanni si
decidesse a rispondere. Il ricevente accolse le parole di Anna, come un fulmine
a ciel sereno. Per uno studente medico, il Pronto Soccorso non fa paura, tranne
quando, logicamente vi si trova una persone cara, è il paradosso per tutto il
personale sanitario: Luisa, vittima di un incidente stradale era stata portata
d'urgenza in ospedale.
Luisa, la madre di Carlo, stava morendo.
Le voce di Anna era penetrante fin nel più intimo di
Giovanni.
Il Releghé sperava di trovare, nel reparto del
Pronto Soccorso, un suo caro amico, da poco laureato, ma con la professione nel
sangue. Più volte Alberto, il neolaureato, aveva fatto visitare a Giovanni il
Pronto Intervento come veniva definito tra i medici. Più volte entrambi avevano
vissuto momenti di intensa ma controllata apprensione. Questa volta, però,
insieme a tutto questo, un fattore in più si sommava a tutto il resto: il
dramma che nasce da un legame d'affetto. L’aspetto più triste dell'operatore
sanitario.
Alberto aveva già condotto la moribonda nella Sala
Operatoria.
Luisa aveva riportato lezioni multiple agli arti e
presentava un bruttissimo ematoma a lìvello addominale. La macchina della
donna, era stata come spazzate via da un camion che, sorpassando un secondo
camion, aveva perso il controllo, per il fondo stradale viscido. Luisa,
architetto molto conosciuto per la grande capacità professionale, doveva
trovarsi a Firenze per una consulenza su una ristrutturazione di un antico
palazzo del centro.
La strada a quattro corsie, il muretto
spartitraffico, la moderata velocità, la cintura di sicurezza., non erano
riusciti ad assicurargli le vita. Luisa spirò, sotto i ferri operatori del
direttore di Chirurgia dopo tre ore dal soccorso, in una disperata corsa contro
il tempo e contro quella maledetta morte; quel maledetto modo di morire.
Il giorno del funerale, Carlo riusciva a malapena a
tenersi in piedi. Il mondo era come crollato intorno a lui. Anna non rivolse
neppure una parola a Giovanni. Era come se non lo riconoscesse più. Il mondo
ignorava, quel tremendo dolore?
Giulia ed Anna rimasero a lungo davanti alla tomba di
Luisa.
Carlo rimase a lungo accasciato vicino ad una corona
di fiori, Giulia disse a Giovanni che Anna sarebbe stata con lei e Carlo, e che
gli avrebbe telefonato tra qualche giorno.
Quelle parole risuonarono per Giovanni come una colpa
che lui aveva per l'accaduto.
Era stato messo da parte, isolato dal gruppo.
E pensare che lui stava soffrendo molto per la morte
di Luisa. Lui che pur conoscendo l'intima natura umana, nulla aveva, potuto
fare. Un dramma che nasceva dal dramma.
La notte è così buia per un elettricista senza gli
arnesi del mestiere alla presenza di un corto circuito.
Ì
Qualche giorno dopo, il Releghé, ormai esasperato
iniziò a ricercare Anna.
In quel suo modo di fare ritrovò quello di Luisa;
ricercare qualcuno che non vuole farsi trovare.
Perché è così difficile capire quali sono i giusti
accordi della vita; perché rischiamo sempre di suonare, in un immaginario
pianoforte, un motivo con una mano, senza azzeccare, il più delle volte, i
giusti accordi con l'altra mano. Perché?
Giovanni trovò Anna, in uno dei rari momenti che
passava da casa. I messaggi, nella segreteria telefonica, non erano serviti a
nulla.
Anna non aveva mai ascoltato quel nastro; la
conoscenza si porta dietro sempre delle responsabilità.
Adesso, al telefono aveva una voce molto tesa, forse scocciata che
disorientava completamente il giovane ricercatore... lei era come se stesse
ignorando le preoccupazioni logiche del Releghé, la mancanza di una traduzione
logica, quel distacco improvviso forse…e quei prolungati silenzi...
«Quando possiamo risentirci?» Chiese improvvisamente Anna. E Giovanni
con una tranquillità straordinaria fisso ora e giorno per il nuovo appuntamento
telefonico. «Ti va bene?» Chiese molto gentilmente ad Anna.
Il
giorno dopo, all'ora fissata per l'appuntamento telefonico Anna ricevette da
Giovanni la telefonata più breve della sua vita: «Sono sotto casa tua, vorrei
salire da te, conto fino a tre, se taci salgo... »
Il tre fu pronunciato, nessuno aveva proferito altra parola, la cornetta
fu velocemente riagganciata. Poco
dopo suonò il campanello di Anna Palindromo,
e la porta si aprì.
Giovanni trovò Anna avvolta nel suo kimono giallo,
si stava preparando un thè. I due sorseggiarono in religioso silenzio, una
tazze di China Black, un thè che
piaceva molto a Giovanni. Il giovane aveva come la sensazione di essere
aspettato.
I due parlarono per il resto del pomeriggio di mille
e varie cose Giovanni non iniziava mai a parlare, voleva che Anna decidesse cosa
voler dire. Si capiva che era rimasto molto scossa dalla scomparsa di Luisa.
Giovanni non voleva insistere.
Voleva solo aiutare a togliere le macerie
per ricostruire, aiutare a ricostruire la serenità nell’animo di Anna. «Giulia,
Giulia ti saluta e mi ha detto che sei sempre stato molto carino...», disse
improvvisamente Anna: «Per me, infatti, credimi, non è facile dirti che mi
mancherai. Penso, ed ho riflettuto molto, penso che noi due non siamo fatti per
stare insieme, penso che è meglio interrompere subito una storia che non può
continuare a lungo. Non chiedermi se dico questo perché nella mia vita c'è
qualcun'altro; ti dico questo sinceramente, non per mascherare con una scusa
un'altra verità…io non faccio così!
Non pretendo, peraltro, che tu mi comprenda o che tu
voglia perdonarmi. Mi mancherai ma, forse è meglio finire così la nostra
storia; non ti dimenticherò, credimi, vorrei però che tu ora te ne vada…» e
le parole furono soffocate da un sospiro, mentre un solitaria lacrima stava
cadendo sul candido volto. Giovanni si girò come per guardarsi intorno e
prendendo il cappello e il cappotto, fece quello che gli era stato richiesto.
Fino a quel momento era riuscito e trattenere le
lacrime.
Per strada, complice la fastidiosa pioggerella
invernale, le sue lacrime si trattennero a stento, per poi essere richiamate da
quella situazione, come per un'osmosi preterintenzionale.
Quelle parole, la probabile sofferenza che Anna aveva
nel scandire quelle frasi, le sue pause, i suoi occhi, il suo volto rigato in
ultimo da quella lacrima; le tazze ormai vuote, la luce della stanza.
Cosa era accaduto in questo lasso di tempo? Cosa era
cambiato nei giorni di disperato silenzio?
Quale particolare valore aveva avuto quel triste accaduto nei loro cuori?
Quanto era realmente morto insieme con Luisa?
Giovanni ben presto scomparve ai miei occhi quando
d'improvviso oltrepassò l'arco di un vicoletto.
·¸¹º»¼½¾¿ÀÁÂ
Le giornate d'inverno sembrano sempre uguali, sempre
le stesse.
I colori del ceruleo cielo si sovrappongono ai toni
più scuri delle vie urbane, alle tinte di una città, che proprio per questo
appare come vuota.
Una città vuota.
I dipendenti comunali stavano togliendo le luminarie
degli alberi di Natale dalle vie di Siena.
In uno di quei momenti, io, Mainof, vidi due persone
che si tenevano dolcemente per mano e riconobbi nelle loro figure, Anna
Palindromo e Giovanni Releghé.
Forse i miei occhi mi ingannarono o forse no.
Le città come Siena creano questi dubbi.
