Brenda & Tony

(Breve Racconto di Natale)

di Gianluca Bargagli

 

 

 

 

Foxy’s Pride Production  1994

 

 

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Giovanni Releghé vide per la prima volta Anna Palindromo in una sera tesa, tipica delle serate di inizio inverno.

 

Il mondo stava aspettando l'agonizzante fine di un dimenticabile anno.

Molti secoli fa erano accaduti memorabili fatti .

 

Adesso se ne potevano solo incorniciare le rimanenti foto.

Nel locale, i sax suonavano, un cantautore baffuto girovagava tra i pensieri della gente .

Dalla sua faccia., rugosa e trascurata si denotavano tutti i malesseri del suo tempo, come una bandiera della cavalleria polacca gettata nella carica contro i "Panzer Divisionen".

 

Giovanni ordinò una, crema di whisky, nel locale il brusio della gente concertava perfettamente con il pianoforte impazzito e la voce dei sax. Il Jazz si ascolta anche così .

Gli sguardi dei due si incrociarono, poi, dopo un primo indugio, Giovanni si tolse ogni timore e disse : “'Le sembrerò scortese ma vorrei … vorrei tanto conoscere il suo nome.

«Anna, mi chiamo Anna» disse.

 

I due lasciarono che il tempo scorresse intorno a loro, che le persone vagassero nei loro pensieri, come intorpiditi dai fumi del jazz.

I sax suonavano .

Il batterista accarezzava il piatto con le spazzole creando quel suono sinuoso e sensuale. La voce calda di quel cantautore completava, come un ideale retrogusto, l'armonia dì quel momento.

Anna sorseggiava un Darjeeling Tea, gli occhi di lui non perdevano alcun piccolo suo movimento.

 

Prima di un atto visivo tra due persone, o solo tra una delle due, che osservi e l’altra che si sente osservata, penso che vi sia una serie minuta dì ultrasuoni, come una lieve onda radar. Prima del semplice atto visivo, credo, infatti, che avvenga un inconscio processo d’invio del segnale da chi osserva e di captazione del medesimo da chi si sente osservato.

 

Succede, quindi, spesso, che passeggiamo per una strada e abbiamo la strana sensazione di sentirci osservati, anche se a prima vista questo potrebbe non sembrare possibile perché non soffriamo di spirito di persecuzione e perché, soprattutto, nessuno, obiettivamente, ti sta veramente seguendo né osservando. Credo, quindi, che si tratti di onde simili a quelle telepatiche, oppure sono semplicemente le stesse. I due rimasero avvolti nei riflessi dei loro sguardi

 

Giovanni, poi, era una di quelle persone che se ne usciva con alcune riflessioni molto particolari a cui non si riesce a dare una risposta. Concetti profondi che non sempre lasciano l'ascoltatore con sensazioni di quiete, ma altresì lo turbano e lo mettono in crisi. Come se, per istinto, si deve collocare in una logica razionale ogni concetto, ogni pensiero, ogni parola che captiamo e che ci aggredisce dall'esterno.

Sembriamo spesso apatici a tutti questi messaggi, futili e non, che ci giungono dal mondo fuori di noi, dal macrocosmo; ma, in realtà, la nostra analisi, involontariamente, cade su tutto. L’unica scelta che abbiamo nell’accettare o non accettare come importante questo, nostro, grado di sensibilità .

Giovanni poteva portare spesso con i suoi pensieri a questo bivio.

 

 

 

 

 

Ë

 

Anna Palindromo, leggendo un saggio di un certo Mainof, il suo scrittore preferito, trovò scritto, in una breve riflessione: «…Non tutto è affidato al caso, come io, per esempio, che pensando, una volta, avvolto in una elucubrazione di pura e semplice Semantica, alle parole Sincronia e Sincrasia, all’armonia del fonetizzarle insieme, alla casualità dello scandirle l'una dopo l'altra, perdutamente, senza avere spiegazione alcuna sulla logica esistente e collegante i due significati; Sincronia e Sincrasia. Ah greco! Perché mai ti studiai!

Nel loro intimo, però, è possibile accomunare insieme i rispettivi concetti: vedere nel primo una comune temporalità, e, nel secondo termine, un comune rimescolamento.

Io in tutto questo, vedo una logica molto simile, perché penso e forse non sono il solo, che l'immagine del tempo, del tempo che scorre, sia associabile al mescolarsi di elementi. in continua, inesorabile, trasformazione.

Chi ti dice. infatti che il mondo esista? Oppure che il mondo sia vero?

Io, per esempio, sempre io, comunque, ho cambiato l'amore in realtà… è possibile, mi sì creda!

Non è mera illusione...o forse siamo veramente bugie del tempo…»

Ed in quel momento, Anna, vide la sua immagine specchiarsi in quelle parole, nel dubbio di quei pensieri ambigui ma possibili .

 

Poche sere prima, aveva rivisto con piacere, un film e lei molto caro: Anna dei Miracoli.

Era sempre stata colpita dal nome della piccola attrice che interpretava il ruolo di Anna.

Lo carpì leggendo tra  i titoli di chiusura e se ne innamorò; Cinzia, Cinzia de Carolis.

Anna rimase sempre affezionato a questo nome alle sue amiche soleva. farsi chiamare Cinzia.

Nello scorrere degli anni, arrivate e frequentare il Ginnasio, riconobbe nel monte Cinto, dell’isola di Delo l'origine del suo amato nome che, secondo la leggenda mitologica, il monte Cinto era il luogo natale del dio Apollo e di sua sorella Artemide. I flutti del Mar Egeo portarono a Roma, i due dei, ed Artemide, divenne, per la tradizione, la cacciatrice Diana. Qui i Quiriti, la invocavano spesso solo con il nome della sua terra natia e quindi la chiamavano supplichevolmente Cìnthia... e da questo nacque il nome Cinzia.

Anna adorava vedersi nelle vesti della dea silvana, attorniata, dai mille satiri, dalle leggiadre muse, come dispersa. in una tela del Botticelli, intenta e cogliere il fuggevole attimo nella danza liete e ria, della miglior parte della vita.

Il film allora, era solo un pretesto per quella sua evasione, per quella sincrasia della realtà con la fantasia.

A differenza delle sue omonime, Anna, festeggiava il suo vero onomastico il 18 Febbraio, anziché il 26 Luglio, come il suo nome pretendeva.

Anna era fatta così; Giovanni la stava adorando anche per questo.

 

I due lasciarono il locale, i padroni, Brenda e Tony, nomi sicuramente d'arte, stavano confabulando con il pianista, il cantautore baffuto. I camerieri avevano iniziato a pulire i tavolini, non ho mai conosciuto invito più elegante come quello, tipico di quei locali che dovrebbero chiudere alle 3:00 di notte e invece alle 4:00 si ritrovano ancora molte persone sedute al bar! Giovanni accompagnò Anna alla sua macchina. I due scoprirono di aver parcheggiato l'uno accanto all'altra.

Il loro incontro sembrava inevitabile.

Anna aveva, un Maggiolino rossa; Giovanni il Duetto prestato da un suo amico partito per la montagna. Giovanni adorava quella macchina, Anna considerava la sua Carlotta un oggetto necessario e comodo. Quella sera, però, avrebbe preferito averla lasciata a casa. Anna, che ignorando la sua mortale timidezza, chiese a Giovanni se potevano fare la stesse strada…se lo poteva seguire. Giovanni, poi, salì in casa di Anna e per quella rimanente notte non parcheggiò la macchina affidatagli nel garage come da promessa fatta.

La mattina seguente, avvolta solo da una vestaglia, Anna svegliò Giovanni con un caffè ed un vassoio di croissant ancora caldi. Era molto bella, i suoi occhi illuminavano un viso sorridente e dolce. La semplicità di quel momento avvolse Giovanni di un piacere soave.

 

Sono quelli i momenti in cui si annientano i mille dubbi della vita come dissipati, come imprigionati entro una rete d'oro. Indistruttibile.

 

Anna aveva, mille attività; univa le sue doti umane alla sua vena umanistica.

Le sue giornate le viveva tra, la facoltà di lettere ed il reparto pediatrico, dove svolgeva opere di assistenza volontaria; scriveva in un giornale locale, nella terza pagina, la pagina culturale. Contrapponeva la macchina da scrivere, alla penna ed alle dolci carezze.

Quando si è piccoli ed indifesi, quest’ultime, sono un tesoro impagabile .   

Gli occhi di Anna, poi, erano il giusto complemento a quelle carezze; la luce del suo sguardo riscaldava ed invadeva inesorabilmente la più intima semplicità, il più recondito disagio di un bambino, trasformandolo in placida quiete, in dolce e soporifero piacere. Probabilmente Giovanni avrebbe conosciuto Anna, in queste circostanze. Lui, studente di medicina, frequentava, spesso quel reparto. Alcuni suoi amici lo avevano visto a lungo sostare davanti al vetro del nido, nel reparto di Neonatologia, come se fosse uno dei tanti novelli padri, che non facendo in tempo e veder nascere il proprio figlio, lo ricercasse tra le molte testoline, tutte uguali, immerse in quella luce azzurra. Lui era lì e solo in quei momenti riusciva a trovare la quiete e la giusta coordinazione nella razionalità dei suoi ricordi, tra il suo modo di essere e gli impegni futuri. Solo qui ritrovava la vera voglia di vivere; al cospetto di quelle ignare testoline, di quei fagottini ignari, ritrovando se stesso ed il fine del suo fare. Commosso da quella prova tangibile del forte sentimento della vita, rigenerava il suo spirito ed era pronto per ributtarsi nel marasma della vita. Perché vivere è un sentimento.

Un sentimento tra i sentimenti della nostra, esistenza, della nostra realtà terrena. E come tale, ognuno di noi lo colloca nel giusto ambito, nel posto più indicato, nella libertà della propria coscienza. Giovanni lo aveva collocato nello scaffale più importante della sua anima.

 

Amare troppo, spesso produce sacrifici enormi raramente ricambiati. Amare una persona insieme ad altre cento, risulta più economico, ma, più lesivo, anche se nell’inconscio.

 

Vi è, infatti, una forte spersonalizzazione del carattere e delle volontà…Giovanni era avvolto nello studio dell'Emodinamica. Il cuore, nella Medicina Interna, è un argomento che affascina ogni discente di tale scuola.

Tra uno svuotamento dei ventricoli e un riempimento atriale, il futuro medico ripensava ad alcune frasi lette non molto tempo addietro ed ormai, come spesso accade, non più sicuramente imputabili alla penna di uno scrittore ben preciso.

È più facile, infatti, ricordare bene un concetto, che il nome della penna che lo ha scritto; del diretto responsabile di quel pensiero…eppure, come spesso accade, venne assalito da un secondo pensiero, completamente distante dal precedente che poteva solo nascondere una logica, sinuosa ed impercettibile con il primo nativo pensiero.

Si ricordava. infatti, di una foto dell'allora diciottenne Lorenzo, un suo amico un pò pazzo, diventato in seguito uno dei più famosi fotoreporter, facente parte di un servizio sulla Berlino del 1974,. dove si vedeva una scritta, nell'ormai famoso Muro, in un tedesco correttissimo, quasi schilleriano, si leggeva: Potete toglierci Tutto ! Purché la voglia di vivere con la Libertà e la Fantasia di pensare... ed accanto si trovava una bellissima farfalla; animale figlio di una metamorfosi e soprattutto effimero.

I colori della farfalla. disegnate accanto e quella frase, la crudele denuncia; quel muro, testimone di tanti pensieri liberi; la luce ambigua della foto; l'attimo di quello scatto rimasero in lui sempre ben impressionati.

Ora Berlino rappresenta la capitale di un unico, vecchio, Stato.

Ma in quel momento, che giorno era?

Quale scherzo della mente lo aveva ricondotto e quel ricordo?

Che logica c'era nel suo siffatto pensiero?

Il cuore pulsava ancora.

 

²

 

Anna aveva un caro amico, Carlo, con il quale era solita dialogare per ore ed ore e con il quale pianificava ogni piccolo dubbio. Carlo era per Anna come un fratello.

Carlo viveva in costante contrasto con sua madre.

Luisa, la madre di Carlo, ormai rimasta vedova da qualche anno. aveva perso molto del suo spirito gioioso e spensierato, era , comunque ancore una donna molto particolare, con quel suo carattere accattivante risultava, spesso, per Carlo e per gli amici del suo unico figlio, una amica fraterna, una del gruppo.

Carlo cercava di risolvere i suoi dissidi con la madre scappando di case, senza dire nulla a nessuno.       Si rifugiava, infatti, nei posti più impensati, da. amici occasionali, facendo comunque in modo

che nessuno lo sapesse se non per puro caso.

Falliva sempre nell’impresa per mille, prevedibili, motivi: mancanza di denaro liquido, ritorno dei genitori in case di un amico ospitante, impossibilità a trovare per periodi indeterminati un rifugio valido. Riusciva, comunque, a far impensierire Luisa ed e far smuovere mezzo mondo. Anna si ritrovava sempre coinvolta ora da Carlo, ora da Luisa; da chi per primo riusciva a contattarla. Anna era l'ago della bilancia della ribellione di Carlo e, al tempo stesso, il motivo dei fallimenti e dei propositi del particolare amico. Luisa, infatti, contava sempre sulla grande amicizia dei due. Riusciva, così, ad individuare il covo del fuggiasco e, con strategie tutte particolari, creandoli terreno bruciato intorno, a ricondurlo a casa. Il figliol prodigo, varcando la soglia di casa, riusciva. con alta maestria, a far credere di aver deciso da solo il suo ritorno. Carlo e 'Luisa erano uguali.      Anche Luisa da giovane era stata ribelle e cocciuta; sempre in conflitto con i propri genitori che fondamentalmente amava. Anche Carlo adorava sua madre; Anna e Luisa erano per Carlo persone insostituibili.

Carlo aveva. una ragazza: Giulia.

Giulia era una ragazza dolcissima conosciuta come Anna, sui banchi di scuola. Giulia completava il trittico dei sentimenti del simpatico giovane, la trilogia vitale per Carlo.

Carlo conobbe Giovanni e lo stimava. Vedeva in lui completarsi dello spirito e della sensibilità di Anna. Anna era ben lieta di avere il beneplacito di Carlo.

Un giorno Carlo, dopo una, furiosa lite con la madre, telefonò a Giulia dicendo che doveva assentarsi per un tempo indeterminato da casa e che non si dovesse preoccupare. Scomparve, così, come era suo solito fare. Giulia amava troppo Carlo per potersi arrabbiare con lui.

Con singolare pazienza collaborava con Luisa nel ricercare Carlo. Carlo ricambiava di amore Giulia. Del suo carattere amava l’arguzia ed il suo intuito, la considerava, quindi, un serio pericolo per il suo anonimato. Anna, per questo, più che mai si trovava in un delicato ruolo, si trovava tra due fuochi. Giovanni, considerava tutto questo un grande gioco inventato da Carlo per puro spirito di considerazione; un gioco che, però, Carlo sapeva arricchire sempre di nuovi particolari.

Giovanni era di fatto una nuova pedine nelle mani di Carlo: aveva ospitato in quest’ultima occasione il bizzarro ragazzo che non aveva, così, bisogno di contattare direttamente Anna, né direttamente di parlarle, evitando, così, una nociva fuga di notizie.

Questa volta Carlo era convinto di potercela fare!

Nessuno, però, sapeva in cosa poteva consistere il suo successo. Forse in una debaclé di Luisa.

Forse in qualcosa di più...Giovanni se lo stava continuamente chiedendo. Ma chi era in realtà Carlo?

Riuscì una sera a rispondere a questa domanda con il logico risultato di metterlo in crisi. Da quel momento però gli rimase molto più simpatico e lo vide più amico. Carlo aveva, in sostanza, paura di non avere più tutta quella strana, ma bellissima situazione. I sentimenti che era riuscito a costruirsi attorno a sé potevano cambiare, potevano decadere da un momento ad un altro. Chi poteva Criticarlo?

Carlo, in pratica, risultava sempre vincente. Nel fallimento dell'impresa, infatti, si nascondeva sempre il successo dei propri reali intenti e la consapevolezza di poter contare, in un altro momento, su quel funzionale gioco.

Successo e consapevolezza notorie forse, anche ai rimanenti partecipanti. Il giovane aveva forse trovato un sistema duraturo nel tempo per difendere e mantenere i propri affetti.

Quanta gente ha modi più subdoli per far questo? Ma, soprattutto, quante persone sanno riconoscere ed apprezzare quello che hanno? Carlo nel suo eclettismo, nel suo muoversi verso mille orizzonti, costruiva in modo simpatico e particolare ogni momento. Aveva sempre bisogno di trovare la giusta coordinazione. Frequenta, la facoltà di Ingegneria, dove ritrovava, nella complessità della materia, la sua complessità, e nella pragmaticità della formazione e dell’ambiente universitario, l’essenza del suo vero essere vivo.

Giovanni aveva trovato in Carlo un ottimo idraulico, un eccellente elettricista ma anche un discreto cuoco. Un giorno, però, per puro caso, la latitanza di Carlo finì. Anna, infatti, volendo fare una sorpresa, a Giovanni, si presentò in casa del futuro medico senza preavviso. Quello che sconvolse Carlo fu che la ragazza non era particolarmente preoccupata né stupìta di vedere Carlo in quella casa. Eppure lei proprio questa volta, poteva disperare della sua salute, dato che non era mai stata, contattata . Carlo si fidava dell'omertà di Giovanni anche se capiva adesso, per quel motivo che Anna non rivolgeva più tutte le attenzioni per lui.

Era normale, lo sapeva., ma era pur sempre la prima volta. La prova concreta della sua sensaziione.

E Luisa? E, soprattutto, Giulia?          

Carlo fu assalito da una sorte di terrore.      

Aveva abbassato troppo la guardia ed aveva commesso un grosso errore banalmente evitabile con un pò di precauzione in più.  No! La verità era che tutto il gioco era finito. Giovanni incosciamente con il suo richiesto aiuto, gli aveva fatto aprire gli occhi. Non poteva più raccogliere affetto ed attenzione con chi aveva smesso di recitare la sua parte. E così Giulia fu contattata da Giovanni, così come Luisa ed il gioco finì. Quella sera, inoltre, il dottorando allestì una piccola cena in onore del ribelle non più imbelle. Le due ragazze avevano preparato il dolce preferito di Carlo: il Crem Caramel.      

Il futuro ingegnere sembrava aver apprezzato tutto quanto, anche se rimaneva con i suoi dubbi, come chi cresce per una nuova, improvvisa, consapevolezza.

Forse solo Giovanni poteva, capirlo. Passarono poi la serata nel locale di Brenda e Tony, quello dove Anna e Giovanni si erano conosciuti per la prima volta; adesso, però, non c'era la stessa, complice e spontanea atmosfera di quell'indimenticabile momento.

O forse loro erano tutti cambiati?

 

¯

 

Il telefono squillò a lungo prima che Giovanni si decidesse a rispondere. Il ricevente accolse le parole di Anna, come un fulmine a ciel sereno. Per uno studente medico, il Pronto Soccorso non fa paura, tranne quando, logicamente vi si trova una persone cara, è il paradosso per tutto il personale sanitario: Luisa, vittima di un incidente stradale era stata portata d'urgenza in ospedale.

Luisa, la madre di Carlo, stava morendo.

Le voce di Anna era penetrante fin nel più intimo di Giovanni.

Il Releghé sperava di trovare, nel reparto del Pronto Soccorso, un suo caro amico, da poco laureato, ma con la professione nel sangue. Più volte Alberto, il neolaureato, aveva fatto visitare a Giovanni il Pronto Intervento come veniva definito tra i medici. Più volte entrambi avevano vissuto momenti di intensa ma controllata apprensione. Questa volta, però, insieme a tutto questo, un fattore in più si sommava a tutto il resto: il dramma che nasce da un legame d'affetto. L’aspetto più triste dell'operatore sanitario.

Alberto aveva già condotto la moribonda nella Sala Operatoria.

Luisa aveva riportato lezioni multiple agli arti e presentava un bruttissimo ematoma a lìvello addominale. La macchina della donna, era stata come spazzate via da un camion che, sorpassando un secondo camion, aveva perso il controllo, per il fondo stradale viscido. Luisa, architetto molto conosciuto per la grande capacità professionale, doveva trovarsi a Firenze per una consulenza su una ristrutturazione di un antico palazzo del centro.

La strada a quattro corsie, il muretto spartitraffico, la moderata velocità, la cintura di sicurezza., non erano riusciti ad assicurargli le vita. Luisa spirò, sotto i ferri operatori del direttore di Chirurgia dopo tre ore dal soccorso, in una disperata corsa contro il tempo e contro quella maledetta morte; quel maledetto modo di morire.

Il giorno del funerale, Carlo riusciva a malapena a tenersi in piedi. Il mondo era come crollato intorno a lui. Anna non rivolse neppure una parola a Giovanni. Era come se non lo riconoscesse più. Il mondo ignorava, quel tremendo dolore?

Giulia ed Anna rimasero a lungo davanti alla tomba di Luisa.

Carlo rimase a lungo accasciato vicino ad una corona di fiori, Giulia disse a Giovanni che Anna sarebbe stata con lei e Carlo, e che gli avrebbe telefonato tra qualche giorno.

 

Quelle parole risuonarono per Giovanni come una colpa che lui aveva per l'accaduto.    

Era stato messo da parte, isolato dal gruppo.

 

E pensare che lui stava soffrendo molto per la morte di Luisa. Lui che pur conoscendo l'intima natura umana, nulla aveva, potuto fare. Un dramma che nasceva dal dramma.

La notte è così buia per un elettricista senza gli arnesi del mestiere alla presenza di un corto circuito.

 

Ì

 

Qualche giorno dopo, il Releghé, ormai esasperato iniziò a ricercare Anna.    

In quel suo modo di fare ritrovò quello di Luisa; ricercare qualcuno che non vuole farsi trovare.

Perché è così difficile capire quali sono i giusti accordi della vita; perché rischiamo sempre di suonare, in un immaginario pianoforte, un motivo con una mano, senza azzeccare, il più delle volte, i giusti accordi con l'altra mano. Perché?

 

Giovanni trovò Anna, in uno dei rari momenti che passava da casa. I messaggi, nella segreteria telefonica, non erano serviti a nulla.

Anna non aveva mai ascoltato quel nastro; la conoscenza si porta dietro sempre delle responsabilità.      Adesso, al telefono aveva una voce molto tesa, forse scocciata che disorientava completamente il giovane ricercatore... lei era come se stesse ignorando le preoccupazioni logiche del Releghé, la mancanza di una traduzione logica, quel distacco improvviso forse…e quei prolungati silenzi...   «Quando possiamo risentirci?» Chiese improvvisamente Anna. E Giovanni con una tranquillità straordinaria fisso ora e giorno per il nuovo appuntamento telefonico. «Ti va bene?» Chiese molto gentilmente ad Anna.

 Il giorno dopo, all'ora fissata per l'appuntamento telefonico Anna ricevette da Giovanni la telefonata più breve della sua vita: «Sono sotto casa tua, vorrei salire da te, conto fino a tre, se taci salgo... »  Il tre fu pronunciato, nessuno aveva proferito altra parola, la cornetta fu velocemente riagganciata.  Poco dopo suonò il campanello di Anna Palindromo,  e la porta si aprì.

Giovanni trovò Anna avvolta nel suo kimono giallo, si stava preparando un thè. I due sorseggiarono in religioso silenzio, una tazze di China Black, un thè che piaceva molto a Giovanni. Il giovane aveva come la sensazione di essere aspettato.

I due parlarono per il resto del pomeriggio di mille e varie cose Giovanni non iniziava mai a parlare, voleva che Anna decidesse cosa voler dire. Si capiva che era rimasto molto scossa dalla scomparsa di Luisa. Giovanni non voleva insistere.    Voleva solo aiutare a togliere le macerie per ricostruire, aiutare a ricostruire la serenità nell’animo di Anna. «Giulia, Giulia ti saluta e mi ha detto che sei sempre stato molto carino...», disse improvvisamente Anna: «Per me, infatti, credimi, non è facile dirti che mi mancherai. Penso, ed ho riflettuto molto, penso che noi due non siamo fatti per stare insieme, penso che è meglio interrompere subito una storia che non può continuare a lungo. Non chiedermi se dico questo perché nella mia vita c'è qualcun'altro; ti dico questo sinceramente, non per mascherare con una scusa un'altra verità…io non faccio così!

Non pretendo, peraltro, che tu mi comprenda o che tu voglia perdonarmi. Mi mancherai ma, forse è meglio finire così la nostra storia; non ti dimenticherò, credimi, vorrei però che tu ora te ne vada…» e le parole furono soffocate da un sospiro, mentre un solitaria lacrima stava cadendo sul candido volto. Giovanni si girò come per guardarsi intorno e prendendo il cappello e il cappotto, fece quello che gli era stato richiesto.

Fino a quel momento era riuscito e trattenere le lacrime.

Per strada, complice la fastidiosa pioggerella invernale, le sue lacrime si trattennero a stento, per poi essere richiamate da quella situazione, come per un'osmosi preterintenzionale.

Quelle parole, la probabile sofferenza che Anna aveva nel scandire quelle frasi, le sue pause, i suoi occhi, il suo volto rigato in ultimo da quella lacrima; le tazze ormai vuote, la luce della stanza.

Cosa era accaduto in questo lasso di tempo? Cosa era cambiato nei giorni di disperato silenzio?    Quale particolare valore aveva avuto quel triste accaduto nei loro cuori?   

Quanto era realmente morto insieme con Luisa?

Giovanni ben presto scomparve ai miei occhi quando d'improvviso oltrepassò l'arco di un vicoletto.

 

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Le giornate d'inverno sembrano sempre uguali, sempre le stesse.

I colori del ceruleo cielo si sovrappongono ai toni più scuri delle vie urbane, alle tinte di una città, che proprio per questo appare come vuota.

Una città vuota.

I dipendenti comunali stavano togliendo le luminarie degli alberi di Natale dalle vie di Siena.

In uno di quei momenti, io, Mainof, vidi due persone che si tenevano dolcemente per mano e riconobbi nelle loro figure, Anna Palindromo e Giovanni Releghé.

Forse i miei occhi mi ingannarono o forse no.

Le città come Siena creano questi dubbi.