
Corsignano non
era che un Borgo medioevale quando vi
nacque Enea Silvio Piccolomini. Era il 18 ottobre 1405. Traeva la sua
origine dai monaci amiatini di Abbadia San Salvatore che, per molti secoli, ne
diressero la vita economica e sociale: casette addossate le une alle altre,
rosse sulle crete argillose in un paesaggio lineare. Una sola via le dimezzava,
transitata da somarelli, stretta per un buon tratto per poi allungarsi dei
fabbricati a formarvi la piazza del mercato. Anche le porte erano di scarse
dimensioni, come quelle dipinte dai pittori del trecento o che s’incontrano
sotto il campanile di chiese romaniche. Finestre con poca luce, chiassuoli in
penombra, un’aria monastica.
Il giovane Enea
Silvio dovette sentire l’insufficienza per le sue innate ambizioni, alimentate
dai racconti di suo padre Silvio che, in gioventù, perché poco abbiente, si
arruolò in una compagnia di ventura agli ordini del Duca di Milano, Gian
Galeazzo Visconti. Raggranellato, in seguito, una certa fortuna era poi
ritornato nel suo fondo gentilizio di Corsignano e sposato Vittoria Forteguerri,
nobile anche lei ma priva di mezzi.
Suo padre è
stato una guida ed un maestro fino a diciotto anni. Successivamente a Siena seguì
dei corsi regolari di filosofia e di diritto presso lo Studio, dove, fra gli
altri, aveva insegnato Cino da Pistoia. Siena, però, non gli sembrava proprio
la città della Vergine, ma bensì la città
di Venere. Aveva modi trascurati e povero in canna, ma con idee tumultuose e
progetti importanti. Amava la letteratura latina, il diritto e le ambizioni di
coltivare amicizie non sempre raccomandabili, i circoli innovatori. La voglia di
viaggiare, scrivere e la notoria dissuasione per il suo sacerdozio, operata da
San Bernardino. Terminati i corsi dello Studio senese, si trasferì a Firenze,
dove Enea Silvio si trovò più a suo agio. In questa città ebbe lezioni di
greco da Francesco Fidelfo che a Costantinopoli era stato discepolo di Giovanni
Crisolora.
I due aspetti
dell’Umanesimo si delineano tra le due personalità a confronto e, spesso, in
contrasto tra loro: da una parte l’attaccabrighe e contadinesco Enea Silvio
Piccolomini, dall’altra il contemplativo e mistico Bernardino degli
Albizzeschi. Il primo stava per le cose terrene, l’altro per le celesti.
Ma, congetture a parte, chi seppe fondere la cultura sacra con la profana e portarla fin sulla cattedra di Pietro, l’unico, fu proprio Enea Silvio Piccolomini, conciliando i valori della classicità pagana con i valori cristiani, il culto della bellezza e l’amore della vita, dono di Dio. Non fu alieno dal gareggiare con gli uomini più eccelsi del suo tempo. Non gli mancò, però, l’ambizione, tutta toscana, di immortalare nei secoli il suo nome, sia con gli scritti, sia con l’ideare e far concretizzare una città che mantenesse inalterato il suo nome nel tempo. E così che da Corsignano nacque la meravigliosa Pienza.
Eloquenza e Pittura si amano tra di loro, scriverà in una lettera.
L’Eloquenza vuole ingegno non volgare ma profondo e grandissimo.
È straordinario come quando è fiorita l’eloquenza è fiorita anche la pittura.
Quando tramontata l’arte del dite, anche la pittura decadde.
Quando quella rinacque, anche quell’altra sollevò il capo (…)
E già vediamo al sommo entrambe
le arti.
L’oratoria o ars concionandi o Rettorica era una delle tre scienze del Trivio. Tutto il Quattrocento sarà il secolo dell’eloquenza e della pittura. L’eloquenza di Enea Silvio Piccolomini è diffusa nelle sue opere. Nasceva naturale e spontanea dalla sua anima per l’indole sensibile. Gli studi classici rendevano le sue righe eleganza e dottrina. Giovane oratore condusse brillantemente a termine la missione che dal Concilio di Basilea gli era stata affidata alla corte del re di Scozia. Giacomo I Stuart fu colpito dal Piccolomini a cui donò denaro e cavalli. Altrettanto brillante e simpatico fu al cospetto della corte imperiale di Federico III tanto da meritarsi il titolo di poeta e di cingere, come tale, dinanzi al sovrano, la corona di alloro. La produzione letteraria del Piccolomini si celebra con la La Storia di due Amanti, La Criside, e la Cinthia, opere di scarsa originalità, esercitazioni letterarie sui modelli classici anche se rivelano una nuova concezione delle vicende amorose. L’originalità di questo grande scrittore umanista va ricercata nei suoi saggi: La Germania e La Storia di Federico III Imperatore e soprattutto nei Commentari. Il tramonto del Medioevo viene sancito proprio con la Germaniæ descriptio e con i tredici libri dei Commentari fa opera di cronista fedele delle cose memorabili avvenute ai suoi tempi. E sempre racconta e dipinge. Profondo conoscitore degli ambienti e dei costumi dei popoli, non tanto di loro racconta quanto della sua esperienza personale e sempre il racconto s’incentra nella descrizione paesistica che quasi ne diviene il soggetto. Di qui la freschezza e la bucolicità del suo narrare che procede spedito; la parola appropriata, la frase arguta, l’immagine vivace, non di rado, con riferimenti alla mitologia o, comunque, al mondo classico.
Innamorato della sua terra, ecco come descrive il monte Amiata:
Se alcun luogo mai attrasse i poeti e con le soavi ombre e con le fonti argentine e con le verdeggianti erbe dei ridenti prati, qui essi rimarranno tutta l’estate: perché noi stimiamo che a questi gioghi dell’Amiata non siano da paragonarsi quelli di Cirra e di Nisa, tanto esaltati dalle mitiche favole e neppure da preferirsi sia la valle di Tempe col suo fiume Peneo.
Sotto questo aspetto paesaggistico e per l’amore che ebbe per la sua terra,
Enea Silvio Piccolomini, può considerarsi Senese, non per la sua vasta opera
letteraria che segna una frattura con la continuità linguistica e con lo
spirito della letteratura dei mistici senesi.
Un uomo nuovo, dalle mille risorse e dalle
molteplici esperienze, salito, con un bagaglio enorme di cultura umanistica, sul
soglio del Pontificato Romano, Siena gli dovette apparire piccina:
un focolaio di asceti imploranti e rapiti, nell’orizzonte perduto di un secolo
tramontato.