FEDERICO II (2)

 

LA CROCIATA DEGLI SCOMUNICATI

 

 

 

È noto ormai che le Crociate in Terra Santa avevano mille valenze commerciali, politiche, sociali… che si sommavano a quelle strettamente religiose.

Così, quando nel 1220 Onorio III incoronò a Roma Federico II Imperatore è accanto all’atto formale di vassallaggio alla Chiesa e gli impose di organizzare in tempi brevi una spedizione per conquistare Gerusalemme, ormai da tempo occupata dagli infedeli.

Con questa richiesta il pontefice rispondeva ad un'attesa della Cristianità, ma allo stesso tempo allontanava per qualche tempo dall'Europa Federico II, un pericoloso rivale del Papato nel voler gestire il potere spirituale e temporale.

Ma Federico II non aveva alcuna intenzione di abbandonare i propri interessi per dedicarsi ad una guerra di cui non vedeva l’utilità e che, oltre tutto, gli avrebbe pregiudicato l’amicizia che aveva con i Mussulmani di Sicilia. Dal canto suo Onorio III che era un sant’uomo, un papa di manica larga, accettò di buon grado i pretesti addotti dall’Imperatore per rinviare la spedizione.

Le cose mutarono rapidamente nel 1227, quando salì al soglio Gregorio IX: un pontefice volitivo, decisionista, che, viste le reiterate inadempienze dell’Imperatore, gli impose di partire per l’Oriente non oltre la fine di quell’anno.

Alla metà agosto Federico era pronto a salpare dal porto di Brindisi. Nell’immediato entroterra erano accalcati al sole cocente ben 42.000 Crociati, quando però un’epidemia, almeno cosi sostennero le fonti imperiali, impedì la partenza.

Alla notizia Gregorio IX montò su tutte le furie: si sentì ingannato, non volle riconoscere attenuanti di sorta e scomunicò l’Imperatore assieme a coloro che avevano contribuito al fallimento della spedizione.

Federico accusò il colpo: se il pontefice non era disposto alla comprensione, decise ugualmente di partire l’anno successivo 1228, ma evidentemente le navi salparono senza la benedizione papale.

Iniziava così quella che è passata alla storia come la Crociata degli Scomunicati.

La Crociata degli Scomunicati è stata l’unica spedizione in Terra Santa conclusa vittoriosamente senza spargimento di sangue: un avvenimento al quale si dovrebbero inchinare tutti quanti amano realmente la pace e la fratellanza. Ma non sarà sempre così.

Giunto in Oriente, Federico II, non aveva alcuna intenzione di impiegare tempo e risorse in una guerra che riteneva inutile per la Cristianità e dannosa per l’Impero. E poi, pur avendo spesso dato prova di essere un buon condottiero, egli curava nell’intimo il germe del pacifismo che non gli consentiva di sprecare vite umane quando non era strettamente necessario.

Decise quindi di intavolare trattative con il sultano d’Egitto Malik Al-Kamil forte di tre fattori di successo:

·        la sua conclamata attitudine ad integrare le comunità mussulmane, come aveva dimostrato in Sicilia ed a Lucera;

·        alcuni dissapori che esistevano presso i suoi interlocutori;

·        il fatto di possedere il titolo di Re di Gerusalemme, che gli aveva recato in dote la moglie Jolanda di Brienne: un’onorificenza che oggi sarebbe considerata non più di una patacca, ma che nel Medio Evo faceva certo la differenza.

Le trattative furono lunghe e difficili, ma alla fine si raggiunse un accordo:

·        Gerusalemme passava sotto l’amministrazione cristiana per la durata di dieci anni,

·        una precisa convenzione consentiva ai Mussulmani di accedere ai luoghi di culto.

Alla fine, Federico volle essere incoronato Re di Gerusalemme; ma essendo scomunicato, non trovò autorità cristiane disponibili alla cerimonia. Dovette quindi provvedere ad una solenne auto incoronazione, che oggi suona come un atto di potenza anziché un sintomo di emarginazione.

Naturalmente, una guerra di religione non poteva terminare senza spargimento di sangue, senza vittime, …senza martiri. Il successo di Federico II accentuò anziché ridurre il contenzioso esistente fra Papato ed Impero.

 

La storia minore di Federico II

 

Ci hanno insegnato a distinguere la Storia Maggiore dalla Storia Minore: così ricordiamo le battaglie celebri, i matrimoni imposti dalla ragion di Stato, i trattati diplomatici che avrebbero dovuto modificare il corso della storia.

Alla fine ci siamo accorti che non riusciamo a comprendere fino in fondo molti fenomeni tutt’altro che secondari della Storia Maggiore solo perché non conosciamo l’ambiente culturale ed umano entro il quale sono maturati, e che inevitabilmente si annida nella Storia Minore. Molti avvenimenti significativi infatti hanno origine nella quotidianità che i testi non hanno colto, nelle vicende private dove le personalità dei protagonisti si esprimono meglio e più liberamente che non durante le azioni belliche o nei palazzi dove si esercita il potere.

A chi obietta che la Storia Minore, spesso priva di fonti accreditate, è spesso influenzata dal mito e della tradizione, si può rispondere che le stesse leggende, quando sono rigidamente coeve, non manipolate da scrittori poco attenti, possono fornire informazioni precise sulla mentalità di un popolo, lo stile di un governo, le ambizioni di una classe dirigente.

Con questa premessa, desideriamo cogliere alcuni episodi di storia minore riferiti a Federico II di Svevia: per conoscerlo meglio, per illuminare con una luce nuova le gesta e gli atteggiamenti che lo hanno portato ad essere uno dei personaggi più celebri, enigmatici, amati della storia.

Per non sembrare dei presuntuosi, in questo sforzo desideriamo aprirci alla collaborazione di tutti — studiosi ed appassionati — chiedendo di fornirci segnalazioni, suggerimenti, o, meglio, la descrizione di un particolare interessante contenuto in una cartella.

 

LE QUATTRO MOGLI DI FEDERICO II FRA MITO E REALTÀ

 

Federico II ebbe quattro mogli: le prime tre gli furono imposte dalla ragion di Stato ben rappresentata dai papi, mentre amò sinceramente l’ultima con la quale visse un rapporto avvolto dal mistero, sotteso fra storia e leggenda.

In realtà le mogli di Federico furono utili solo per fornire qualche erede legittimo alla Casa di Svevia, in aggiunta ai più numerosi bastardi; ma nessuna di loro riuscì a giocare un ruolo politico apprezzabile, schiacciate dalla personalità del marito ed oltre tutto sempre chiuse nei palazzi dorati della Corte.

Costanza d’Aragona.

Federico sposò Costanza d’Aragona quando aveva 15 anni, nel 1209. Al matrimonio fu quasi costretto da Innocenzo III che aveva esercitato su di lui la tutela richiesta dalla madre, Costanza d’Altavilla, in punto di morte. Con questa iniziativa il pontefice intendeva affiancare al giovane e recalcitrante delfino della Casa di Svevia una donna religiosissima, affidabile, molto più anziana di lui, in grado di indirizzarlo sulla via dell’obbedienza verso l’autorità romana: si sbagliava di grosso. Federico accettò l’imposizione obtorto collo e non modificò la sua vita. Dall’unione nacque Enrico VII, un uomo che assunse nei confronti del padre atteggiamenti di vivace competitività quindi di aperta sfida; morì forse suicida mentre era prigioniero nelle carceri imperiali. Costanza morì nel 1222.

Jolanda di Brienne.

Le nuove nozze di Federico con Jolanda (o Isabella) di Brienne furono paternamente sollecitate da Onorio III in vista della VI Crociata in Terra Santa.

La giovane, infatti, era figlia del cattolicissimo Giovanni, un valoroso crociato che le avrebbe lasciato in eredità la Corona di Gerusalemme: un titolo di scarso valore patrimoniale ma utile per il successo della nuova spedizione. Anche Federico ambiva fregiarsi del nuovo il titolo, ma per motivi un po’ diversi: egli considerava la corona un elemento determinante per concludere l’impresa con un accordo diplomatico, dimostrando che era possibile affermare la fede pacificamente, senza spargimento di sangue. L’unione fu benedetta il 9 novembre 1225 nel duomo di Brindisi, ed ebbe un avvio decisamente difficile.

Jolanda aveva allora 13 anni; era immatura, bruttina, poco all’altezza di figurare accanto ad un trentenne colto, avviato alla gloria. Giusto la prima notte di matrimonio, Federico trovò il modo di consolarsi: e lo fece con la cugina della moglie, Anais, una dama di compagnia ventenne, procace, disinibita. Venuto a conoscenza dell’increscioso fatto, Giovanni di Brienne si rivolse al pontefice che si guardò bene dal disturbare Federico ed evitò lo scandalo limitandosi ad indennizzare il deluso padre con un remunerativo incarico presso la Corte romana.

Jolanda diede al marito due figli, Corrado IV e Margherita, e morì nel 1228, a soli 16 anni, per postumi da parto.

Isabella d’Inghilterra.

Isabella era la sorella di Enrico III d’Inghilterra. Fu Gregorio IX a caldeggiare le nozze nel 1235 per consentire all’imperatore di avvicinarsi ai ricchi guelfi germanici che nemmeno lui riusciva a controllare ed ai potentati d’oltre manica. In realtà l’obiettivo fu raggiunto solo in parte; prima che Federico potesse complicare da par suo i rapporti familiari con la corona inglese, il quadro delle operazioni diplomatiche e militari si spostò in Italia, né si ridussero le pretese dei nobili tedeschi.

Isabella fu madre di Enrico detto Carlotto, morto in giovanissima età; e calerà nella tomba nel 1241, in pieno conflitto del marito con Gregorio IX.

Bianca Lancia.

Bianca Lancia, della famiglia dei conti di Loreto, fu l’unica donna che riuscì a conquistare veramente il difficile cuore di Federico. I due si conobbero nel 1225, pochi mesi dopo lo sfortunato matrimonio con Jolanda di Brienne: fu un reciproco colpo di fulmine.

Non potendo convolare a giuste nozze, i due mantennero una relazione clandestina ma tutt’altro che segreta, tanto che da essa nacquero due figli, forse tre: Costanza, Manfredi, alcuni dicono Violante.

Secondo una leggenda che ci è stata tramandata da padre Bonaventura da Lama e ripresa dallo storico Pantaleo, durante la gravidanza di Manfredi, Federico tenne rinchiusa l’amante in una torre del castello di Gioia del Colle. Desiderio di riservatezza, capriccio, gelosia? Il Bonaventura propende per quest’ultima, anche se l’aspetto del figlio, somigliantissimo al padre, smentirà ogni più lieve dubbio; ma, come noto, il sospetto di infedeltà ha sempre reso gli uomini ciechi, prepotenti, irrazionali. Resta il fatto che la sensibile principessa non poté resistere all’umiliazione; vinta dal dolore, si tagliò i seni e li inviò all’imperatore su di un vassoio assieme al neonato. Dopo di che, conclude il cronista, "passò ad altra vita". Da quel giorno, ogni notte, nella torre del castello detta ora Torre dell’Imperatrice si ode un flebile, straziante lamento: il lamento di una donna offesa che protesta all’infinito la propria innocenza.

Se questa è leggenda, la storia è un po’ più controversa ma non meno toccante. Secondo alcuni nel 1246 Federico — nel frattempo vedovo della terza moglie Isabella — si trasferì da Foggia al castello di Gioia del Colle dove trovò l’amante assai sofferente. La donna gli chiese allora di legittimare i tre figli nati dal loro amore, unendosi a lei con un regolare matrimonio: cose che avvenne e che consentì a Bianca di essere per pochi giorni un’imperatrice.

Secondo la Chronica di fra’ Salimbene da Parma, il matrimonio avvenne invece in punto di morte dell’imperatore, quindi alla fine del 1250: ma ai nostri occhi la sostanza non cambia.

 

Realtà e leggenda di un presunto incontro di FEDERICO II con FRANCESCO D’ASSISI

 

Molte situazioni del Medio Evo ci sono pervenute in due diverse versioni: una mitica, leggendaria, poco credibile ma sicuramente appagante; ed una tramandata dalle cronache o dalla tradizione che, spesso incompleta, è destinata in ogni caso a sollecitare la fantasia degli storici. Questo si propone anche per un presunto incontro tra Federico II e Francesco d’Assisi.

Il cronista Arduino Terzi nella sua Cronologia della vita di San Francesco, riferisce che un giorno Federico II venne a sapere che un certo frate assisano, predicando nel Regno, apostrofava con parole di fuoco i personaggi della sua Corte: essi non potevano certo ambire alla salvezza eterna, prigionieri com’erano del vizio e della lussuria. Federico non si scompose; uomo di mondo, sapeva che il più delle volte coloro che razzolano predicano bene razzolano male. "Proviamo a metterlo alla prova" ordinò ai suoi; e scattò subito una trappola infernale.

Una sera Francesco fu invitato nel castello svevo di Bari e, dopo una cena degna delle migliori libagioni imperiali alla quale partecipò solo come umile ma accorto spettatore, «gli fu preparato un comodo letto con un focolare dato che era d’inverno». Mentre il poverello, come sua consuetudine, si accingeva a riposare sulla nuda terra, entrò nella camera una donna necessariamente giovane e bella che lo invitò a giacere con lei. Il frate non si turbò: raccolse dal fuoco alcuni carboni accesi, li distese in mezzo alla stanza e propose all’indesiderata ospite di stendersi lì sopra accanto a lui. I curiali che si accalcavano alle fessure della porta per godersi la scena non vollero credere ai loro occhi. Corsero ad avvertire dell’insolita vicenda il loro signore che volle entrare nella stanza. «Questi è veramente amico di Dio» commentò; e, rivolto al frate: «Alzati, Dio è con te e vera è la parola detta dalla tua bocca».

In tempi recenti si è tentato di condurre questa leggenda nella storia scoprendo una lapide proprio nel castello di Bari: poco importa se i Fioretti di San Francesco, al Cap. XXIV, attribuiscono lo stesso episodio non a Federico II ma al Sultano d’Egitto!

Sul versante della documentazione storica le Fonti francescane, solitamente affidabili e ben documentate, non recano alcuna memoria di incontri tra Federico II e Francesco d’Assisi. Esiste solo una generica tradizione che dimostra quanto sia sempre stato vivo il desiderio di vedere a confronto i due giganti del mondo medievale che avrebbero avuto tante cose da dirsi: ma che cosa si sarebbero detti?

Lungi da noi la tentazione di creare nuove leggende fuori tempo e fuori luogo; ma visto che gli interessi ideali e le battaglie dei due personaggi avevano terreni se non proprio comuni almeno confinanti, è legittimo svolgere alcune considerazioni.

Riportiamoci al 1220, l’anno possibile di un improbabile incontro.

Francesco è appena rientrato da un viaggio in Oriente dove era stato accolto dal sultano d’Egitto Malik Al-Kamil come un messaggero di pace per la liberazione dei luoghi santi. Federico II, rientrato in Italia dalla Germania, ha appena ricevuto a Roma la corona del Sacro Romano Impero e mette mano alla ricostruzione del Regno di Sicilia; ma su di lui pende l’obbligo di una nuova crociata, premessa per nuovi scontri etnici e religiosi che per indole e per educazione non può, non vuole provocare.

In merito alla Crociata degli Scomunicati del 1229 conclusa senza spargimento di sangue, lo storico francese Julien Green nella sua accreditata biografia di San Francesco (Milano, Rizzoli, 1984) non esita ad ipotizzare che proprio «Malik Al-Kamil restituì Gerusalemme a Federico II forse conquistato dalle idee del poverello».

Francesco sta lottando per affermare le proprie idee di povertà, spirito evangelico, predicazione itinerante; ma la Regola da lui voluta è osteggiata dalla ricca Curia romana e scarsamente condivisa dallo stesso pontefice. Federico II è cosciente di avviarsi verso lo scontro frontale con il Papato che intende ridurre alle sole prerogative spirituali, peraltro ben tutelate dal potere imperiale.

Francesco, trentottenne, affaticato dalla penitenza e minato dai malanni, sta volando verso la santità coronata da lì a quattro anni dalle stimmate, il massimo segno divino. Accanto a lui prende potere frate Elia da Cortona che, fautore della separazione dei poteri temporale e spirituale, conta di fare da tramite fra due: morirà scomunicato. Federico II, ventiseienne, all’apice della potenza, inizia a concepire il sogno di un Impero laico universale, esteso dalla Sicilia alla Germania all’Oriente islamico. Sembra di vivere un momento magico, dove si progettano i grandi mutamenti della storia. Un incontro tra Federico II e San Francesco d’Assisi avrebbe potuto consentire di gettare le basi di un mondo più efficiente, più giusto, più santo; in ogni caso, un sincero resoconto dello storico colloquio ci consentirebbe oggi di conoscere meglio le vicende civili e religiose che sono alla base della società moderna.

 

L’IGIENE E LA CURA DEL CORPO

 

Chi visita con un po’ di attenzione Castel del Monte affidandosi ad una buona guida, fra le tantissime particolarità nota la cura che l’architetto medievale ha dedicato alla costruzione dell’impianto idrico. Con ogni probabilità nella zona delle Murge anche allora l’acqua doveva essere un bene prezioso, ma ciò che stupisce è che essa era abbondantemente usata per l’igiene personale degli ospiti. Nel castello c’erano infatti diversi bagni forniti di acqua corrente che proveniva da ampie cisterne collocate sui terrazzi dove erano alimentate dalla pioggia. Evidentemente è corretta l’affermazione di Giovanni di Wintertur che oggi fa sorridere: «L’imperatore consumava solo un pasto al giorno e prendeva il bagno anche la domenica». Un’abitudine da igienisti, praticata dai moderni vip, rara in un’epoca caratterizzata dagli abusi della tavola e dalla scarsa pulizia del corpo mascherata a fatica con l’uso di essenze profumate.

L’attenzione che Federico II dedicava alla cura del corpo ci sono illustrate anche da altre fonti. Le terme di Pozzuoli, tanto decantate da Pietro da Eboli nel De Balneis Puteolanis, furono riportate agli antichi splendori proprio da Federico che le frequentò per curarsi dai postumi di una malattia contratta nel 1227 a Brindisi, quando dovette rinviare la partenza per la Crociata in Terra Santa.

Proprio in occasione della Crociata del 1228, l’imperatore chiese ad Adamo da Cremona di scrivere il Regimen iter agentium vel peregrinatium; un vero e proprio trattato di medicina militare che istruiva i cavalieri ed i pellegrini in partenza sul come affrontare il viaggio, il clima e gli animali del paesi orientali.

Alla Corte sveva circolava poi un libro di grande interesse per tutti, il De retardatione acidentium senectutis: un misto di giovane scienza, alchimia, precetti spiccioli che insegnava — come dice chiaramente il titolo — a vivere più a lungo e soprattutto in completa efficienza rafforzando le prestazioni del corpo e della mente con le proprietà dei prodotti naturali.

Il cronista padovano Rolandino riferisce che durante l’assedio di Parma del 1248 l’imperatore, convalescente da una breve malattia, provvedeva a rimettersi in sesto con qualche passeggiata, meglio esercitando le attività sportive preferite. La prescrizione gli costò cara: i Parmigiani, approfittando di una sua uscita sulle ghiaie del torrente Taro per una battuta di caccia, attaccarono il campo imperiale e gli imposero una cocente sconfitta.

Le circostanze della vita impediranno a Federico II di trarre profitto dalla sue conoscenze e dalla sue sane abitudini. Egli morirà infatti a soli 56 anni in circostanze che ogni tanto qualcuno, in attesa di nuove definitive fonti, mette ancora in discussione.

 

Castel del Monte

 

Da Foggia in autostrada, percorrendola in direzione Bari, si giunge agevolmente ad Andria (siamo in Terra di Bari): di lì a poca distanza (16 Km) c'è Castel del Monte.

A Foggia fu impiantato l’arsenale principale per la costruzione della domus solatiorum di Castel del Monte, con pietre provenienti dalle cave del Gargano. Sulla storia della costruzione di questo Castello si conserva un unico documento: un decreto datato 28 gennaio 1240 inviato da Federico II, che si trovava a Gubbio, al Giustiziere di Capitanata, Riccardo di Montefuscolo. In questo documento l'Imperatore ordinava di provvedere al reperimento di materiale da costruzione per l'erigendo "castrum" presso "Sancta Maria de Monte" (abbazia e chiesa benedettina, oggi scomparse) nei pressi di Andria. Per la sua costruzione si avvalse di maestranze che allora operavano nelle abbazie cistercensi di Sicilia e di Puglia.

Veduta aerea di Castel del Monte.

Castel del Monte è esempio mirabile d’architettura romanico-pugliese, è certamente uno dei monumenti più interessanti del mondo, tant'è vero che l'UNESCO lo ha inserito tra i beni patrimonio dell'umanità. Castel del Monte è il Palazzo Federiciano per eccellenza, per la peculiarità della struttura e per la ricercatezza con la quale è stato progettato, nell’intento di renderlo visibile da ogni lato esso venisse guardato, specie da lontano, dando sempre la stessa immagine. Il palazzo è l’esempio di un vero e proprio studio matematico, dove il numero otto è alla base di tutto, come un gioco di simmetrie (il numero otto è nel mondo islamico un numero magico). Esso ha uno schema di due ottagoni concentrici dai cui vertici spuntano otto torri, anch’esse di forma ottagonale, su due piani; a metà circa della parete esterna corre una cornice che indica la separazione tra i due piani interni. Nello spazio tra ciascuna coppia di torri si possono notare una finestra monofora (con un solo arco superiore) nel piano basso e una bifora (con due archi superiori) nel piano superiore.

Il portale, d'impostazione classica, con la sua solennità si fonde armoniosamente alla costruzione: arco a sesto acuto, colonne che sostengono leoni, timpano cuspidato. Esso è stato costruito in modo da essere perfettamente orientato ad est, quando il sole è al suo punto equinoziale, cioè il 21 marzo ed il 23 settembre. Il cortile centrale ripete la pianta ottagonale dell’edificio al cortile si affacciano tre porte-finestre del primo piano, con colonnine che reggono un archivolto decorato da motivi vegetali. Le sedici sale di forma trapezoidale sono coperte da volte gotiche a crociera d’influsso francese; con una scala a chiocciola si sale al piano superiore.

Le torri sono occupate da locali di servizio, ad esempio la torre del Falconiere serviva da voliera per i rapaci. Un sofisticato sistema a doppio spiovente convogliava l’acqua piovana in cisterne o nei locali dei servizi igienici.

Si è spesso ritenuto, vista la scarsità di elementi difensivi e le peculiari caratteristiche architettoniche, che Castel del Monte sia stato concepito come luogo di svago, ove l’Imperatore potesse praticare la caccia con il falcone e dedicarsi all’osservazione delle stelle con i suoi ospiti astronomi, ma è più probabile che sia stato concepito come un tempio per la meditazione e per la diffusione del sapere, un luogo di aggregazione per saggi o neofiti di varie religioni. Chi ha progettato questo monumento ha voluto lasciare un messaggio ai posteri, inserendo in esso tutto il sapere dell'epoca.

 

CASTEL DEL MONTE: TROVARE UN CORRETTO EQUILIBRIO FRA MITO E STORIA

 

Castel del Monte ha subito il destino di tanti edifici importantissimi dell’antichità classica che sono studiati da storici, architetti, semplici osservatori, sulla base di presupposti e convincimenti assai diversi tra loro, a volte inconciliabili:

• alcuni lo vedono semplicemente come un edificio magnifico, un capolavoro di stile, una comoda magione…

• altri lo considerano un tempio di elevatissima spiritualità, un libro esoterico, la summa della conoscenza iniziatica…

Una cosa solo è chiara: una simile situazione rischia di generare incomprensione fra il pubblico più attento ed appassionato, può col tempo di imporre al fenomeno un pericoloso scadimento sotteso fra realtà e leggenda.

Certo Castel del Monte risente della personalità mitica, totalizzante di Federico II, le cui espressioni stimolano considerazioni spinte al limite dell’immaginario. Ma ciò non è sufficiente per giustificare completamente il fenomeno che può avere varie chiavi di lettura.

Come primo contributo verso un chiarimento, ci limiteremo a tracciare una rapida "mappa" delle interpretazioni.

Ø Da un lato ci sono gli "storici di professione", che considerano Castel del Monte un edificio di ottima fattura, congeniale alla vita di Federico II che vedeva nella Puglia l’ambiente ideale per svolgere le funzioni di Stato e per dare sfogo alle sue passioni: la caccia, l’amore, la buona cucina… Solo per esemplificare, ci limitiamo ad alcuni fra gli scrittori maggiormente citati nelle più recenti bibliografie italiane. David Abulafia, noto per essere un dichiarato critico dell’imperatore, afferma semplicemente che Castel del Monte "…merita l’appellativo di casino di caccia" e ci offre "…la possibilità di ammirare i motivi classici del gusto architettonico e scultoreo di Federico". La rapida descrizione che segue si limita a considerazioni rigidamente stilistiche che citano lo Schirer secondo il quale «in Castel del Monte vediamo il culmine dell’arte federiciana, una costruzione gotica quasi borgognona, in cui gli elementi classici e antichi hanno un ruolo subordinato». Dal canto suo Ernt Kantorowicz, sempre propenso ad elogiare ove non addirittura a mitizzare Federico — non va più oltre quando porge una rapida descrizione architettonica del castello; e solo alla fine si limita ad un elogio di circostanza parlando di "…lusso squisito, di splendore dell’edificio […] estraneo al paesaggio desolato circostante, e che sortiva un effetto maggiore di quel che avrebbe avuto nella saracena e quasi africana Palermo". Evidentemente lo scrittore non ricorda che la zona del Tavoliere e delle Murge godeva nel XIII secolo di un aspetto assi diverso da quello attuale, ricca com’era di acqua e di vegetazione.

Dall’altro lato c’è una schiera di scrittori i quali affermano che Castel del Monte è stato ed è una costruzione ricca di riferimenti astrali e di significati simbolici che lo riconducono ad un’espressione della più eletta cultura medievale collegata alla tradizione esoterica dei Templari e delle sette iniziate ai Misteri d’Oriente. Fra essi è sufficiente citare due recenti scrittori che hanno dedicato competenza e passione all’argomento: Aldo Tavolaro e Giuseppe Sciannamea che ha curato per vari anni le attività culturali e turistiche del monumento. Ma certo l’elenco dovrebbe essere molto più lungo. Aldo Tavolaro parla di «…spazi […] scanditi dal Sole mediante ombre reali e teoriche, all’ingresso dell’astro nei segni zodiacali» giungendo ad ipotizzare un parallelismo fra Castel del Monte e le tradizioni che accompagnano la storia del Santo Graal. Giuseppe Sciannamea riassume in un libro molto documentato tutto quanto è possibile dire riguardo a simbologie, numeri perfetti, richiami astronomici, analogie con varie culture e monumenti… lasciando intendere al lettore che solo una profonda meditazione può consentire di penetrare nei misteri di un tempio sorto per lasciare ai posteri un messaggio di cultura universale.

Castel del Monte. la forma del portale, secondo l'interpretazione esoterica di Aldo Tavolaro, deriva dal pentagono stellato e dalla sua scomposizione secondo il numero d'oro, 1,618.

Un giudizio su Castel del Monte sarà dettato ancora per molti anni, e forse per sempre, da valutazioni ampiamente soggettive: circostanza questa che tutto sommato accentua il mistero per un capolavoro di bellezza senza provocare, fortunatamente, oscure battaglie di religione.

Così, desidero lasciare il lettore libero di trarre le conclusioni che meglio crede, senza azzardare ipotesi che possono essere dettate o da un accesso di razionalità o da un eccesso di sentimento.

Voglio solo fornire un consiglio che mi deriva dall’esperienza. Chiunque si considera un appassionato del Medio Evo e della personalità di Federico II, prima di fornire giudizi o quanto meno di archiviare il problema con eccessiva disinvoltura si rechi a visitare bene Castel del Monte: bene significa con un’ottima guida, dopo aver letto la migliore letteratura al riguardo, con il tempo e la predisposizione che normalmente si dedica ai grandi monumenti dell’umanità.

Ci si renderà conto che quei muri secolari, eretti senza alcuna apparente ragione di funzionalità umana, in un luogo che è stato sempre lontano dalla amenità delle cose terrene, miracolosamente sopravvissuto alle intemperie, alle guerre, alla furia distruttrice degli uomini, contiene un messaggio che ci avvicina alle migliori tradizioni esoteriche, alla spiritualità più profonda, al Dio di tutti gli uomini.

 

FEDERICO II e CASTEL DEL MONTE

 

Penso sia da ritenere fugato ogni dubbio sul fatto che sia stato Federico II a far costruire Castel Del Monte. Dubbio legittimo se si pensa che la Damnatio Memoria operata al tramonto dello Svevo, non ha consentito che giungessero a noi testimonianze più esplicite della famosa lettera del 1240 inviata da Gubbio al Giustiziere della Capitanata. Grazie alla quale la costruzione e perfino il progetto di Castel Del Monte è stato attribuito all'Imperatore Svevo.

Iniziando a considerare la forma ottagonale; se l'ottagono è la mediazione fra la terra e il cielo in quanto si pone tra il quadrato, la terra, e il cerchio, il cielo, Federico II era il mediatore fra i suoi sudditi e Dio dal quale ne derivava il potere temporale dell'Imperatore stesso.

Un edificio dal percorso labirintico nel quale gli spazi sono suddivisi con tappe prestabilite. Ad ogni tappa è suggerito un tema, raffigurato sulla chiave di volta, con livelli di conoscenza scanditi e divisi dal: Laboratorio, percorso al piano terra, e "oratorio" al primo piano. Le panchine, esistenti in tutte le sale, sono il segno dell'invito alla meditazione soprattutto nell'osservatorio alla sommità del terrazzo nel quale il rapporto con il cielo è a 360°. Livelli che conducevano gli ospiti e la corte ad una cultura più evoluta, perciò trattasi di una costruzione che esalta fortemente la genialità del costruttore fino a diventare stupor mundi.

La fastosità di Castel del Monte ben si sposa con una corte raffinata e colta, i materiali utilizzati per la costruzione e per i rivestimenti erano tutti di prima qualità.

La pietra calcarea e la breccia corallina provengono da cave ubicate nelle vicinanze del Castello. I mosaici pavimentali e delle rifiniture delle bifore sono simili ai mosaici palermitani, perciò, è intuibile che furono realizzati da mosaicisti provenienti da quella scuola. Infine i marmi che rivestivano le pareti del primo piano, dalle striature simili al moaretto dai vari toni sono con molta probabilità d’origine asiatica e si chiama striato olimpico. Con questi materiali fu costruito l'edificio attraverso il quale sarebbe stato possibile raggiungere la grazia di Dio, elevandosi spiritualmente oltre il Monte più in alto del Castello.

Federico II conosceva la scritta riportata sulla cornice ottagonale, sotto la cupola della Cappella Palatina d’Aquisgrana, dove fu incoronato Re di Germania il 25 luglio 1215 a quasi 21 anni. (Le pietre viventi, corrispondenti in numeri e misure, realizzano la sintesi armonica che fa risplendere l'opera). Egli tentò di realizzare, con Castel Del Monte, quell'armonica unità, infatti, pochi monumenti sono pregni di cadenze numeriche e proporzioni divine come questo monumento. Esempio ne è il rettangolo nel cortile sulla parete ovest, dove vi alloggiava un bassorilievo andato perduto, il rettangolo misura m. 2,83 di larghezza e m. 1,27 d’altezza, senza considerare in questa circostanza le implicazioni astronomiche, connesse alla sua posizione, basterà moltiplicare al quadrato queste due cifre per rimanere stupiti, perché 2,83 X 2,83 è uguale a 8,00 e 1,27x1,27 è uguale a 1,613 in altre parole la cifra più prossima alla divina proporzione che è identificata con 1,618, poi questo rettangolo è illuminato da un raggio di sole che attraversa due finestre poste di fronte all'alba dell'otto ottobre che era l'ottavo mese nel Medio Evo. Questo, per ribadire e dare forza al numero otto che significa l'infinito e la resurrezione attraverso il Battesimo.

Un'altra considerazione che sbalordisce è la possibilità che tutti, purché ammessi, potevano frequentare Castel del Monte, senza distinzione di razza e religione.

Nel Castello esistono dei segni che conducono al principio della filosofia universalis l'unione delle tre principali religioni monoteiste. Tutte le colonne del primo piano sono tristili, ossia tre colonne di base si fondono in un unico capitello con l'abaco sormontato da un fregio importante: la raffigurazione delle tavole della Legge che comunemente raffigurano i Dieci Comandamenti.

Colonna tristile di marmo striato olimpico: un marmo raro forse di provenienza asiatica, foto di Giuseppe Sciannamea.

Questa simbologia realizza una fusione di tre religioni al credo di un solo Dio emanatore della legge primordiale. Sulle pietre che raffigurano le tavole non vi è scritto nulla, questo perché il silenzio fa riflettere maggiormente rispetto a ciò che è svelato: Mosè si preoccupava di più quando Dio non si pronunciava.

Questo è Castel del Mondo. Un edificio molto complesso. Duole che molti studiosi specie nel passato forse per mancanza di conoscenza diretta lo etichettarono castello di caccia, ciò che non è mai stato e che non rende giustizia alle sue prerogative che sono altissime.

 

Il colore a Castel Del Monte

 

Tra i visitatori di Castel del Monte non sono molti coloro che notano una diffusa componente simbolica che investe e coinvolge tutta la fabbrica. Questo "protagonista" è il colore rosso che, nelle sue sfumature più tenui, fa apparire rosato, carnicino, il calcare delle mura, ma poi si impone con gli imprevedibili arabeschi della vistosa breccia corallina, utilizzata un po’ dovunque (e non a caso per il portone d'ingresso e per altre porte), fino a sorprendere definitivamente grazie alle insolite e sanguigne chiazzature (prodotte da infiltrazione di ossidi ferroso-ferrici nell'originaria formazione sedimentaria) del marmo cipollino di cui son fatte le colonne che sostengono le volte, simbolicamente la cupola celeste.

Strutture trine, queste, con riferimento alle tre religioni monoteiste (l'ebraica, la cristiana e l'islamica) che sorreggono il Cielo e Dio stesso.

In un'epoca nella quale molto veniva affidato ai simboli, specie i messaggi più segreti e riservati, quelli che avrebbero potuto scatenare le reazioni della Chiesa, non ci sembra che questa nostra osservazione possa rimanere ignorata, soprattutto ricadendo essa all'interno di una struttura avente sicuri significati iniziatici. Ed ecco cosa può leggersi relativamente al rosso. Sotto la forma dell'ossido di ferro questo colore ha accompagnato il cammino dell'umanità a partire dalla preistoria. A parte le testimonianze rupestri dell'era glaciale, già i Neandertaliani tingevano di rosso i loro morti per restituire il caldo colorito del sangue e della vita. Per millenni, poi, questo colore è stato legato al fuoco, al sole, all'amore, ma anche alla lotta per la vita. Nell'arte cristiana esso è proprio della fiamma pentecostale dello Spirito Santo, ma anche dell'inferno e del demonio.

Infine nell'ambito della psicologia del profondo, il rosso accompagna sempre il mondo delle emozioni e, con riferimento alla iniziazione dei Cavalieri dell'Ordine religioso-militare dei Templari, possiamo aggiungere: Là dove il rosso diffonde la sua luce, l'anima è pronta all'azione, alla conquista, alla sofferenza, alla dedizione totale

 

IL BAPHOMET, NUOVE PROVE

 

L’occasione della nota integrativa sul vero volto di Federico ci consente di tornare anche su altri aspetti, fino ad oggi poco considerati, relativi al mondo federiciano e alle straordinarie aspirazioni concepite dall’Imperatore, o comunque da lui condivise. In un nostro precedente lavoro abbiamo, in parte originalmente sostenuto e in parte confermato nei dettagli, che Castel del Monte, coi suoi simboli spesso ignorati o solo parzialmente interpretati, ci rivela i più segreti ideali di Federico II. Tra questi la fusione del pensiero islamico con quello occidentale al fine di individuare un unico Dio, per un’unica religione, per un unico grande impero, per un unico Papa-Re. Sul piano filosofico questa aspirazione traspariva anche da quelle correnti di pensiero che, in un ideale gnostico, tendevano a fondere il cristianesimo con le filosofie pagane. Oltre a realizzare una conciliazione armoniosa e profonda, questo velleitario sincretismo alimentò un intreccio di riti pagani con dottrine religiose orientali e superstizioni disparate, spesso solo appiccicandole assieme nell’ambito di una distorta spiritualità cristiana.
Fu in questo confuso momento della storia del pensiero che venne concepita la figura dell’unico e indiscusso, seppure segreto, dio del potente ordine dei Cavalieri del Tempio: il Baphomet.

Ce lo suggerisce lo stesso Castel del Monte, libro di pietra ovvero sorta di bibbia del mondo federiciano, dove, quindi, non potevano mancare suggerimenti per l’unificazione (certamente auspicata dall’imperatore anche se mai apertamente perseguita) tra le religioni d’oriente e d’occidente. Era divenuta questa, nella società del tempo, un’istanza non del tutto rara, anche se spesso inconfessata: in realtà nel periodo delle crociate non pochi furono cavalieri e i mercanti che si convertirono alla religione islamica. Tra le sculture che il Castello contiene (si tenga conto che l’Ordine dei Templari non fu estraneo alla costruzione di questo Tempio laico), l’immagine di quest’unico dio prende forma dalla giustapposizione di Hathor, cioè la eterna Grande Madre di sempre, fonte di vita e di nutrimento (così come veniva rappresentata nel Pantheon egizio cioè nell’ambito di una religione ritenuta origine di tutte quelle mediterranee), con il volto barbuto di Mosè, simbolo a sua volta unificante del credo monoteista delle popolazioni ebraiche, islamiche e cristiane.

In realtà è questi il grande genio religioso che, dal colloquio diretto con Dio, ha ricevuto le Tavole coi comandamenti ed un complesso di leggi che costituiscono il "codice dell’alleanza".
Altre regole egli ha dettato, sempre traendole da dirette rivelazioni divine, specialmente quelle riguardanti il monoteismo. Così si esprime una lunghissima tradizione ebraico-cristiana che ha dominato il pensiero religioso dell’antico testamento ed è fondamentale, seppur modificata, nella teologia paolina e cristiana.

Abramo aveva lasciato ai discendenti una fede monoteista, Mosè consegna loro la legge che tutelerà tale fede.
La testa nella chiave di volta della prima sala di Castel del Monte è stata identificata per quella di Mosè grazie a una lunga e costante tradizione che ne ha consacrato questa attribuzione. Ma gli scettici di professione non potevano mancare, attratti dal risultato di poter smantellare, grazie a quest’unico dubbio, tutte le conclusioni fin qui raggiunte.
Ma prove che rafforzino la tradizione non mancano, di fatto la testa in questione è dotata di una sorta di protuberanza frontale, simbolo di una superiore sapienza direttamente inculcata da Dio, presente anche nel più tardo Mosè michelangiolesco secondo modelli di antica ispirazione cristiana che con questi "corni" intendevano rappresentare, appunto, i raggi di un luce divina. L’aspetto del Baphomet ci viene confermato dai motivi che formano la cinquecentesca facciata moresca del Maniero della Salamandra a Lisieux (Normandia), descritta da Fulcanelli (Le dimore filosofali, Ed. Mediterranee), lì dove esso appare, coi suoi orecchi bovini e la grande barba, al di sopra della figura biblica di Sansone che sganascia un leone. Nei suoi significati profondi, poi, il Baphomet vede confermato il suo valore di unico Dio Totipotente dalla indagine linguistica che definitivamente ne riconosce gli elementi che lo costituiscono: infatti in greco bafeus indica colui che tinge, che impregna ovvero il Grande Inseminatore, il principio maschile (in italiano la lingua dà ancora un maggior aiuto in quanto impregnare suggerisce l’idea di rendere pregna) e Meter richiama la madre, cioè in esso sono presenti ambedue i principi della divinità totale ed autosufficiente.

 

LE MENSE DI FEDERICO II

 

Ai tempi di questo imperatore (1234) rudi erano i costumi e il modo di vivere. Gli uomini portavano sul capo cuffie di squame di ferro, cucite a berretti che chiamavano majete. A tavola l’uomo e la donna mangiavano assieme nello stesso piatto. Sulle tavole non esisteva l’uso dei taglieri. In casa si contavano uno o due bicchieri. Di sera i commensali illuminavano la tavola con lucerne o con fiaccole rette dal servo o da qualcuno dei ragazzi: infatti non si usavano candele di cera o di sebo. Gli uomini portavano clamidi di pelliccia senza copertura oppure di lana senza fodere e cuffie di pignolato. Le donne indossavano cuffie di pignolato, anche quando partecipavano con i mariti alle feste di nozze. Modestissimo era allora il modo di vivere di uomini e donne. Raramente appariva l’oro e l’argento sulle vesti; anche il cibo era frugale. I plebei si nutrivano di carni fresche tre volte la settimana. A pranzo si consumavano verdure cotte con la carne, a cena la stessa carne fredda conservata. Non tutti consumavano vino d’estate. I ricchi portavano con sé piccole somme di denaro. Allora anguste le cantine, angusti i granai attigui alla dispensa. Le donne si sposavano con dote modesta perché parsimonioso era il loro stile di vita. In casa dei genitori le ragazze si accontentavano di una tunica di pignolato, chiamata sotano e di un vestito di lino che chiamavano xocca. Gli ornamenti della testa non erano preziosi, sia per le nubili che per le sposate. Le maritate portavano bende avvolte intorno al capo e al volto. La gloria degli uomini stava nelle armi e nei cavalli. La gloria dei nobili consisteva nel possedere torri. A quel tempo ogni città d’Italia appariva famosa grazie al numero delle torri.

Federico si abbandonava spesso a "riunioni conviviali". Non ricche abbuffate ma cene raffinate cui partecipavano musici, romanzaturi, maestri dì fabbrica, belle donne. Alla Mensa di Federico, si discuteva di tutte quelle cose che lo avrebbero reso famoso: la poesia, l'arte, la musica, l'architettura.

Raramente si parlava di guerra, quasi a significare il profondo solco che l'imperatore poneva tra l'uno e l'altro momento della sua vita, della sua giornata. Tra tanti discorsi ameni, si dissertava anche di caccia, soprattutto durante le soste che si tenevano, tra una battuta e l'altra, nei boschi del Melfese, in quello dell'Incoronata nei pressi di Foggia o in quelli del Gargano.

Nel Palazzo imperiale di Foggia i cibi erano serviti su un blocco di granito bruno del Gargano lungo circa quattro metri, sorretto da quattro pilastri tozzi: simile a quello che oggi è consacrato ad altare maggiore nella cattedrale di Lucera appartenuto alla domus di Fiorentino.

Ma di cosa si cibava Federico II?

Di carni allo spiedo, certamente sia in guerra che durante le lunghe battute di caccia. In particolare di lepri e di allodole. Il cinghiale, allora abbondante, non costituiva uno dei suoi piatti preferiti. A lui piacevano i volatili, fagiani compresi, che cacciava con i falchi. Particolarmente preferiti i colombi, spalmati con il miele e passati alla brace con erbe aromatiche.

Non da meno amava il pesce. Così ordinò a Riccardo di Pucaro della Curia di Foggia il 28 Marzo 1240: «praeterea mandamus ut Berardo coco curia nostre facias dari de beni piscibus de Resina et aliis melioribus qui poterunt inveniri, ut de eis faciat askipeciam et gelatinam pro nobis, iuxta mandatum nostrum ad nos celeriter deferendas».

La cui traduzione è pressappoco la seguente: «Alla tua fedeltà ordiniamo che a Berardo cuoco della nostra cucina, tu faccia pervenire dei buoni pesci di Lesina ed altri dei migliori che si possano trovare affinché egli ne faccia per noi l'aschipescia e la gelatina che manderai a noi in fretta secondo il nostro ordine ne è l'esatta dimostrazione».

La scapece, (così si chiama ora in Puglia), si può preparare con due tipi pesci: la razza e l'anguilla (le anguille provenivano dal Lago di Lesina, feudo del conte Matteo Gentile che fu anche signore di Fiorentino) trattata con l'aceto e conservato in un gelatina, molto usata in Puglia e Molise anche alle soglie del terzo millennio.

Cosa dire dei funghi? I cronisti narrano che Federico ordinava che prima li biancassino facendoli per poco bollire in acqua ed indi li salassero e li conservassero in cognetti (piccole botti cilindriche). Un discorso a parte merita il pane, da non intendersi come il pane di cui ci cibiamo oggi. Si trattava, in effetti, di piccole forme biscottate fatte con fiore, latte, miele, burro e cotte in forni a legna.

Vi era, anche, il pane casareccio confezionato con farina, lievito e sale e pane vendereccio, bianco, di semolone oppure oscuro di farina e crusca. Non meno importanti le verdure, che gustava specialmente, quando Soggiornava nel Palazzo Imperiale di Lucera. Erbe spontanee e verdure di cui la nostra città è stata sempre ben fornita: borragine, ruchetta, finocchietti, cicorielle, caccialepri, crispigni, cardoncelli. Di solito, le preferiva lessate con olio crudo.

Queste erbe crescono tuttora in Puglia e sono mangiate ancora con lo stesso gusto e nello stesso modo, come vedremo appresso, con cui le mangiava l'Imperatore. Il tipico piatto lucerino, i fonghie ammisck, era, anche allora, uno dei piatti preferiti da Federico II tanto da farne una ricetta che, è giunta sino ai tempi nostri. Anche il pancotto, che si mangiava ai tempi dell'Imperatore, è, tuttora, una delle specialità locali. Le erbette, anzidette, erano, e sono, la componente essenziale. Biscotti e miele erano usati nella dieta per disintossicarsi dal continuo utilizzo della carne.

Un'altra volta disse sempre al giustiziere Riccardo: Alla tua fedeltà ordiniamo che subito, senza indugi, tu faccia mandare alla nostra Curia tre salme di vino greco.

Oltre al vino greco, come abbiamo visto preferito agli altri, Federico usava una bevanda, molto aromatica, da bere calda: l'acqua di calabrice.

Il calabrice, pianta selvatica del Gargano, è simile ad un pero selvatico, dal frutto rosso e piccolo, mentre il nocciolo è simile a quello dell'ulivo. Il cronista dell'epoca, parlando di una bevanda ristagnativa, incisa, attenuante, lascerebbe intendere che si potrebbe trattare dì un digestivo.

Come frutta, all'epoca di Federico, c'erano fichi, noci, uva, datteri, mele, pere ed anche meloni. Non c'era ancora la pasta ed il nutrimento era costituito, in prevalenza, dal miglio, dall'orzo e dall'orzo perlato. Vi erano, invece, molti tipi di formaggi tipo il provolone, la mozzarella ed il pecorino che usava dare anche ai suoi cani preferiti. Della Puglia, che gli forniva tutto ciò che era possibile per approntare la Sua mensa, si dice che abbia esclamato: «È evidente che il Dio degli Ebrei non ha conosciuto l'Apulia e la Capitanata, altrimenti non avrebbe dato al suo popolo la Palestina come terra promessa».

 

Una giornata dell'Imperatore

 

Immaginare una giornata tipo dell'Imperatore è pressoché impossibile, non solo per la lontananza nel tempo che ce ne rende problematica la ricostruzione, ma anche perché bisognerebbe scegliere le coordinate temporali e spaziali, nella mutevole poliedricità delle sue volubili giornate. Quale periodo infatti individuare della sua vita? In una delle sue soste palermitane, oppure quando è in Germania? Nel tempo in cui scorazza in armi per le campagne emiliane o quando si concede un attimo di tregua nel suo castello di Melfi? La giornata del condottiero impegnato in una campagna militare, oppure quella del letterato attorniato dalla sua corte? Il crociato impegnato nella spedizione del 1228 o lo statista alle prese con la redazione delle Costituzioni melfitane?

Prendiamo allora a caso una giornata qualsiasi del tardo autunno del 1241, in Capitanata. Federico vi è giunto da diverse settimane, reduce da un'estate canicolare trascorsa in una grande villa di Tivoli, in attesa di cogliere il momento propizio per dare il colpo di grazia al suo vecchio e irriducibile nemico, Gregorio IX che invece, quasi centenario, gli ha giocato l'estremo tiro, paradossale e grottesco al tempo stesso. Morendo, infatti, ha neutralizzato qualsiasi iniziativa dell'Imperatore che sa di non poter infierire su una città in lutto per la morte del suo Pontefice.

Se ne torna quindi in Puglia, negli ultimi anni sempre più il sicuro ricovero delle sue giornate amareggiate e stanche.

Avrebbe voluto infatti, il sovrano, dedicare le sue energie alla realizzazione di un grande e complesso progetto di riorganizzazione del Regno, costellato di cento iniziative dirette a modernizzare lo Stato, non solo sotto un profilo urbanistico-edilizio e burocratico-amministrativo, ma anche culturale e sociale, con una serie di innovazioni di straordinaria importanza, quali mai nessun sovrano s'era immaginato di realizzare per i suoi sudditi. Ma l'appuntamento è rinviato all'elezione del nuovo papa, nel quale Federico ripone (quanto vanamente) le sue residue speranze. Passerà più di un anno per l’elezione del nuovo pontefice, ma per l'Imperatore la scelta non potrà rivelarsi peggiore.

Il sovrano dunque è in Puglia, a godersi il suo nuovo palazzo di Lucera che da poco i costruttori gli hanno consegnato.

L'Imperatore si alzò prestissimo, alle prime luci di un'alba autunnale che scrutò dalla grande finestra della sua camera da letto. Com'era ormai consuetudine da anni, quando le situazioni glielo potevano consentire, si fece preparare un tiepido bagno tonificante, seguito dall'abile massaggio del fido cameriere Abdullah. Federico, che aveva il sonno breve e leggero come quello degli arabi, s'era già alzato una volta, nel cuore della notte, per controllare la regolarità del servizio di guardia che negli ultimi tempi aveva lasciato alquanto a desiderare.

L’aria era pungente e Federico, reduce da un fastidioso raffreddore, si fece portare dal servitorello arabo Marzuch, il mantello color porpora foderato di pelliccia, dono di Leopoldo d'Austria nel loro ultimo incontro, a San Germano, nell'agosto del 1230. Era inquieto, l'Imperatore, e impaziente di cimentare Grifo, l'ultimo falco appena arrivato dall'addestramento di Salpi, di cui gli istruttori avevano decantato la portentosa rapidità. Fatto sellare il suo cavallo preferito, Dragone, il baio purosangue che il gran maestro Giordano Ruffo aveva scelto per lui nella scuderia imperiale, s'inoltrò a spron battuto, seguito a fatica dalla fedele scorta saracena comandata da Giovanni Moro, figlio della sua fedele governante, custode della camera personale del sovrano.

Cavalcando attraverso il poderoso portone, il gruppo al galoppo s’incrociò coi corrieri diretti nelle varie province del Regno per la consegna della corrispondenza della giornata.

Dopo aver costeggiato il costone boscoso della fortezza lucerina e attraversato il torrente Sálsola i cavalieri s’inoltrarono veloci lungo le alte dorsali dei colli della Daunia.

Raggiunta e superata, dopo qualche chilometro, la fiumara di Motta Montecorvino, il drappello si spinse nella fitta boscaglia prescelta per la mattutina escursione, arrestandosi davanti al ponticello di attraversamento del Triolo, rapido e profondo torrente a valle dei ripidi ciglioni a strapiombo della vallata circostante.

Federico, che aveva sopravanzato gli altri di un buon tratto, si fermò per un attimo e dopo aver tirato un profondo respiro, annusò l’aria: c’era ancora odore d’erba bagnata. All’avvistare, alle sue spalle, i primi inseguitori, dette briglie al cavallo, che proseguì veloce fra i torrentelli d’acqua, fra campi verdeggianti, in mezzo alla fitta vegetazione, per arrestarsi sulla sommità di una collina delle Serre, da dove il suo sguardo spaziò intorno, a contemplare la fitta boscaglia per orientare il prosieguo della sua corsa.

L’Imperatore sostò qualche minuto per raccogliere la gente attorno che frattanto sopraggiungeva trafelata, e per dar tempo ai cani di riprendere fiato. I primi raggi del sole perforavano il fitto fogliame della selvaggia vegetazione. I cavalli scalpitavano e i cani, rinfrancati dalla fatica della lunga rincorsa, abbaiavano inquieti, pronti a scattare per snidare la selvaggina.

A un cenno del sovrano, Moamin, il primo falconiere di corte, s’avvicinò rapido per fargli indossare il pesante guanto di cuoio, su cui un secondo falconiere poggiò rapido il falco imperiale che s’avvinghiò subito alla presa coi suoi artigli adunchi e affilati. Un cappuccetto di pelle rossa, finemente ricamato con un labirintico intreccio di fili d’oro, ricopriva la testa del rapace che alle zampe aveva legati due sonagli d’argento con cordoncini di cuoio, in modo da poter seguire agevolmente l’uccello in volo durante la cattura della preda.

Al suono della tromba, i cavalieri ripresero il galoppo, guidati dai cani che con acuto ed esercitato olfatto avevano fiutato il luogo della caccia.

L’Imperatore arrivò per primo e notò che i cani si erano appostati immobili a ridosso di cespugli selvatici. Nel silenzio irreale che s’era creato nel bosco, al primo stormir di foglie, rapido Federico lasciò andare il falco, dopo avergli tolto il cappuccio.

S’era levato in volo uno splendido fagiano che il falco imperiale, con rapida corsa, aveva ghermito saldamente sul dorso, trascinandoselo a terra con una brusca virata. Un servo raccolse subito la preda, prima che venisse artigliata dal falco, richiamato dal padrone che gli aveva lanciato in volo un paio di lógori piumati (Usato in falconeria. È un legnetto a cui sono legate delle piume colorate, di cui si serve il falconiere che lo lancia in volo per richiamare il falco).

Al termine della caccia, a un cenno del sovrano, il seguito prese la strada del ritorno, ma si fermò prima al castello di Pietramontecorvino, che lui stesso aveva fatto costruire molti anni addietro, e che aveva utilizzato più frequentemente prima che facesse costruire il più bel castello di caccia di Capitanata, quello di Apricena.

Chiamato ancor oggi la Torre, perché vi domina un poderoso e svettante torrione quadrangolare merlato, all’interno, su una delle volte slanciate a crociera, il sovrano gettò per un attimo distrattamente lo sguardo, a ricordare in quale circostanza e mosso da quale risentimento avesse fatto imprimere sulla trave, con scrittura indelebile, tanto che ancora oggi è ben leggibile, la frase duriora decoxi, cioè ne ho spezzati di più duri.

Nel pomeriggio una lunga serie di incontri, dopo aver letto i dispacci della giornata ed evaso la corrispondenza. Anche se era un periodo di riposo e di tregua, l’Imperatore aveva in calendario una fitta agenda di appuntamenti. Il priore del Santuario di Montevergine, gli chiese un’esenzione fiscale, che il sovrano accordò, e che invece qualche giorno prima aveva negato all’abate di Montecassino perché fedele sostenitore del Papa. Il parroco di San Lazzaro si lamentò che i Saraceni notte tempo gli stessero smantellando la chiesa, che ogni giorno perdeva pezzi, mentre a vista d’occhio, nella cittadella di Lucera, procedevano spediti i lavori di ristrutturazione e ampliamento della moschea, non più sufficiente a contenere tutti i Saraceni. C’era persino una delegazione di provisores castrorum di Terra di Bari e Terra d’Otranto, venuti a lamentarsi delle precarie condizioni nelle quali versavano alcune fortezze.

L’Imperatore, assistito da due scrivani che prendevano appunti, da un giudice del tribunale di Foggia e dal gran giustiziere di Capitanata, ricevé tutti quel pomeriggio (l’ufficio di cancelleria sapeva ben dosare il calendario degli appuntamenti), ed ebbe per tutti una risposta talvolta negativa ma più spesso positiva, in ogni caso sempre chiara e precisa.

Prima di chiudere gli incontri pomeridiani, il sovrano trattenne il gran giustiziere, Riccardo di Montefuscolo, al quale impartì" una serie di disposizioni e affidò la posta in partenza appena firmata col suo monogramma e chiusa ermeticamente col sigillo imperiale impresso a fuoco su ceralacca fusa.

Indossato uno zendado blu con risvolti dorati che ancora di più accentuavano il contrasto con la rossa capigliatura, il sovrano fece il suo ingresso nel grande salone di rappresentanza. Talvolta si faceva notte, nella grande sala, al lungo tavolo delle riunioni con i ministri che cascavano dal sonno e non ce la facevano a star dietro all’Imperatore che discuteva dei problemi del Regno con competenza e approfondita conoscenza.

Ma quella sera il sovrano li aveva convocati per una serata ristoratrice.

A cena, con lui, alla sua destra, allietata dalla vivace presenza dei piccoli Margherita e Carlotto, l’imperatrice Isabella, all’ottavo mese di gravidanza, e alla sua sinistra due dei suoi numerosi figli illegittimi, ma fra i più cari, Manfredi e Federico di Antiochia con la giovanissima Margherita, sposa da appena un mese. Per un attimo la mente di Federico fu attraversata dal pensiero del più grande dei suoi numerosi figli, nonché erede legittimo al trono, Corrado, in quel momento in Germania. Ma il triste pensiero fu subito scacciato dall’arrivo dell’irruente Percivalle Doria, uno dei suoi più vecchi e cari amici che in chiusura di serata avrebbe rallegrato la compagnia con la lettura delle sue allegre poesie.

E inoltre, a cena con lui quella sera, nella sala illuminata dalla intensa luce di cento candelabri, erano i nipoti Federico e Arrigo di Castiglia, quest'ultimo appena arrivato a Corte, il gran giustiziere di Sicilia Andrea Cicala, chiamato a rendicontare sull’esito della sua ispezione sugli abusi dei funzionari imperiali, il gran giustiziere di Capitanata, i docenti di diritto civile Goffredo da Trani e Martino da Fano, convocati per approfondire alcune questioni relative alle Novae Constitutiones, due ambasciatori del duca d’Austria, il vescovo di Troia, il grande maestro delle scuderie imperiali Giordano Ruffo e il provisor castrorum per la Puglia, Guidone del Guasto, convocato per fare il punto sulla situazione urbanistico-edilizia di quei castelli.

In un angolo della sala, non molto lontano dal massiccio camino di pietra dove ardeva un gran fuoco, alimentato da robusti ceppi di quercia scoppiettanti, leggiadre fanciulle orientali avevano iniziato a ballare con movimenti lenti e misurati, accompagnati dal suono delle ghironde, che in sottofondo tre discreti menestrelli stavano strimpellando appollaiati sull'alto balconcino destinato ai musicanti.

A tavola, il menù tipico della cucina federiciana, preparato con rara perizia culinaria da Berardo, il suo cuoco di fiducia dai tempi della Crociata, era servito da flessuose inservienti arabe in sottovesti colorate di seta appena trasparente, dall’aria smaliziata e intrigante.

La cena iniziò con una serie di portate a base di insalate e frutta, soprattutto agrumi e uva. Quindi zuppe di verdura oppure di farro, e creme di cereali, oppure il "biancomangiare" un pollo ripieno di mandorle, latte e spezie varie. E ancora, per i ghiotti buongustai del sapore all’agrodolce, selvaggina condita con le salse ricercate della cucina federiciana, a base di vino, olio, aglio, mollica di pane, uva acerba e cipolle. In un angolo del grande tavolo faceva bella mostra di sé il pollo servito con "l’agliata", una salsa d’aglio diluita con vino e aceto, innaffiato da un corposo rosso di Troia, e poco distante una grande cesta di vimini con pesce fresco appena pescato nel vicino lago di Lesina, arricchito con una salsa verde condita con salvia, prezzemolo, timo, aglio e pepe.

Una salsa tipica della cucina lucerina, fatta in casa, era proprio la "saracena", a base di uvetta passa, mandorle, aceto e spezie varie. Infine, il piatto grosso con cui i commensali si avviarono al termine della ricca cena, l'arrosto trionfale, il cinghiale catturato il giorno prima nel bosco dell'Incoronata. E per finire torte salate e dolci, fra i quali molto gustose e apprezzate le frittelle imperiali a base di formaggio di mucca, chiaro d’uovo, farina, pinoli e uva passa.

Tra una degustazione e l’altra, piacevole scorreva la conversazione che toccava gli argomenti più disparati, dalle recenti vicende romane, alle ultime notizie portate a corte qualche mese prima da Riccardo di Cornovaglia dalla lontana Terra Santa, dall’ammirato stupore dell’Imperatore per l’ultima visita a Castel del Monte, in quei mesi in via di completamento, alle sconvolgenti notizie che arrivavano dalla Germania dove l’esercito del duca Enrico di Slesia era restato annientato a Liegnitz, ai confini con la Polonia, dalle orde mongole giunte ormai ai confini dell’Impero. Non era però infrequente che, come quella sera, la presenza di musici e cantori, accompagnati dall’abile vena poetica di Percivalle, o Perceval, concludesse la serata con una spensierata serenata.

Terminata la cena, l’Imperatore uscì nell’atrio a prendere una boccata d’aria, dove sorprese gli uomini di guardia a giocare tranquillamente al mohall, un passatempo saraceno giocato con pietre colorate. Accertatosi che i loro bicchieri fossero pieni di sidro e non di vino, il suo sguardo fu attratto irresistibilmente dal cielo stellato, che il buio della notte rendeva ancora più splendente. La quiete serale era rotta a tratti dal verso sommesso e ritmato del grande rapace nascosto fra i poderosi rami dell'alta vegetazione che non lontano attorniava il castello. Il vecchio bufo reale, (antica definizione del gufo nostrano), gufava col suo ritmo cadenzato e monotono. Più volte il sovrano, infastidito dal verso che soprattutto d'estate gli guastava il tranquillo riposo della notte, aveva chiesto ai falconieri che lo snidassero dal nascondiglio dove s'era comodamente appollaiato, l'uccellaccio del malaugurio.

Salutati gli ospiti, l’Imperatore si ritirò nelle sue stanze. Con un brusco cenno della mano in segno di diniego, si negò ad una dilettevole notte e preferì ritirarsi nel suo studio, dove, indossata la pesante vestaglia di panno toscano, all’incerta luce delle candele, si apprestò a scrivere a suo figlio Corrado, che non vedeva da diversi anni. Preso dalla tristezza, ma soprattutto dalla preoccupazione che il figlio, erede designato a raccogliere lo scettro imperiale, lontano dal padre-sovrano, non facesse la stessa fine di Enrico, gli scrisse una lunga lettera invitandolo in Italia, per trascorrere insieme qualche settimana.

Dalla grande finestra della biblioteca, l’occhio dell’Imperatore venne distratto per un attimo dalla caduta di una stella. «Di cattivo augurio», pensò fra sé inquieto Federico che per un istante volse lo sguardo verso il grande orologio meccanico sistemato all’interno di una maestosa credenza, attratto dal suono ritmato delle ore che, alla mezzanotte, chiudevano una delle giornate più tranquille del suo lungo e tormentato sogno imperiale.

 

Morirai SUB FLORE

 

Come ogni rampollo di famiglia imperiale, Federico II nacque accompagnato da oracoli d’ogni genere. Alcuni indovini si limitarono a generiche frasi bene o male auguranti a seconda delle esigenze che intendevano soddisfare; altri si spinsero a formulare previsioni più precise, rischiando di dover subire clamorose smentite dalla realtà.

L’oracolo che ha fatto più chiacchierare gli storici è indubbiamente quello secondo cui Federico II sarebbe morto sub flore: forse in una località il cui nome evocava il toponimo di un fiore. Ma chi fu ad emettere una simile profezia? Fu veramente tale o si trattò di una delle tante ricostruzioni post mortem, considerato che effettivamente egli morì in Capitanata nel Castello di Fiorentino?

I fatti hanno fatto da tempo propendere per un’ipotesi di maggior rigore storico. Heinrich Grundmann dell'Università di Münster che ha studiato l’argomento ha affermato che l’imperatore era cosciente del presagio, tant’è che «…non è mai venuto a Firenze pensando che questa sarebbe stata la città della sua morte…». Dal canto suo Patrice Beck, che ha svolto ricerche in Capitanata, ha potuto affermare che «Federico II non sostò mai [nel palazzo di Fiorentino] prima che la morte lo colpisse lì per caso».

Alcuni storici hanno cercato di attribuire la profezia a Gioacchino da Fiore, ma sempre secondo il Grundmann «…nulla di simile si trova nei suoi scritti autentici». Altri hanno scomodato veggenti d'importanza storica minore, ma non hanno risparmiato Michele Scoto, matematico e filosofo ma anche astrologo, dibattuto fra alchimia e scienza nascente…

Fra le ipotesi più o meno fantasiose, recentemente ci si è pure messa di mezzo la signora Kathrin Hohenstaufen, a suo dire legittima discendente della dinastia sveva. In una dichiarazione riportata da Il Giornale del 25 gennaio 1998, la sudetta signora avrebbe affermato (citiamo testualmente dal quotidiano milanese pur usando il condizionale perché non si sa mai…) che «esattamente nel complesso fortilizio e abbazia cistercense di Fiordimonte […] nel rimettere a posto un prezioso antico archivio danneggiato dal terremoto dello scorso 26 settembre [1997] ha scoperto un documento del tutto inedito relativo agli anni giovanili del grande imperatore Federico II».

La presunta scoperta, secondo la quale Costanza d’Altavilla avrebbe conosciuto la profezia sulla morte "sub flore" del figlio fin dalla sua nascita, ha ingannato anche noi, tanto che l’abbiamo pubblicata volentieri pari pari su questa pagina. Finché molti amici, evidentemente più attenti o semplicemente migliori conoscitori della regione Marche, non ci hanno segnalato che… non è mai esistito un complesso cistercense a Fiordimonte! Una bufala? Può darsi, anzi, sì. Ma non del tutto nostra e non ci dispiace più di tanto. Il fatto, in fondo, dimostra una cosa interessante: che la nostra cultura moderna è solo apparentemente pragmatica, e stenta a fuggire o anche semplicemente a sottovalutare tutti i particolari di cronaca o di storia più o meno fantasiosi. Tant’è che anche a noi piace cullare il mito dell’imperatore; e vedere in lui, fra gli altri aspetti più seri ed importanti della sua personalità, anche un uomo che visse mezzo secolo ritenendo di conoscere il proprio infausto destino, senza poter fare assolutamente nulla per poterlo evitare.

 

I QUESITI DI FEDERICO II A MICHELE SCOTO

 

I testi medievali ci riferiscono una serie di quesiti che Federico II avrebbe rivolto agli scienziati della sua Corte, ed in particolare a Michele Scoto: astrologo ma anche insigne matematico, filosofo, diffusore delle teorie arabo-aristoteliche di Averroè.

I testi che ci sono pervenuti, fedeli alla tradizione medievale, hanno scarso valore scientifico inteso in senso moderno, mirando soprattutto a fornire una precisa immagine dell’Imperatore, forse a diffonderne il mito. Nonostante ciò, essi possono illuminarci più di molte altre fonti storiche sulla personalità dell’uomo, almeno come i contemporanei lo hanno conosciuto e considerato.

«[…] Noi ti preghiamo di volerci spiegare l’edificio della Terra, e precisamente quanto è alta la sua solida consistenza sovrastante gli abissi; […] se laggiù esista qualche altra cosa che la sorregge oltre l’aria e l’acqua; […] l’esatta misura che separa un cielo dall’altro e ciò che esiste al di là dell’ultimo cielo; in quale cielo Dio, per sua natura, si trovi, ed in che modo egli stia assiso sul trono celeste, e come gli facciano corona gli angeli ed i santi, e cosa facciano gli angeli ed i santi costantemente in sua presenza…

…Inoltre desideriamo sapere […] dove esattamente si trovino l’Inferno, il Purgatorio ed il Paradiso: sotto la Terra, nella Terra o sopra essa? […] E se un’anima nell’aldilà riconosca un’altra anima e se taluna di esse possa tornare in vita per parlare con qualcuno o mostrarglisi…Vogliamo inoltre conoscere le misure della Terra: la sua altezza, il suo spessore e quanto disti dal più alto dei cieli, quanto si estenda nel profondo; […] se contenga spazi vuoti oppure no, se sarebbe un corpo solido come una pietra focaia…Desideriamo sapere com’è che le acque dei mari sono tanto amare, e come mai, sebbene tutte le acque provengono dal mare, vi siano acque salate in molti luoghi, e in molti altri, lontane dal mare, acque dolci…Vorremmo sapere di quel vento che viene da ogni punto della Terra, e di quel fuoco che prorompe dalla Terra […] come accade in alcune località della Sicilia e presso Messina, sull’Etna, a Vulcano, Lipari, Stromboli…»

Dai quesiti si possono trarre alcune conclusioni che riguardano la cultura, le credenze, le fede che ispiravano Federico II.

L’Imperatore svevo era credente; anzi, era cattolico anche se non proprio un buon cattolico. Egli non formula alcuna domanda che lo possa rendere maggiormente convinto dell’esistenza di Dio e di tutti i personaggi che costellano l’universo cristiano. Su questo piano si sente già sufficientemente garantito dalle verità rivelate e dagli insegnamenti della Chiesa anche se, come sappiamo, era attento alle filosofie orientali dalle quali mutuava il desiderio si sapere.

Il suo desiderio era quello di conoscere di più. Come ogni uomo medievale, era allineato alle indicazioni filosofiche che consideravano la sfera spirituale come una semplice estrapolazione dell’ambiente, delle leggi, delle abitudini di questo mondo: dove si trova il Paradiso? Dove e come è seduto Dio? Che cosa fanno gli angeli mentre tengono compagnia al Signore? Simili domande non devono farci sorridere; ancor oggi molti credenti conservano gli stessi atteggiamenti quando ritengono i castighi ed i premi dell’aldilà molto simili ai riconoscimenti terreni; o quando improntano il rapporto con il divino a sulla base delle esigenze quotidiane.

Alla fine Federico II manifesta la sua grandezza quando affronta i problemi della terra, dei mari, delle forze della natura. Allora ci rendiamo conto di trovarci di fronte ad un uomo ricco di intuiti, ad un pensatore degno di tenere a battesimo, come in realtà ha fatto, la moderna scienza.

I rapporti ed i colloqui scientifici di Federico II con Michele Scoto dovettero colpire la fantasia dei contemporanei: una leggenda narra che in un giorno afoso e soleggiato Scoto, per ordine del suo Signore, riunì le nuvole in cielo e ordinò loro di versare sulla terra un’abbondante acquazzone ristoratore.