Guido Riccio da Fogliano

Un uomo del trecento tra mito e storia

 

 

Della famiglia emiliana guelfa da Fogliano, Guido Riccio, (1290 circa -1352), non fu probabilmente il più valoroso ed esperto nelle armi, ma certamente è rimasto il più famoso, immortalato da quello splendido affresco di Simone Martini, che tuttora campeggia su una parete della famosa Sala del Mappamondo nel Palazzo Pubblico di Siena.

Era nato verso il 1290 a Reggio Emilia, dove il padre Niccolò e suo zio Matteo erano impegnati a fondo come capi della fazione detta della Parte di sopra ed erano riusciti a cacciare la Parte di sotto, nella quale peraltro militavano altri parenti. Si era insomma nel vivo di una lotta in famiglia per la supremazia della città che, in effetti, era stata possesso del nonno Guido, ma poi era rientrata sotto la signoria di Azzo VIII d'Este.

Il ritorno al potere in Reggio dei da Fogliano si ristabilì nel 1306, quando, caduta l'egemonia estense, tutta la fazione guelfa fu impegnata in un'opera di espansione, ma probabilmente il padre di Guido Riccio allora era già morto. Lo zio Matteo invece nel 1310 era capitano del popolo a Parma e l'anno dopo, con la discesa di Arrigo VII, si stava adoperando alacremente per unire in lega le potenti famiglie guelfe del Reggiano, quando anche lui morì.

Guido Riccio proseguì l'opera dello zio; da Bologna a Firenze, da Siena a Lucca fu una fitta intelaiatura di alleanze in opposizione alle forze ghibelline. Le milizie tosco-emiliane stazionarono sui passi dell'Appennino e gli ambasciatori inviati dall'imperatore dovettero salvarsi dalla furia popolare rifugiandosi ad Arezzo. Pisa poi si era sentita in dovere di onorare Arrigo VII, accogliendolo con grandi manifestazioni quando sostò tra le sue mura, nel marzo del 1311, lungo il viaggio verso Roma per essere incoronato; lo aveva proclamato suo signore e, quando se ne fu andato, inorgoglita voleva spadroneggiare. Pensò di poter sistemare la situazione in Toscana, cominciando da Siena, e mal gliene incolse.

I Senesi affidarono le loro milizie a Guido Riccio, che accorse con un contingente delle forze che stazionavano tra Lucca e Sarzana, e respinse l'avanzata pisana a Montemurlo. Quella vittoria dette un certo prestigio a Guido Riccio; l'anno dopo era uno dei capitani di tutte le forze guelfe toscane assestate, nel numero di quattromila, vicino Firenze, città sulla quale il neoimperatore, reduce da Roma, puntava deciso per debellare le forze guelfe toscane una volta per tutte. Ma con soli duemila mercenari non se la sentì di affrontarle e finì per riparare a Pisa: lì avrebbe istituito un proprio tribunale, emanando condanne e multe alle città ribelli e lanciando un nuovo appello alle forze ghibelline.

Tutto si vanificò comunque con la morte di Arrigo VII nel 1313, data in cui temporaneamente si perdono anche le tracce di Guido Riccio; è un periodo in cui Reggio rientra sotto l'egemonia papale, primo nucleo di quell'opera di restaurazione dello Stato della Chiesa, che avrebbe raggiunto la sua massima organizzazione a metà del Trecento. La governava Angelo da San Lupidio; venne trucidato da Giovanni Riccio da Fogliano, un parente di Guido, nel 1328, nel clima di rivendicazioni antipontificie che s'instaurò con la discesa in Italia di Ludovico il Bavaro.

Proprio quell'anno torna alla ribalta il nome di Guido Riccio: a chiamarlo in causa sono di nuovo i Senesi, che vogliono difendersi dalle ultime imprese di Castruccio Castracani. Questi, impadronitosi di Pisa, appare minaccioso nel territorio di Siena, con incursioni e saccheggi; la città, memore della vittoria di Montemurlo, assolda Guido Riccio come capitano delle milizie cittadine. E lui assolve degnamente l'incarico affidatogli: libera in breve tempo dall'assedio i castelli di Sassoforte e Montemassi.

Non è un'impresa di quelle storiche, ma Siena la vuole eternare come un avvenimento d'arme fondamentale nell'esistenza del proprio Stato. E così fa immortalare il suo eroe da Simone Martini in un monumentale affresco su una parete di fronte a quella raffigurante la famosa Maestà nel Palazzo Pubblico. Ed eccolo là, coperto dall'armatura ma a viso aperto, passare come un'apparizione sul suo cavallo dalla gualdrappa sventolante sullo sfondo di un paesaggio come incantato, dove la tensione della guerra scompare nei colori e nell'insieme della raffigurazione.

È l'apoteosi di Guido Riccio da Fogliano, che si completa l'anno dopo; il Bavaro gli assegna la signoria di Reggio col titolo di vicario imperiale. Lo premia, in fondo, anche perché ha saputo opporsi a quel Castruccio Castracani, già suo fedele seguace, ma negli ultimi mesi di vita improvvisamente ribelle fino a scacciare da Pisa il vicario imperiale, il conte Oettingen, per diventare signore di quella città.

A questo punto nella vita di Guido Riccio subentra il fratello Giberto, decisamente più audace e senz'altro più ambizioso di lui; quando scende in Italia Giovanni di Boemia, ha modo di mettersi in mostra bloccando l'avanzata delle forze pontificie del legato du Poyet a S. Felice nel novembre del 1332. La figura di Guido Riccio appare in secondo piano. Giberto ottiene il titolo di cavaliere dell'impero ed è lui che difende la signoria dei da Fogliano a Reggio, catturando i forti Manfredi e rinchiudendoli nel castello di Querzola; ma è anche vero che il Boemo prima di andarsene dall'Italia pretende 35.000 fiorini per la vendita della città.

La lotta delle fazioni a Reggio comunque è sempre viva e i due fratelli non riescono a controllare la situazione; nella signoria subentrano i Gonzaga, e i da Fogliano riparano in massa presso Mastino della Scala. Giberto è assunto come capitano nella guerra che lo Scaligero deve affrontare contro la lega stretta tra Venezia, Firenze, Milano, Mantova, Ferrara e il duca di Carinzia; Guido Riccio viene nominato podestà a Padova. È una guerra sfortunata per Mastino, che riuscirà a mantenere il dominio solo su Verona e Vicenza, perdendo tutte le altre terre conquistate da Cangrande; Padova cadrà in mano a Marsilio da Carrara e Guido Riccio finirà anche prigioniero.

Lo ritroviamo libero a guerra finita, ma ormai ha espresso il meglio di sé. Non sembra che abbia avuto incarichi particolari al seguito della Grande Compagnia del duca Guarnieri e comunque non aveva lo spirito di ventura come il fratello; un tratto signorile evidentemente lo distingueva tra gli stessi venturieri. Il suo mondo non era all'insegna del saccheggio, ma della nobiltà castellana, poetica, limpida come appariva nell'affresco di Simone Martini; il mondo del Comune da difendere. E il suo cuore era altrove, in quella città probabilmente divenuta per lui una seconda patria.

Fu così che quando Siena lo chiamò nel 1352 per nominarlo capitano del popolo a difesa dei castelli, accorse subito; ma quell'incarico gli dette solo l'opportunità di rivedere l’affresco che lo vede cavalcare quel singolare cavallo con l’andatura ad ambio. Il 16 giugno di quell'anno morì ed un oscuro cronista ci assicura che la salma ebbe esequie eccezionali. Tuttavia non sa meglio mostrarne lo splendore che sottoponendoci la nota minuta delle spese sostenute dal Comune: «costòro le bandiere et sopravesti et coverte fiorini ottanta, et scarlatto et vesti brune per li suoi donzelli fiorini centoventinove, per dipintura di coverte et pennoni et bandiere fiorini trentacinque; el vaio costò fiorini sessantotto; la cera fiorini centotrentaquattro; et più altre piccole spese infìno alla somma di fiorini cinquecento».

È certamente una nota stonata dopo tanti riconoscimenti di gloria immortale; ma è forse il ridimensionamento di un mito.