Magici medicamenti
tra sacro e profano
Chi
pecca contro il suo Creatore
finisce
nelle mani del medico
(Bibbia,
Ecclesiastico, XXX - VIII, 1-15)
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magiche, polveri ed oli medicinali, balsami unici e insuperabili costituiscono
nel corso dei secoli, con diverse ricette, le ricche farmacie i cui prodotti
vengono esibiti con orgoglio da chi li possiede.
Anticamente
la medicina viene definita come la più degna e la più nobile delle arti dopo
l’arte bellica, e con lei l'arte pittorica e scultorea che la celebra.
Non
a caso a Firenze, dal Trecento al Quattrocento, artisti e letterati venivano
iscritti all’Arte dei Medici e degli Speziali: basti citare tra i tanti, i
nomi di Dante e Masaccio.
Nel
Quattrocento, Beato Angelico ritrae spesso i Santi taumaturghi Cosma e Damiano
nell’abbigliamento tipico dei medici di allora: tonaca rossa foderata di vaio,
cappello rosso e calze rosse.
In
mano tengono rispettivamente, come nella Madonna
delle ombre, custodita nel Museo di San Marco a Firenze, la palma del
martirio e la scatola dorata con i medicinali.
Nel
Miracolo della gamba del moro, sempre
nel Museo di San Marco, i due santi medici sono rappresentati dall'artista
mentre trapiantano la gamba di un moro su un bianco, in un momento, quindi, che
sottolinea l’aspetto chirurgico della medicina. La scena è ambientata in un
interno dagli straordinari effetti luminosi sulle pareti e nei velari che
circondano il letto, mentre il tono domestico dell’ambiente viene sottolineato
da piccole note di vita quotidiana, le pantofole, la borsa appesa al capezzale,
la bottiglia e il bicchiere appoggiati sulla testiera del letto, a creare
un’ambientazione di tono quasi ospitaliero.
Fino
al Trecento la malattia era vista come frutto del peccato e punizione di colpe
commesse, da espiare attraverso dolore e infermità. Causa della malattia era
pertanto la colpa, la malattia era la pena da scontare, quindi, il malato era un
peccatore da redimere più che un paziente da curare. L’ospedale aveva
soprattutto scopo caritativo, mentre l’assistenza era quasi esclusivamente a
cura di ordini religiosi.
La
terribile peste del 1348, che, in certe zone, dimezzò la popolazione, portò
drammaticamente all’attenzione delle autorità civili il problema
dell’impatto sociale della malattia e dell’assistenza ospedaliera. Inoltre,
nelle città maggiori, con la nascita e lo sviluppo delle Università,
prendevano impulso gli studi di anatomia e medicina.
Nel
corso del XV secolo le istituzioni assistenziali si andavano laicizzando e
differenziando: nascevano così numerose strutture specializzate per
l’assistenza degli infermi e per l’ospitalità dei bambini abbandonati. Alla
progettazione di questi edifici e alla decorazione degli ambienti interni
venivano spesso chiamati anche artisti di notevole livello; basti ricordare il
meraviglioso e sempre attuale progetto di Filippo Brunelleschi per il Fiorentino
Ospedale degli Innocenti. Un esempio
tra i più significativi è quello dell'Ospedale di Santa Maria della Scala, a Siena, nel quale la sala del Pellegrinaio
che è stata fino a venti anni fa adibita a corsia ospedaliera venne decorata
intorno alla metà del Quattrocento da meravigliosi affreschi di Domenico di
Bartolo e Lorenzo Vecchietta, che illustrano la missione e la storia
dell’istituzione in una serie di scene in cui venivano raffigurate
l'assistenza agli infermi, la distribuzione delle elemosine e la cura dei
trovatelli. Analogamente, l'Ospedale del
Ceppo a Pistoia, così chiamato dal tronco d’albero in cui si
raccoglievano le limosine, elemosine, fondato nel XIV secolo, fu arricchito agli
inizi del Cinquecento da un portico decorato con uno splendido fregio in
terracotta smaltata della bottega dei Della Robbia, raffigurante le sette opere
di misericordia, alternate alle Virtù cardinali e teologali.
Pur
essendoci una logica evoluzione da una medicina basata sul fatalismo,
superstizione e magia verso una medicina intesa come arte e scienza, le cure, in
molti casi, nei secoli seguenti, non abbandonarono ricette strane
con ingredienti assai curiosi, nelle
quali si cimentavano anche personaggi di alto rango, alla ricerca di rimedi
miracolosi. Ad esempio, è passato alla storia un famoso olio, prodotto a Firenze da Francesco I de’ Medici, i cui effetti
straordinari come antidoto per veleni e cura per malattie gravi venivano persino
ricordati dall’Ambasciatore veneto Gussoni, che in una relazione al Senato del
1576 descriveva la personalità del sovrano toscano: «Ha
gran diletto di lavorare di lambicchi, formando molte acque et olii sublimi atti
al medicamento di molte infermità, e
vi ha quasi per ognuna d’esse. Et fra l’altre,
un olio di sì eccellente virtù che con ungersi di fuori li polsi, il
cuore, lo stomaco, e la gola guarisce d’ogni sorta di veleno, sana gli
appestati e preserva i sani; è ottimo rimedio alle pestilenze, ad ogni sorte di
febbre maligna, e mi ha detto averne voluto fare esperienza quanto al veleno in
persone condannate alla morte facendogli bere del veleno, e guarendoli
poi del tutto con detto suo olio del quale ha voluto farmi parte di una piccola
ampollina».
Non
conosciamo la composizione di questo specialissimo olio, ne se contenesse la
salvia, particolarmente adoperala all'epoca, in Toscana e chiamata erba
sacra e deriva il suo nome da salvare
o sanare. Le sue proprietà sono
infatti numerose e, secondo la leggenda, traggono origine dal fatto che essa ha
protetto la Sacra Famiglia durante la
fuga in Egitto: ad ogni sosta la pianta scuoteva i suoi rami in modo che Gesù
Bambino avesse un morbido tappeto dove riposare. Un vero letto per riposare e
medicine più avanzate sembrano essere
invece quelle descritte nella Cura degli
Infermi del Manoscritto Gaddiano
conservato alla Biblioteca Laurenziana di Firenze, nel quale i cinque pazienti
ricoverati nello stesso ambiente, vengono accuditi da un medico coadiuvato da
tre infermieri.
Un posto notevole tra i rimedi medicamentosi lo hanno avuto, comunque, nelle
diverse epoche storielle, anche quando la medicina si aprì allo studio del
corpo umano su nuove basi scientifiche, le pietre preziose, appannaggio
ovviamente di signori, principi ed ecclesiastici e di chi poteva permetterselo.
Le
pietre preziose si somministravano macinate, preparate in decotti, in sciroppi
di miele e rose, sciolte nel latte.
Fortunatamente
non sempre era necessario berle o inghiottirle; spesso era ritenuto sufficiente
indossarle, toccarle o anche solo semplicemente guardarle. Non solo si riteneva
che fossero capaci di guarire numerose affezioni, ma anche che possedessero, si
direbbe oggi, un azione preventiva. Al corallo, ad esempio, si attribuiva la
proprietà di allontanare i malanni provocati dall’invidia: i suoi rami
appuntiti, che possono essere sostituiti dal cornetto,
infilzano l’influsso maligno e lo
deviano. Tra le altre virtù: aumenta la sapienza, è portatore di fertilità,
scioglie gli emboli, elimina i blocchi intestinali ed è un ottimo
ricostituente.
Beveraggi,
pozioni e sciroppi di tutti i generi vennero somministrati anche a Lorenzo il Magnifico, signore di Firenze che muore di gotta l’8 aprile
1492, all’età di quarantatre anni. I cronisti tramandano che alcuni dei
rimedi consigliati si rivelarono più adatti ad accelerarne la fine, piuttosto
che a farlo guarire. Il duca di Milano Ludovico Sforza gli inviò un famoso
medico lombardo, Lazzaro da Pavia. La
terapia da lui prescritta consisteva nel bere una miscela di perle e di diamanti
polverizzati.
Una
vera medicina da sovrano, che, tuttavia, non ebbe alcun effetto.
Ma
la medicina continuava, nonostante tutto, il suo corso di nuova scienza
emergente; affinava i suoi aspetti diagnostici, chirurgici e di ricerca, non
trascurando l’importanza del ruolo del medico, la definizione della sua
singolare figura professionale.