
Quando saper governare . . .
…Giunto a questo istante che sento esser l’ultimo che mi tocchi in
sorte, molto amerei spiegarmi chi io sia stato […] Eppure tanto io vorrei
potere rispondermi. Un segno, anche il più semplice che fosse, potrebbe
offrirmi la quïete. Forse allora potrei illudermi d’avere trovata soluzione a
ciò che io ormai vo cercando da anni: chi io sia stato, insomma, cosa abbia
valso per me l’essere vissuto; quale volto di me sia quello che io possa dire
il vero […] Avere io diretto, giorno dopo giorno, tutto quanto è accaduto
nello Stato sono in molti a non perdonarmelo. Eppure m’hanno applaudito; anche
loro: gli scontenti.
Ed io, nonostante questo, mi
sono tenuto al riparo dalla tentazione di farmi Signore in assoluto. E, si sa,
in Firenze che infinite sono state le possibilità di ottenerlo. È che io ben
ho compreso quello che mio nonno Cosimo intendeva che ci occorresse cioè essere
Signori in Firenze, senza però che nessuna legge lo sancisse. Firenze ed i
fiorentini non erano, né lo sono, nell’istante in cui scrivo, preparati ad
essere dei sudditi. Occorre, dunque, far credere loro che tutto, in fatto di
ordinamenti amministrativi e giuridici, sia rimasto uguale a sempre. Far girare
il vento e volgere il corso della nave in direzione opposta; far sentire
soggetta gente che s’illude d’essere lei a decidere della sua vita politica,
è un rischio che non era, né lo è oggi, da affrontare. Ci sarebbe, inoltre,
tutta una fortezza da far crollare anch’essa; formata da quelle famiglie cui
occorre, invece, ancora far credere che siano anch’esse chiamate a decidere su
quello che accade nella politica dello Stato fiorentino. Esse devono continuare
a sentirsi gente che ha, volontariamente, delegato il potere ad uno solo. Così
come è accaduto da parte di questi medesimi nei confronti di mio nonno Cosimo
ed anche di me Lorenzo.
In attesa che sia per loro chiaro che corrono tempi
nuovi. Che un’Europa divisa in Stati retti da prìncipi assoluti, indica la
stessa via per le cose d’Italia. La stessa per lo Stato di Firenze. Da
cinquant’anni stiamo preparandoli al mutamento. Che avverrà, ne sono certo,
saremo infatti noi in futuro, noi Medici, a governare da monarchi Firenze e la
Toscana. Ma ancora è presto…(dalle carte di Lorenzo).
Filigno dei
MEDICI nel gennaio 1374 decide di dare inizio ad un libro di memorie. Sembra una
favola ma è realtà.
Nasce così la
saga di una famiglia che ha fatto scrivere molti capitoli della Storia.
Il nostro
Filigno redige un testo che sarà quasi tutto dedicato ad appunti di genere
patrimoniale, scriverà di compravendite, divisioni di beni, diritti di
patronato. Nella premessa, per spiegare l’impellente bisogno di scrivere, c’è
una riflessione sulla propria stirpe che ha toni preoccupati: Siamo
stati una grande famiglia, rispettata e temuta, ma il futuro è incerto ed i
presagi sono foschi, tra battaglie cittadinesche, morti per peste, la carenza
che ormai abbiamo di uomini di valore.
Il morente
Giovanni di Bicci dei Medici nel 1429 si accomiata invece dai figli Cosimo e
Lorenzo con l’orgoglio di chi può dispensare un patrimonio larghissimo e
sagge regole di comportamento politico: Fate in modo di essere sempre
graditi ai buoni cittadini ed a tutto il popolo, che hanno considerato
costantemente i Medici un riferimento sicuro, la tramontana stella; e se non vi
allontanerete dai comportamenti dei vostri predecessori, il popolo sarà sempre
propenso ad elargirvi cariche politiche. Come si vede, da Filigno a
Giovanni, in mezzo secolo tutto sembra cambiato: si è passati dal timore di
perdere tutto alla consapevolezza di essere vincenti. In effetti, in questo arco
di tempo a Fiorenza molto è avvenuto:
il tumulto dei Ciompi, la caduta del
regime dei governi popolari, la nuova dominazione di un ristretto numero di
famiglie, prima fra tutte quella degli ÀLBIZI, che hanno imposto dal 1382 un
regime oligarchico, esìlii, epidemie e guerre, fallimenti e nuove fortune
private. Tra questi marosi alcuni membri della famiglia Medici ed in particolare
il ramo di Averardo detto Bicci, hanno
saputo navigare con perizia. Adesso ci sono i gusti, calibrati, presupposti per
un approdo mai riuscito a nessuno a Firenze; imporsi come dinastia egemone. Ma
le mosse decisive devono comunque essere ancora tutte compiute.
Sicuramente
dalla metà del XII secolo i Medici si segnalarono a Firenze come cittadini di
rilievo. Più tardi terranno a gloriarsi di essere stati in antico nobili del
contado provenienti dal Mugello, evenienza plausibile ma non del tutto provata.
Hanno, comunque, già importanti parentele, la comproprietà di una torre nonché
il patronato di una chiesa nel centro cittadino. Notizie della famiglia prima
del Duecento sono prive di fondamento, comunque la caratteristica prevalente dei
Medici appare quella di mercanti e popolani. Accedono, infatti, ad incarichi di
governo durante il Primo Popolo, uno
di loro, era il 1260 è ufficiale dei balestrieri dell’esercito guelfo durante
la disastrosa battaglia di Montaperti. Nel drastico cambiamento di regime, un
altro siede nel consiglio ghibellino. Non stupisce, quindi, che le perdite
economiche furono irrisorie. Ma con l’instaurazione del regime di Carlo d’Anjou,
(Angiò), nel 1267, il colore guelfo diventa più acceso e definitivo, come, del
resto, per quasi tutta la città di Firenze. I Medici, più di altri, magari,
sembrano esser propugnatori di un guelfismo intransigente ed aggressivo. Nei
primi del Trecento, il ghibellino STRINATI, nelle proprie memorie, si lamenta
dei Medici e di quanto approfittino, in ogni occasione, per vessare e depredare
senza pietà, peggio che i Saracini in
Acri; così come la loro scelta di schierarsi con la fazione dei Neri
partecipando ai tentativi eversivi di Corso DONATI, il maggior esponente del
radicalismo guelfo.
Nella prima metà
del Trecento la casata dei Medici è estesa in vari rami e spesso chiamata a
rivestire incarichi pubblici. Non è tra le più eminenti ma immediatamente alle
spalle delle prime cinque o sei famiglie di primo piano. Nelle congiure e nella
sollevazione per abbattere la signoria del Duca d’Atene, nel 1343, i Medici
hanno un ruolo importante. Un loro congiunto è stato inoltre giustiziato dal
despota. Scontenti degli spazi politici a loro attribuiti, sono invischiati in
sobillazioni e congiure e nel clima settario fiorentino del secondo Trecento la
famiglia si divide tra fautori degli ÀLBIZI e fautori dei RICCI. Tornano
nuovamente in primo piano nell’immediato antefatto del Tumulto dei Ciompi,
quando Salvestro eletto Gonfaloniere dichiara intollerabile che il
popolo fusse da pochi potenti oppresso, come scrive il Machiavelli, con
l’intento, è esplicito, di cavalcare il crescente malcontento a proprio
vantaggio. La situazione, però, gli sfugge di mano, essendosi ormai innescata
una rivolta incontrollabile. Negli inizi del quattrocento, con maggior cautela,
si muove Giovanni di Bicci, esponente di un ramo MEDICI fino allora secondario,
che al crescente successo economico aggiunge un’ascesa politica progressiva,
iniziata in età matura, basata sulla ricerca del consenso in particolare negli
ambienti degli artigiani minori e condotta senza destare sospetti tra i membri
del partito degli ÀLBIZI, al quale non appartiene, ma, col quale convive senza
scontri ottenendo una quantità di cariche politiche di primo piano.
Fedele al
testamento politico del padre, Cosimo, prendendo in mano le redini della
famiglia, si muove con una buona dose di capacità mercantile. In una fase in
cui il regime oligarchico mostra i segni di usura, è attento ad attirare a sé
il favore popolare ed a trasformare il gruppo dei propri seguaci, in gran parte
esibizionisti, in un partito, dissimulando però i piani con l’impegno negli
affari, con soggiorni all’estero, con la passione per gli studi classici, con
le lunghe permanenze nelle sue proprietà rurali. Infine Rinaldo degli ÀLBIZI
si rende conto del pericolo e grazie alla connivenza del collegio di governo da
lui manovrato lo fa arrestare nel settembre del 1433.
L’accusa di
cospirazione contro la Repubblica dovrebbe prevedere la pena di morte, meglio
sarebbe stato avvelenarlo in carcere onde evitare inutili
processi, ma Cosimo, corrompendo prima i carcerieri e poi i giudici riesce ad
ottenere l’incolumità e la condanna a dieci anni di esilio, in questo aiutato
non poco dalle pressioni in suo favore fatte dallo stato veneziano, a lui legato
da tempo. A Venezia, infatti, sconta un anno di esilio, manovrando da lontano
per accrescere le tensioni in patria ed il risentimento popolare contro gli ÀLBIZI,
fino a sovvertire gli equilibri politici a Firenze, cosicché nel settembre
1434, in virtù dell’entrata in carica di un governo a lui favorevole, Cosimo
può tornare da trionfatore mentre l’esilio è ora comminato a Rinaldo degli
ÀLBIZI ed a una settantina di suoi partigiani.
Da allora Cosimo
diventa l’arbitro della vita politica fiorentina, pur rifuggendo le
investiture ufficiali e ricoprendo un numero molto limitato di incarichi
pubblici. Il suo pseudonimo rappresenta un tipico esempio di signoria
larvata. Il sistema elettorale fiorentino era divenuto tra fine Trecento e
primo Quattrocento di un’estrema complessità, architettata per evitare
pressioni e frodi e invece tale da lasciare notevoli poteri discrezionali a chi
veniva designato a decidere i tempi e le cariche dei cittadini scrutinati come
meritevoli da ricoprire i maggiori uffici. Da privato cittadino, Cosimo riesce a
dirigere queste pratiche elettorali in modo tale che gli eletti, almeno in
maggioranza, appartengano alla schiera dei suoi fautori. Per garantirsi il
predominio trama spesso in maniera molto pesante, ma con geniale accortezza
evita ogni stravolgimento costituzionale, non ferendo così la tradizionale
sensibilità repubblicana dei cittadini e si astiene, sia pure attraverso una
finzione a tutti evidente, da frequenti e scomode esposizioni in primo piano. Il
grande potere economico, la rete clientelare che si è costruito, le strette
relazioni che ha all’estero con le maggiori potenze a cominciare dal Papato, i
gesti di calcolata munificenza che gli procurano la gratitudine degli
intellettuali e della plebe rendono difficilmente attaccabile la sua posizione,
malgrado molti agguerriti oppositori cerchino di contrastarlo.
In questo modo
domina la città per un trentennio, fino alla morte, superando per la verità
anche alcune fasi critiche nelle quali fa ricorso, se appare inevitabile, non
solo alla sua innata ed indiscutibile sagacia politica ma anche alla forza: come
nel 1458, anche in questo caso comunque delegando all’incombenza di forzare le
regole l’alleato Luca PITTI. Quando muore nel 1464 il cordoglio è grande ed
il governo cittadino gli conferisce poco dopo il titolo di pater
patriæ, fino ad allora mai concesso. Il ruolo di Cosimo, per quanto così
informale, passerà come per successione dinastica al figlio Piero detto il
Gottoso fino al 1469 e, quindi, al nipote Lorenzo detto il
Magnifico fino al 1492 ed al di lui figlio Piero per altri due anni. Dopo la
famosa cacciata, 1494 circa, per una breve e convulsa stagione Firenze tornerà
repubblicana, i superstiti della famiglia adottarono uno stemma d’argento alla
croce di rosso, (simbolo del popolo fiorentino), facendosi chiamare de’Popolani.
Successivamente se ne insignoriscano di nuovo, questa volta per circa due secoli
con un titolo ufficiale: quello di Granduchi
che passeranno, in seguito alla morte di Giangastone nel 1737, ai LORENA.