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L' |
espressione
Dolce Stil Nuovo,
oppure Dolce
Stil Novo è
stata direttamente attinta a un passo di Dante nella Commedia.
Non tutti sanno che il maggior poeta italiano è stato anche il primo storico e
critico della poesia italiana, sia pure un critico molto interessato, geniale ma
a volte anche fazioso. Il quadro che egli ci ha offerto della nostra poesia
antica, soprattutto nel De vulgari
eloquentia, in alcuni canti del poema e nel XXV capitolo della Vita
nova, influenza moltissimo la nostra visione dei fatti.
Nel
canto XXIV del Purgatorio, fra i
golosi, Dante incontra Bonagiunta da Lucca. Bonagiunta era un poeta che oggi ci
appare di modeste capacità ma che allora era il maggior , insieme a Guittone
d'Arezzo, fra i toscani della vecchia generazione, quella con la quale lo stesso
Dante e i suoi coetanei avevano dovuto avere a che fare al momento dei loro
ingresso sulla scena letteraria. Erano Bonagiunta e più ancora Guittone i poeti
più noti, quelli che venivano considerati un po' i maestri della poesia d'arte
in volgare.
Erano, se vogliamo, i vecchi autori, contro i quali dovevano quasi di necessità porsi i più giovani se ambivano a scalzarli dalla posizione di primato che questi occupavano nella reputazione generale.
Scrivendo
parecchi anni dopo, nella Commedia, Dante si compiace quindi di farsi salutare
proprio da Bonagiunta come l'iniziatore di una nuova maniera di fare poesia,
come colui in particolare che ha composto quella bellissima canzone che inizia Donne
ch'avete intelletto d'amore, che egli ha raccolto nella Vita nova e alla
quale attribuisce giustamente un valore speciale. Sempre in questo passo del
Purgatorio Dante risponde a Bonagiunta in apparenza con modestia, in realtà
enunciando una sorta di definizione delle sue intenzioni artistiche: I'
mi son un, che, quando
Amor mi
spira, noto, e a quel modo
ch'è ditta dentro vo significando.
Sostanzialmente,
Dante vuol dire che la sua poesia segue con semplicità, senza artifici retorici
o concettuali, l'ispirazione che Amore detta
al suo cuore. Bonagiunta, nella maliziosa immaginazione dantesca, riconosce
l'inferiorità dei poeti precedenti, di cui fa parte, esclamando che ora capisce
cosa ha trattenuto se stesso, il Notaro (cioè Giacomo da Lentini, il maggiore
dei poeti della corte di Federico II) e Guittone dal poter raggiungere la novità
della poesia volgare: O frate, issa vegg'io,
diss'elli, il nodo
che l'Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil novo ch'i'odo!
Di questi versi è stata di recente proposta anche una diversa lettura testuale parzialmente diversa. Si tratta, però, di un problema aperto.
Attraverso la risposta di Bonagiunta pare quindi fissarsi un preciso discrimine cronologico fra la vecchia maniera di far poesia, quella ad esempio di Jacopo da Lentini, di Guittone e dello stesso Bonagiunta, e la nuova, rappresentata certo da Dante, ma anche da altri più giovani poeti:
Io veggio
ben come le vostre penne
di retro al
dittator sen vanno strette,
che de le nostre certo non avvenne.
Su versi come questi, come su altre simili dichiarazioni di poetica degli autori che ruotano attorno al fenomeno dello Stil Nuovo, si discute moltissimo, spesso anche con eccessi di sottigliezza che facilmente portano a conclusioni tendenziose. Legando questo passo ai vari luoghi, particolarmente del De vulgari, in cui Dante parla dei poeti in volgare, non sembra dubbio che l'Alighieri si riferisca ad altri oltre che a se stesso, anche se poi le sue osservazioni non si riferiranno a una vera e propria scuola letteraria organizzata, ma indicheranno soprattutto un deciso rinnovamento del gusto, che in questi anni, soprattutto a Firenze, si realizza attraverso la sua poesia, quella di Guido Cavalcanti e di altri che risentono della loro influenza.
Il
Dolce Stil Nuovo è probabilmente uno dei più affascinanti e in parte
misteriosi movimenti artistici del Medioevo. In sede storiografica è una
creazione di Dante, che ne è stato anche il maggiore protagonista, come abbiamo
già detto, e dei critici romantici, in particolare De Sanctis e Foscolo che,
scrivendo sei secoli dopo, hanno decretato la fortuna di un'etichetta uscita
dalla penna dantesca. Prima di loro si parlava dei poeti italiani precedenti a
Dante come di un tutto indistinto, mescolando insieme i Siciliani, quelli della
corte di Federico II, e poeti toscani successivi senza troppo distinguere fra le
generazioni e i luoghi.
Solo
più tardi si è iniziato a introdurre delle distinzioni e identificare dei
gruppi basandosi sulle consonanze che legano gli autori o sui vincoli personali
esistenti fra loro.
Sicuramente
si è un po' forzata la materia, dato che la collocazione storica di alcuni di
questi poeti non è affatto pacifica, ma si tratta delle forzature che ogni
storico è costretto a compiere e che del resto si ripropongono inevitabilmente
per ogni epoca. Pensiamo alla poesia del Novecento e al modo, spesso
approssimativo e discutibile, in cui gli storici aggregano i poeti collocandone
uno in un certo movimento d'avanguardia, uno in un altro.
Come
tutti i giovani che cercano di imporre una novità artistica, anche Dante va in
cerca di precursori, di padri credibili a cui ricollegarsi, e ne troverà uno
solo per certi versi adatto nel poeta bolognese Guido Guinizzelli, della
generazione precedente la sua.
Anche
Guinizzelli, per la verità, era per tre quarti della sua opera un poeta
tradizionale, non troppo diverso da Bonagiunta e da Guittone. Aveva scritto però
alcuni componimenti che a Dante dovevano apparire, e in parte erano, di
grandissima novità, fra i quali la famosa canzone Al cor gentil rernpaira sempre amore.
Dante
allora, in cerca in qualche modo di padri
nobili, lo elegge a ispiratore suo e dei suoi amici, e nel XXVI Canto dello
stesso Purgatorio, incontrandolo fra i lussuriosi, lo saluta proprio come: ‘l
padre mio
e
delli altri miei miglior che mai
rime
d'amore usar dolci e leggiadre.
Seguiva
poi, in termini molto accalorati, la solita polemica contro Guittone e la sua
presunta supremazia.
A
questo punto, il canone dei poeti stilnovisti era di fatto nato, creato con una
certa genialità, e le proteste dei filologi di oggi che vorrebbero introdurre
troppe distinzioni non arrivano a scalfire la sistemazione dantesca, poi
assestatasi nella storia letteraria soprattutto a partire da Francesco De
Sanctis.
Per
capire qualcosa di più è assolutamente necessario rifarsi alle condizioni
ambientali particolari.
Guido i’ vorrei che tu e Lapo ed
io
fossimo presi
per incantamento
e messi in un
vasel, ch’ad ogni vento
per mare
andasse al voler vostro e mio;
si che fortuna
od altro tempo rio
non ci potesse
dare impedimento,
anzi, vivendo
sempre in un talento,
di stare
insieme crescesse ‘l disio.
E monna Vanna e
monna Lagia poi
con quella
ch’è sul numer de le trenta
con noi ponesse
il buono incantatore:
e quivi
ragionar sempre d’amore,
e ciascuna di
lor fosse contenta,
sì come i’
credo che saremmo noi.
Questo
celebrissimo sonetto di Dante è un po’ la celebrazione del legame di amicizia
che unisce alcuni degli stilnovisti. Dante immagina che il buono incantatore, cioè il mago per eccellenza, Merlino, ponga
in una stessa imbarcazione, (vasel,
vascello), Guido Cavalcanti, Lapo Gianni e lui stesso. Insieme a loro le donne
amate, rispettivamente Vanna, chiamata anche Primavera, Lagia e quella
ch’è sul numer de le trenta, ovverosia la dama che egli, in una lista di
belle fiorentine di cui parla nella Vita Nova, aveva appunto collocato verso la
trentesima posizione. Il sonetto rispecchia il genere letterario provenzale del plazer,
per il quale si immaginavano situazioni di particolare bellezza o piacere, e, più
precisamente quello del souhait,
ovvero desiderio, per il quale appunto si esprimeva il desiderio che si
avverasse una situazione, spesso impossibile, iniziando il sonetto proprio con
formule del tipo io vorrei… . I
versi finali, che chiudono il delizioso quadretto, quasi una miniatura,
celebrano il ragionar d’amore e la
piacevolezza di un’eletta compagnia.
Un
fenomeno intellettuale come quello dello Stil Nuovo non poteva che svilupparsi
pienamente in un ambiente di civiltà urbana molto raffinata, quale era quello
di Firenze allo scorcio del XIII secolo.
Firenze,
come tutti sanno, era travagliata da feroci lotte intestine, come e più di
altri Comuni italiani. Si trovava però in uno dei suoi momenti di maggior
prosperità e fortuna economica, una fortuna che non la abbandonerà fin verso
la metà del secolo successivo, con la crisi economica e demografica legata
anche alla grande pestilenza del 1348. I suoi mercanti battevano con successo le
strade di tutta l'Europa, i suoi uomini d'affari inventavano nuovi strumenti
finanziari straordinariamente moderni, la città si arricchiva di opere
architettoniche e figurative destinate a fare ancor oggi la sua fama nel mondo.
Accanto all'aristocrazia si era formata una nuova borghesia, di certo non tutta
grossolana. Complessivamente si può dire che esistesse una società raffinata
nel cui ambito si potevano formare delle nicchie
di pubblico in grado di apprezzare e coltivare forme d'arte particolarmente
intellettuali e sofisticate, anche se ovviamente coinvolgevano alla fine una
ristretta élite.
Ecco
dunque che, per quanto riguarda la poesia, se molti erano interessati alla più
facile materia epica che veniva dal Nord, alle narrazioni delle gesta di
Carlomagno e di Artù, se molti erano i consumatori delle filastrocche
giullaresche, esisteva anche un più ristretto pubblico per la poesia politica,
che rifletteva le passioni del tempo, e ne esisteva uno per l'elaboratissima
poesia cortese, quella che segue l'esempio dei trovatori e che in Italia aveva
trovato la sua culla presso la corte sveva e poi soprattutto in Toscana. È
questa la scena su cui dobbiamo inquadrare lo Stil Nuovo, è questa la scena
sulla quale due giovani come Dante e Guido Cavalcanti, e con loro altri minori,
cercavano l'affermazione.
Questo
ci aiuta a comprendere un dato che subito colpisce per quanto riguarda questi
poeti: il fortissimo senso dell'amicizia, del legame personale fra di loro, del
costituire una élite intellettuale. Questo è anche il primo tratto, se
vogliamo, che li distingue dai poeti italiani precedenti e che in un certo senso
ne fa dei discepoli più genuini dei trovatori. I trovatori provenzali, che
agivano in una realtà storico-sociale del tutto diversa, di tipo
sostanzialmente feudale, avevano un senso altissimo della loro arte,
della loro professione. Si sentivano depositari di un'arte singolare e
difficile, quella di comporre versi legandoli con le rime e gli appropriati
artifici retorici, convogliando in questa forma una sofisticata ideologia
amorosa, sottilmente variata nelle singole realizzazioni. Per far questo era
stata loro necessaria una speciale preparazione retorica e, quello che è ancora
più importante, era loro indispensabile disporre di uno specifico talento e di
una particolarissima sensibilità.
Fra
quelli che noi chiamiamo gli stilnovisti italiani questi tratti si trovano
elevati alla massima potenza. Dante non è in alcun momento, neanche da giovane,
abbandonato dalla sensazione di avere un talento creativo tutto particolare. Il
Dante stilnovista è convinto che non soltanto lui stesso ma alcuni suoi amici,
in rapporto diretto con lui, stanno praticando l'arte della poesia d'amore in
volgare in forme rinnovate e superiori rispetto a quelle degli immediati
predecessori: i vicini che ama e rispetta si chiamano Guido Cavalcanti, a lui
per un periodo quasi maestro, Lapo Gianni, Cino da Pistoia, Lippo Pasci de'
Bardi. Questa è soprattutto la cerchia alla quale gli storiografi della
letteratura aggiungeranno alcuni più o meno bravi imitatori e seguaci, i vari
Gianni Alfani, Dino Frescobaldi ecc. Quegli amici, tutti in varia misura meno
dotati di lui, alcuni come Lapo o Cino anche modesti, sono sentiti, prima di
tutto da Dante, come i membri di una particolare élite di artisti molto più
raffinati dei poeti guittoniani che li
avevano preceduti.