SIENA 1739

 

 

Chi fosse venuto in Siena negli ultimi del marzo 1739, l'avrebbe trovata in grande movimento. La città si preparava a ricevere la visita dei nuovi Granduchi di Toscana, appartenenti alla dinastia dei Duchi di Lorena e Bar, subentrati a quella dei Medici, ormai cessata d'esistere.

Come e perché questa sostituzione avvenisse, è cosa che dice la storia, e non giova ripeterla qui. Anche prima che l'ultimo dei granduchi medicei, Gian Gastone, morisse senza lasciar prole, le potenze europee si dettero un gran da fare per la successione al trono di Toscana; e dopo agitati maneggi politici, scartata una prima candidatura di Carlo di Borbone, che fu poi Carlo III Re di Spagna, per il Granducato toscano fu scelta la detta Casa Ducale, che con la nostra regione non aveva proprio nulla che vedere. Ma così la politica europea decise e così fu. Sicché appena morto Gian Castone, il 9 luglio 1737, senza contrasto alcuno, il Duca Francesco di Lorena e la sua consorte Maria Teresa,
Arciduchessa d'Austria, si proclamarono Granduchi di Toscana.

In realtà erano due grandi personaggi nella storia europea. Il Granduca Francesco, che si intitolò secondo di questo nome (il primo era stato il figlio di Cosimo I), discendeva da illustre famiglia di guerrieri; la Granduchessa era la figlia di Carlo VI Imperatore d'Austria della Casa d'Asburgo, che non avendo prole maschile, per mezzo della «prammatica sanzione» da lui decretata, cercò assicurarle il trono imperiale. Cosa che alla sua morte (1740) suscitò tanta opposizione, che nel momento ne venne impedita, riuscendovi soltanto nel 1746; divenendo così la famosa Maria Teresa imperatrice d'Austria, madre di
tante sovrane, tra cui l'infelice Maria Antonietta di Francia, e fondatrice della dinastia degli Absburgo austriaci, finita ai tempi nostri.

I nuovi Sovrani per quasi due anni ressero il governo per mezzo di un reggente, poi compresero che bisognava si facessero conoscere dai nuovi sudditi; e così, nei primi del 1739, presero la strada di Firenze, ove giunsero la sera del 18 gennaio, installandosi nella reggia dei Pitti, e dove ancora dimorava l'ultima della Casa medicea, Anna Maria, sorella del defunto Gian Castone, anch'essa vedova e senza discendenza.

I toscani, manco a dirlo, accolsero i «Serenissimi Padroni» (allora i sovrani si chiamavano così) con grandi feste, sebbene non sapessero come erano fatti e di dove venivano. Era un uso inveterato di accettare con giubilio chiunque regnasse; e poi volevano farsi onore col Granduca e con la Granduchessa, che erano accompagnati anche dal principe Carlo, fratello dello stesso Granduca, e da numerosissima e sfarzosissima Corte. Iniziatasi la vita fiorentina ed espletate le feste di ricevimento durate tutto il febbraio, i Granduchi iniziarono le visite dellecittà del loro nuovo dominio. Cominciarono da Livorno, dove si recarono il 2 marzo; e di lì passarono a Pisa, che offrì loro il godimento
della celebre luminaria, quello del secolare Gioco del Ponte e una grande caccia nella macchia di S. Rossore. Passata la Pasqua, che cadde in quell'anno il 28 marzo, la Corte fece sapere che il 2 aprile si sarebbe recata in visita a Siena; ed era per questo che in quei giorni i senesi erano in grande attività, volendo mettere in mostra la tradizionale e festosa loro ospitalità, a tutti ben nota.

L'iniziativa dei festeggiamenti fu presa dalla «Nobile Conversazione degli Uniti al Casino». Era questa una Società fondata nel 1658 col solo scopo di divertirsi nel giucco (e anche rovinarcisi) come usavasi in altre città, e specialmente a Venezia. Si componeva di 24 membri appartenenti alla nobiltà, ed aveva sede nel palazzo della Bocca del Casato, contiguo a quello Patrizi: l'attuale Società degli Uniti ne è una diretta prosecuzione.

Questi «Nobili del Casino» (come popolarmente erano chiamati), autorizzati dalla Balia, invitarono le Contrade a correre un Palio Straordinario, come facevasi il 2 luglio; esponendo come premio una ricca bandiera di 28 braccia di broccato verde col fregio di lana bianca in mezzo e gallone d'argento intorno, valutata 80 «piastre». Siccome una «piastra» valeva sette lire delle nostre, così la Contrada vincitrice riceveva un premio del valore di circa 560 lire attuali. Di più, poiché quei nobili signori, pratici della vita delle Contrade, sapevano che esse vivevano di questa e non avevano denari da buttar via, e volevano che facessero al Palio una bella comparsa, somministrarono ad ogni Contrada corritrice 10 «piastre». Altre cinque ne assegnò la Balia per quelle non partecipanti alla corsa; sicché dieci, quelle che presero parte al Palio, ebbero 70 lire e 35 le altre sette.

I Granduchi col Principe Carlo ed il seguito giunsero in Siena la mattina di giovedì 2 aprile 1739 (proprio due secoli fa), e il Palio fu corso nel pomeriggio dalle dieci Contrade precedentemente estratte a sorte, e cioè: Aquila, Bruco, Chiocciola, Lupa, Nicchio, Oca, Onda, Selva, Tartuca e Torre. Queste vi comparvero con comitive, formate di quaranta persone per ciascuna, sontuosamente vestite in varie fogge e divise, secondo i colori della rispettiva insegna, e guidate ciascuna dai rispettivi Capitani e Ufficiali. Ma non vennero fatte macchine o carri; per cui il «Campo», sebbene presentasse un aspetto brillante e superbo, non poté assumere quella imponenza grandiosa che in altre consimili occasioni aveva dato a vedere. Tuttavia lo spettacolo fu assai ammirato dalle LL. AA. SS., e recò loro sommo piacere e diletto. La corsa fu vinta dalla Contrada del Bruco, il cui cavallo era montato dal fantino
Antonio Crognolini, detto Pettinalo, uno dei più abili cavalcanti di quei tempi.

A questa corsa straordinaria, non riprodotta per le stampe come altre volte erasi fatto, seguirono altri festeggiamenti nel giorno successivo.

Gli Accademici Rozzi organizzarono nella grande Piazza, alla presenza delle prefate LL. AA., un bellissimo «Giucco di Pallone» o «Pallonata», molto in uso a quel tempo; qualche cosa di molto simile all'odierno giucco del calcio. La «Pallonata» fu combattuta da due schiere di giovani, ciascuna delle quali si presentò con un carro ben appropriato. Uno dei due carri raffigurava Apollo all'ombra di una alta Sughera (l'emblema dei Rozzi) insieme a Ninfe in veste rusticana; l'altro portava in trionfo la dea Cerere, protettrice dell'agricoltura, poiché i Rozzi tenevano ad essere «rusticani». Alla «Pallonata» tennero dietro
alcuni «giucchi gladiatorii» eseguiti con grande forza e destrezza.

Uno spettacolo assolutamente nuovo per Siena fu la riproduzione dello storico «Giucco del Ponte di Pisa». Veramente fu un'idea di gusto assai discutibile questa di riprodurre quello spettacolo, esclusivo della città dell'Arno, nella città nostra dove non ci sono ne fiumi ne ponti. Ma vollero farlo, e lo fecero. Nella piana della gavina, dentro la piazza, venne adattato un maestoso ponte di tavole, in salita e in discesa da S. Martino al Casato; e su di esso si azzuffarono le due schiere che avevano giuocata la «Pallonata». Il cronista Gagliardi dice che sebbene questo «Giucco del Ponte» fosse fatto «in piccolo», riuscì ai Granduchi assai gradito. Ma è probabile che dicessero così per pura convenienza, tanto più che un mese prima avevano veduto quello «vero» a Pisa, che deve essere stato d'altra grandiosità. I senesi poi non ne doverono essere rimasti troppo soddisfatti, talché non fu più ripetuto. E fecero bene; unicunque suum: ad ogni paese la sua usanza tradizionale.

Splendidissimo invece fu l'addobbo del «Campo», essendosi costruito tutto intorno un porticato di legno, che circondava quasi tutta la gran Piazza, con archi trionfali eretti ai due sbocchi di S. Martino e del Casato e con i palchi sotto i portici e terrazze al di sopra per comodo degli spettatori. Nella stessa sera del 3 aprile fu fatta in Piazza e nella città tutta una generale illuminazione; e quando i Sovrani col seguito uscirono dal Collegio Tolomei (allora nel Palazzo Piccolomini presso il Chiasso Largo) dopo avere ascoltata una commedia recitata da quei nobili convittori, a due ore di notte entrarono nella Piazza così bene disposta e illuminata con grandissimo sfarzo di cera. Dopo aver fatto un giro nelle carrozze, ne smontarono e si compiacquero rimanere a passeggio in mezzo alla folla del popolo. Anzi il Granduca volle perfino licenziare le sue guardie del corpo. Quindi, a piedi, si recarono alla Loggia di Mercanzia, dalla quale passarono nel palco loro preparato fino dal giorno avanti per assistere il Palio; e di lì stettero a riguardare la bella illuminazione.

Di più essendo tutte le Contrade venute in piazza nei loro costumi con torcie accese e bandiere spiegate, messesi ai posti assegnati, manovrarono a lungo bellamente le loro bandiere;e poi, riunitesi, accompagnarono a piedi le LL. AA. fino al Palazzo Reale in piazza del Duomo, facendo a queste corteggio con le torcie accese (non c'era allora illuminazione pubblica) e bandiere sventolanti. La serata finì insomma in mezzo a una gaiezza veramente straordinaria.

I Granduchi partirono precipitosamente nella mattina successiva, avendo avuto in nottata la notizia che la principessa Anna Maria (l'ultima di casa Medici) era ammalata gravemente di attacco di petto. Essi si recarono subito ai Pitti per prestarle affettuosa assistenza; ma la malattia si risolse favorevolmente, e la principessa guarì per allora. Morì più tardi nel 1743 al solito per mal di petto.

Se non fu riprodotta per le stampe la Corsa di questo Palio straordinario, vennero invece eseguiti diversi disegni in colori del porticato del «Campo» e dei costumi delle Contrade intervenute alla illuminazione nella sera del 3 aprile. Questi disegni sono conservati nel Museo Comunale, e danno esatta idea del fantasioso apparato, escogitato dalla nostra città per accogliere questi nuovi Sovrani lorenesi.

Francesco II, sebbene divenuto Imperatore e Maria Teresa Imperatrice d'Austria, rimase sul trono di Toscana come Granduca fino alla sua morte avvenuta nel 1765; ma non tornò più a Firenze. Gli successe il terzogenito Pietro Leopoldo, che fu il più celebre dei Granduchi lorenesi.