
LO
STRUSCIO FIORENTINO
Con
il permesso dell’autore, la sua storia
minore di Firenze
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I |
l semplice valore dell’opera scritta da Franco Ciarleglio, Lo Struscio Fiorentino, è tutto nella sintesi che fa l’autore stesso, una passeggiata lento pede nel cuore del centro storico della città alla scoperta di curiosità, leggende, aneddoti, credenze popolari della Firenze medievale e rinascimentale.
Franco Ciarleglio, alias Ciaffarello da Sovigliana, lavora alla Gestione Clienti della sede fiorentina della Banca Commerciale Italiana nel bellissimo Viale Tornabuoni.
Lui, non più fresco di studi giuridici, è solito dilettarsi in vicende storiche e soprattutto in tradizioni popolari con precisione certosina. Franco è un profondo conoscitore di luoghi e date di avvenimenti storici e relative, attuali, manifestazioni, soprattutto di origine medievale. Non fa parte però della crescente truppa di cultori della materia fioriti come funghi negli ultimi tempi. Lui è avvezzo da sempre dilettarsi in queste circostanze ed a fare da Cicerone per le vie del centro storico fiorentino a gruppi selezionati di persone. L’esperienza è stata fatta anche a Siena, a S.Gimignano, a Pienza per girovagare nelle vie cittadine tra memoria e storia.
Lo struscio in Firenze è un percorso preciso e precostituito da tempo. Franco riesce a far rivivere le vicende e gli aneddoti poco conosciuti della lunga storia cittadina; piccoli anelli trait-d’union tra la storia del quotidiano passato e la storia ufficiale che trova posto sui sacrosanti e spesso freddi libri di storia. E quindi quel particolare, spesso trascurato, che crea l’insieme e la memoria storica.
Ci sono voluti mille sforzi per persuadere l’autore a mettere nero su bianco le sue conoscenze. La singolare guida si può trovare in libreria ed è in formato pocket, utilissima da tenere in tasca per girare col naso all’insù, sperando di non esser travolto da un passante più distratto e forse meno affascinato di te.
La veste tipografica è impreziosita da fotografie che aiutano la lettura ma soprattutto dalla tavola dell’itinerario e dalle cartine introvabili sulla precisa disposizione dei quartieri di Firenze e sugli sviluppi delle mura civiche che nel corso del tempo e delle vicissitudini della storia si sono formate fino al rinascimento per quasi dissolversi nel corso dei secoli successivi sostituiti in parte adesso da fabbricati e da viali.
Dei cinquantasei capitoli del volume, costituenti l’itinerario, vorrei regalarvi, col permesso dell’autore, quello de La finestra sempre aperta; che unisce veridicità storica a vera e propria poesia, per il valore di un sentimento che l’atto ha reso immortale. Un atto di vero amore.
Ma leggiamo insieme il diciottesimo capitolo:
Due sono i palazzi patrizi
che si affacciano su piazza della Santissima Annunziata; quello di destra,
guardando verso il cupolone del duomo che si intravede da Via de’ Servi, e
l’attuale palazzo Budini–Gattai, anticamente meglio conosciuto come palazzo
Grifoni, dal nome della famiglia che lo costruì e lo abitò per diversi secoli.
L’ultima
finestra in alto, al secondo piano, rimane con le persiane chiuse ma con le
portelle sempre aperte, di modo che un osservatore dall’interno della stanza
possa sempre ammirare la piazza.
Si
narra infatti che alcuni secoli or sono una bellissima fanciulla andasse in
sposa ad un Grifoni; la giovane si trasferì ben presto nel palazzo per seguire
il marito, di cui era innamoratissima e felicemente ricambiata.
Ma
la felicità dei due sposi non durò che pochi mesi; il giovane Grifoni venne
infatti richiamato alla guerra insieme ai rampolli di tutte le famiglie nobili e
patrizie fiorentine.
Un
triste giorno la bella fanciulla diede un ultimo saluto in lacrime al suo sposo
proprio da quella finestra e lo vide allontanarsi a cavallo, armato di tutto
punto, con il fido scudiero al suo fianco che teneva lo stendardo dorato con il
grifone nero ed il lambello rosso, simbolo della famiglia.
La
giovane sposa era solita passare gran parte del suo tempo cucendo e ricamando
seduta sulle panche di pietra poste accanto alla finestra, da cui ogni tanto
lanciava uno sguardo sulla piazza in attesa del ritorno del marito.
I
giorni passavano ma dello sposo non si avevano notizie e del resto non erano
troppo buone le voci sull’andamento della guerra che i mercanti ed i
pellegrini portavano in città; ma lei non disperava e attendeva pazientemente
affacciandosi di tanto in tanto alla finestra.
Passarono
i mesi, poi gli anni; la donna, ormai non più giovane, si rassegnava ogni
giorno di più ma non disdegnava di trascorrere buona parte del suo tempo seduta
a quella finestra nel ricordo della sua breve felicità vissuta con il suo
sposo.
Ormai
vecchia, il suo passatempo preferito era quello di osservare il mondo da quella
finestra, i bambini che giocavano nella piazza, i mercanti che vendevano le
proprie mercanzie sotto i portici, i contadini che andavano al mercato con i
carri, ma il suo ricordo andava sempre all’immagine di quel cavaliere armato
che partiva, e quello stendardo.
Morì
proprio in quella stanza e quando portarono via il suo corpo qualcuno volle
chiudere la finestra; si scatenò il putiferio: libri che volavano, mobili che
traballavano, lumi che si spengevano, quadri che cadevano, suppellettili che si
spostavano!
I
parenti ebbero molta paura, ma non appena la finestra fu riaperta tutto tornò
tranquillo e da allora la finestra è rimasta per sempre così, con uno
spiraglio che permette in ogni momento di poter guardare la piazza.