TUTTO IL FASCINO INDISCRETO DEI TORNEI CAVALLERESCHI

 

 

 

Il nostro immaginario collettivo, ci porta ad associare l’idea del cavaliere con il suo ludico e fiabesco ruolo nel combattimento del Torneo; per una dama amata o per un premio ambito. La fascinosa storia dei tornei, però, trae origine da rozze e brutali contese, spesso mortali e poco languidi, che solo i fasti e lo sfarzo dei tornei tra il XV ed il XVI secolo possono giustificare quel nostro ideale immaginario.

I termini torneo e giostra vengono spesso utilizzati indiscriminatamente.

A rigore, la Giostra è uno scontro singolo tra due campioni; mentre il Torneo, un mêlée, ovverosia, un combattimento a cavallo tra squadre di cavalieri. Il termine viene, comunque, usato comunemente per indicare in senso generale i suddetti giochi d'armi. Questi esercizi di guerra possono essere chiamati hastiludia, (giochi di lancia).

La parola torneo ha origini oscure: secondo Fauchet, che scriveva nel XVI secolo, trae origine dal fatto che i cavalieri correvano la quintana, par tour, a turno.

Altri invece ipotizzavano che questo nome derivasse dal fatto che i cavalieri torneavano, ovverosia, giravano in tondo prima di ingaggiare il combattimento. William Fitzstephen, cronista della fine del XII secolo, riferisce che tutti i cavalieri
erano ben addestrati ad effettuare i giri e le evoluzioni necessari per praticare queste attività marziali.

 

Le origini del torneo rimangono, comunque, avvolte nel mistero. Certamente affondano le radici nei giochi militari in cui tutti i guerrieri si impegnavano per addestrarsi al combattimento, però, non siamo in grado di dire come o quando  questa attività si sia trasformata in quello che noi chiamiamo comunemente torneo. Si tratta, essenzialmente, di un esercizio equestre; in fin dei conti, quindi,
potrebbe derivare dal romano ludus Troiæ, (il gioco di Troia), oppure dagli esercizi militari praticati dalle tribù germaniche, descritti da Tacito, Virgilio e Svetonio, dove i guerrieri divisi per gruppi simulavano la battaglia. Benché l'arte equestre non fosse molto diffusa nell'Europa centro-occidentale dopo la caduta dell'impero Romano, a partire dall'VIII secolo i re franchi iniziarono a dare nuovamente importanza alla cavalleria. Il torneo medievale è un'invenzione della seconda metà del X secolo. Una cronaca dell'abbazia di San Martino a Tours racconta di un tale Goffredo di Preuilly, che fu ucciso nel 1066 durante un torneo del quale aveva lui stesso fissato le regole.

Il torneo si è sviluppato, soprattutto, nell'Europa continentale. Osbert di Arden, durante il regno di Enrico I Plantageneto, parla delle lance colorate che faceva venire d'oltremanica per partecipare ai tornei. Nella sua Expugnatio Hibernica, Geraldo, detto il Gallese, scrive che i cavalieri colpivano come se si stessero allenando per i tornei alla francese. Inoltre il cronista del XIII secolo Matteo Paris parlando di tornei li definisce Conflictus Gallicus e batailles françaises. Ottone di Frisinga scrive che nel 1146 i francesi deridevano i tedeschi per la loro scarsa abilità come cavalieri, ma al tempo stesso cita un torneo a Würzburg nel 1127. Guglielmo di Newburg, che scriveva nel 1197, sostiene che il torneo arriva per la prima volta in Inghilterra sotto il regno di Stefano (1135-1154).

Nel XII secolo la popolarità dei tornei crebbe enormemente. Probabilmente furono introdotti in Italia dall'Impero Germanico verso la metà del secolo; un grosso raduno si era tenuto anche ad Antiochia in Siria, al quale prese parte lo stesso Imperatore di Bisanzio.

Le prime allusioni ai tornoi appaiono nelle cronache di guerra ed è interessante notare come l'aumento di riferimenti ai tornei coincida con l'adozione universale della tecnica di cavalleria con la lancia bloccala sotto l'ascella. Quest'innovazione fa supporre che i tornei fossero oramai parte integrante dell'addestramento di cavalleria al combattimento. Riccardo I, detto Cuor di Leone, li autorizzò in
Inghilterra, come scrive Guglielmo di Newburg, perché si era accorto che i cavalieri francesi erano diventati più abili. Galbert da Bruges racconta che Carlo, conte delle Fiandre (morto nel 1127) si servisse dei tornei per mantenere i suoi cavalieri in esercizio e per vedere crescere sempre più la sua fama. Nel XIII secolo Enrico di Laon era fermamente convinto che i tornei, avendo perso il loro
carattere rude, non fossero più adatti a mantenere i cavalieri in esercizio per la guerra!

 

Nel XII secolo il torneo era ancora un mêlée ad alto rischio per i partecipanti. All'epoca veniva definita «lizza» non uno spazio recintato in cui si svolgevano i giochi, ma le aree di ristoro delimitate da corde o steccati che si trovavano ai margini del vasto campo di gara, che era in aperta campagna ed era costellato qua e là da altre aree destinate alle cure ed al riposo. L'origine di questa parola rimane oscura; potrebbe derivare dal francese lis, il cortile dei castelli francesi, dove si tenevano questi giochi guerreschi. Oppure potrebbe derivare da licium,
(striscia di stoffa), oppure da palicium, (palizzata), che solitamente circondava il terreno di gara. Abitualmente il campo si trovava tra due città; a volte includendo
anche interi villaggi. L'accenno alla fine di Goffredo di Preuilly, ci fa capire che esistevano delle regole che i torneatori dovevano rispettare. Tuttavia il controllo del rispetto di queste regole da parte di arbitri o giudici era assai difficile date le dimensioni del terreno di gara. Durante questi giochi capitava, ancora molto spesso, che gli uomini rimanessero feriti o addirittura uccisi. Le armi dei tornei erano le stesse che venivano usate in guerra; non viene mai menzionato l'uso di armi speciali o ottuse.

La testimonianza più attendibile che ci viene da questo periodo è rappresentata dalla biografia di William Marshal, in seguito divenuto il Maresciallo d'Inghilterra, scritta nel secondo quarto del XIII secolo dallo scudiero del vecchio cavaliere con l'aiuto di un trouvère, (menestrello). Illustra con stile pittoresco come un giovane cavaliere potesse sfruttare la sua abilità con le armi per guadagnare il riscatto per i cavalieri sconfitti e ammassare una fortuna passando da un torneo all'altro.

Un torneo veniva annunciato con almeno due settimane di anticipo da un messaggero e i duellanti venivano divisi in due squadre, solitamente tenendo conto dell'area geografica di provenienza o della nazionalità. Spesso i normanni e gli inglesi si alleavano contro i francesi. Quelli che si presentavano da soli si univano ad un contingente già esistente, oppure, formavano una compagnia provvisoria per conto loro. I cavalieri dormivano poco la sera prima dell'evento, impegnati com'erano a preparare le loro armi e il loro equipaggiamento, ed a lucidare le cotte di maglia rotolandole in barili colmi di sabbia.

La cerimonia di apertura, forse una specie di processione, dava il via ai giochi. Nel mêlée non era considerato poco cavalleresco che un solo cavaliere venisse attaccato da uno o più avversari, e nemmeno che un cavaliere a cavallo ne attaccasse un altro disarcionato che stava proseguendo il combattimento a piedi. Alcuni signori si servivano dei loro armigeri per respingere gli attacchi indesiderati. Quando William divenne il tutore del figlio di Enrico II, il giovine re, insieme partirono per prendere parte ad alcuni tornei in Francia. La cronaca narra di come William si sia trovato ad affrontare i suoi avversari su piccole colline recintate, all'interno di fattorie, nelle strade dei villaggi e persino tra i filari delle vigne.

 

Anche se i grandi signori spesso torneavano solo per la gloria, altri spesso prendevano parte alle tenzoni per fare bottino. Durante il suo primo torneo William disarcionò un cavaliere che prese come ostaggio sulla parola, per poi proseguire la lotta e prenderne altri tre. Spartì un quinto ostaggio con un altro cavaliere, e se ne andò con quattro destrieri e mezzo, altrettante cavalcature da scudiero, oltre ad alcuni cavalli da soma equipaggiati di tutto punto. Di solito dopo aver disarcionalo un avversario era più prudente accontentarsi di portargli via il cavallo. William stava per catturare un cavaliere che aveva disarcionato quando fu attaccato da altri cinque. Mentre si batteva fu colpito al capo e il suo elmo ruotò di lato, per cui dovette abbandonare il campo e la rimozione dell'elmo fu alquanto problematica. Uno dei prigionieri di William, mentre veniva da questi ricondotto dopo la cattura nella città di Anet, si sollevò dalla sella afferrandosi a una grondaia e fuggì: quando William si girò il suo prigioniero era svanito nel nulla; questo piccolo incidente fu motivo di grande ilarità.

Spesso poteva essere utile aspettare che la squadra avversaria fosse stordita dai colpi che i cavalieri ricevevano sugli elmi, a quel punto i capitani erano più vulnerabili e quindi più facili da catturare; era così anche possibile prendere un discreto numero di prigionieri senza sparpagliare il proprio gruppo. Una volta messi hors de combat, i prigionieri potevano essere condotti, sopra i loro cavalli, dagli scudieri. Per lo più la parola data veniva rispettata, ma poteva anche capitare che infrangessero la promessa. Il combattimento proseguiva sino al crepuscolo, allora i cavalieri si riunivano e decidevano a chi spettasse il premio. Dopo un torneo due cavalieri accompagnarono uno scudiero che portava una
spilla da offrire a William Marshal, ma, dopo una lunga ricerca, questi fu trovato con la testa su una incudine dove fabbri armati di pinze e martelli cercavano di tirarlo fuori dall'elmo deformato dai colpi!

Il riscatto dei compagni richiedeva una grande attenzione e le condizioni riguardanti il rilascio dei prigionieri e degli equipaggiamenti potevano essere stabilite in anticipo. Comunque sembra che la parola finale spettasse al capitano della squadra; i riscatti erano meno onerosi di quelli che solitamente venivano chiesti in guerra. Nel 1177 William si alleò con un cavaliere fiammingo, il cui nome era Roger de Gaudi, ed in dieci mesi presero 103 prigionieri. La grande giostra a Lagny nel 1179 fu l'ultimo torneo di William: la guardia del giovine re fu portata a 200 elementi, di cui 11 cavalieri di banderese. Vi presero parte anche il duca di Borgogna e 13 conti.

Verso la fine del XII secolo le scorte si ridussero di numero, ma alcune fonti descrivono ancora l'utilizzo di dardi, quadrelli e gruppi di armigeri. Fitzstephen riferisce che la gioventù londinese ed i giovani nobili che non erano ancora stati fatti cavalieri amavano impegnarsi in combattimenti a cavallo con scudi e lance ottuse. Questo potrebbe essere un tipo di behourd, una forma minore meno pomposa di torneo non preannunciato (anche se il nome farebbe pensare ad un attacco simulato ad un finto castello in legno). Fitzstephen riferisce inoltre di combattimenti sulle acque ghiacciate del Tamigi.

Nel XIII secolo i soldati delle circoscrizioni comunali di Toscana e Umbria partecipavano al Giuoco del Mazzascuto, un combattimento a piedi con scudi e
mazze che sopravvisse alla moda dei tornei. In Germania questi raduni venivano organizzati da imperatori o principesse come dimostrazione del proprio potere e della propria ricchezza. In genere i re inglesi erano riluttanti a concedere la loro autorizzazione per i tornei, perché potevano essere l'occasione per far scoppiare una rivolta. Sembra che ad Alencon un attacco venne respinto grazie al reclutamento dei partecipanti ad un torneo che si stava svolgendo nelle vicinanze; questo ci fornisce un'idea del numero di armati che questi raduni richiamavano. Enrico II emise degli editti contro queste manifestazioni e da Guglielmo di Newburgh apprendiamo che molti giovani cavalieri si mettevano in viaggio per partecipare ai tornei che si tenevano all'estero, soprattutto in Francia.
Secondo Jocelyn da Brakelond il torneo fu riportato in auge in Inghilterra sotto il regno di Riccardo I, che permise l'organizzazione dei tornei stabilendo per questi cinque sedi fisse; da quel momento chiunque avesse organizzato un torneo non autorizzato si sarebbe macchiato per offesa alla corona. Riccardo era alla continua ricerca di denaro per finanziare le sue imprese militari e permetteva che
i partecipanti torneassero dietro pagamento di una quota di partecipazione che era proporzionale al rango. Un conte che volesse partecipare doveva versare 20 misure d'argento, un barone 10 misure, un cavaliere con delle proprietà terriere 4 misure e un cavaliere senza proprietà 2. Il Giudice Supremo nominò suo fratello collettore; questi era accompagnato ad ogni torneo da due cavalieri e due contabili per controllare che la volontà del re fosse rispettata.

In seguito a ogni tumulto della nobiltà o lite con i favoriti della corona si aveva solitamente un'ondata di tornei illegali. Fu organizzato un torneo subito dopo la capitolazione di re Giovanni a Runnymede. Alcuni tornei si svolgevano tra squadre composte da uomini della corte da una parte e dai baroni dall'altra, cosa che rischiava di trasformare la gara in una vera e propria guerra civile. Enrico III (1216-1272) emise un decreto in base al quale gli organizzatori di tornei illegali avrebbero perso le loro proprietà lasciando i figli senza eredità. Quando fece cavalieri 80 aspiranti, questi partirono tutti alla volta di tornei e giostre all'estero,
accompagnati dal figlio del re, il principe Edoardo.

Dopo la battaglia di Evesham la pratica dei tornei riconquistò i favori della corona, soprattutto sotto il regno del bellicoso Edoardo I, che già nel 1256 si era distinto nei giochi di Blei. Generalmente quando i tornei venivano banditi c'era un motivo ben preciso: o il re era assente perché all'estero, oppure aveva bisogno dei nobili per una guerra.

Filippo II di Francia (1180-1223) proibì ai propri figli di partecipare ai tornei perché temeva che potessero perdere un arto o addirittura la vita, questo sovrano, infatti, non era famoso per il suo coraggio. Ad ogni modo i re potevano volgere i tornei a loro favore nell'organizzare gli eventi più sfarzosi. In questo modo, infatti, potevano, nello stesso tempo, tenere d'occhio la nobiltà, promuovere la propria immagine e reclutare tra i combattenti nuovi soldati e membri dell'aristocrazia.

 

La Chiesa si mostrò sempre fermamente contraria alla  pratica dei tornei, proscrivendoli nel 1131, nel 1139 e nel 1179. Nel 1193 Riccardo I rispose all'anatema emesso da Celestino III accordando immediatamente i permessi per organizzare dei tornei. La proibizione alla sepoltura su terreno consacrato per i cavalieri uccisi in un torneo poteva essere evitata se il malcapitato sopravviveva abbastanza a lungo per vestire l'abito monacale, come fece Eustace de Calquille nel 1193. Nel 1228 Gregorio IX emise un'altra bolla ma senza successo. La curia
papale non apprezzava il fatto che i tornei stimolassero l'attività di una nobiltà già di per sé turbolenta. Inoltre il gran numero di incidenti mortali restava uno degli ostacoli maggiori per l'approvazione da parte del Papa, anche se la Chiesa adduceva altri motivi. In meno di tré lustri tra gli anni venti e trenta del XIII secolo, tre membri della famiglia del conte d'Olanda morirono travolti da cavalli. Dietrich, margravio di Meissen morì r 1176 e Goffredo, figlio di Enrico II d'Inghilterra nel 1186. Il figlio di William Marshal, Gilbert, rimase ucciso nel 1241. Si apprende inoltre che nel 1175 diciassette cavalieri morirono durante un torneo tedesco, spingendo l'arcivescovo di Magdeburgo a promuovere una campagna contro il pestifer ludus torneamentorum. Nella biografia di William Marshal si legge che ai francesi non piaceva combattere nei climi freddi; ma nel 1240 non meno 60 combattenti caddero durante un torneo che si svolgeva a Neuss, vicino a Colonia, molti dei quali soffocati proprio dal caldo e dalla polvere.

L’abitudine di dividere le squadre per aree geografiche aveva come contropartita quella di poter dare luogo a sentimenti di vendetta. I cavalieri inglesi durante il torneo di Rochester del 1251 covavano da tempo un forte risentimento nei confronti dei forestieri per il trattamento che alcuni di loro avevano ricevuto all'estero. Il torneo in questione si trasformò in una vera e propria battaglia; gli ospiti provenienti dal continente furono presi a bastonate e ricacciati in città dagli scudieri. Due anni dopo i componenti del gruppo del conte di Gloucester furono trattati tanto duramente in un torneo sul continente che prima di rimettersi in viaggio per l’Inghilterra ebbero bisogno di cure mediche e bagni termali. Anche al re poteva capitare di trovarsi coinvolto in queste mischie poco dignitose. Nel 1274 Edoardo I, di ritorno dalla Terra Santa, fu invitato dal conte di Châlons a partecipare ad un torneo. Il combattimento iniziò a degenerare e il conte afferrò Edoardo per il collo cercando di disarcionarlo. Dal canto suo il re, infuriato, si liberò dalla presa dell'avversario e senza tante cerimonie riuscì a buttarlo a terra. Accortisi dell'accaduto, i cavalieri francesi infuriati trasformarono il torneo in un vero combattimento, ulteriormente ravvivato dalla scesa in campo di armigeri e spettatori, che non partecipavano al torneo. Finalmente, quando l'ordine fu nuovamente restaurato, il conte dichiarò Edoardo vincitore della petite Bataille de Châlons. Di lì a poco fu formalmente vietato allungare le mani sull'avversario. La Chiesa era in ansia per le anime dei torneatori. A Neuss si sentivano i demoni urlare mentre volteggiavano sopra al campo sotto le spoglie di corvi e avvoltoi. I perdenti potevano rifarsi imponendo tasse ai propri sudditi o, come ebbe modo di osservare Ulrich von Liechtenstein a Friesach, dare in pegno i propri averi agli ebrei in cambio di denaro. Il signore di Hemricourt ipotecava ogni volta le sue terre e l'argenteria per concedersi a questa attività che diventava sempre più dispendiosa. La partecipazione stava diventando troppo onerosa per i cavalieri meno abbienti e i signori, dal canto loro, erano costretti a dare ricevimenti sempre più sfarzosi e costosi.

Tuttavia non tutti riuscivano a vedere alcunché di male nei tornei. A Chauvency, nel 1285, ed al concomitante raduno di Hem-sur-Somme, si celebrava la messa prima o dopo il torneo. Una storia popolare raccontava di un cavaliere che, in viaggio verso un torneo, fece tardi per essersi fermato a pregare la Vergine e non arrivò in tempo per il torneo. Al suo arrivo, venne accolto da vincitore e così si accorse che la Vergine stessa aveva giostrato in sua vece. La Chiesa poteva tentare di imitare la giustizia secolare organizzando tornei per catturare una persona ricercata per reati difficili da provare. L'influenza dell'alta nobiltà aveva sempre ostacolato l'attuazione dei bandi ecclesiali. La bolla del 1279 fu revocata da Martino IV nel 1281, ma fu solo sotto il pontificato di Clemente VI, (1342-52), che i tornei vennero ammessi a far parte dei festeggiamenti della corte papale ad Avignone. La Chiesa aveva a lungo temuto che i tornei distogliessero le classi guerriere dalle crociate in difesa della fede cristiana. Ma di fatto i raduni di guerrieri per i tornei erano un'ottima occasione per promuovere una crociata, come avvenne a Ècry nel 1199 e a Trazegnies nel 1251.

Lo Statuta, de Armis o Statutum Armorum in Torniamentis, dimostra che almeno verso la fine del XIII secolo iniziarono a diffondersi alcune regole di base in Inghilterra. Il fatto che la nobiltà le avesse richiesto espressamente al re molto probabilmente vuol dire che prima non ve ne fossero affatto. Chiunque infrangesse i regolamenti, cavaliere o scudiero che fosse, rischiava di perdere cavallo e armatura e di finire in prigione per tre anni. Tutti i membri della nobiltà furono concordi sul fatto che a giudicare dovesse essere una giuria di seigneurs, una sorta di corte d'onore con pieni poteri per confiscare cavalli, armature e la loro stessa libertà. Per contenere gli eccessi di violenza del pubblico, lo Statuto vietava agli spettatori di assistere ai giochi indossando un'armatura o portando con sé le proprie armi. Il comportamento insubordinato degli scudieri fu una delle cause principali che indusse l'introduzione di questi nuovi regolamenti; i loro behourds furono banditi nel 1234. Alla Fiera di Boston del 1288 due bande di scudieri, travestili da monaci appiccarono il fuoco a metà villaggio. L'ordinanza precisava che nessun conte, barone cavaliere potesse avere al suo seguito più di tre scudieri armati e che questi dovevano indossare i colori del loro signore anche se Ulrich von Liechtenstein riferiva di avere quattro scudieri in livrea. Ciascuno scudiero poteva assistere esclusivamente il cavaliere di cui indossava la livrea e nessun cavaliere ne scudiero poteva usare spade o pugnali affilati, aste o bastoni, ma solo gli spadoni da torneo.

Nel XIII secolo fece la sua comparsa un tipo di lancia alternativo: la "lancia della pace" che poteva essere a punta rotonda oppure munita di rocchio, un terminale in ferro a ire pulite per distribuire la forza dell'urto anziché concentrarla in un unico punto. Queste armi erano note come armi cortesi, (à plaisance). La lancia di guerra, (à outrance), aveva la normale punta a cuspide; con queste armi, la
tenzone si concludeva quando uno dei due torneatori veniva ucciso o messo fuori combattimento. Tuttavia, su richiesta il duello poteva essere interrotto, e molti tornei erano infatti organizzati con il solo scopo di dimostrare il proprio coraggio ed abilità con queste armi.

L'introduzione di queste armi smussate fu un passo in avanti in termini di sicurezza. Spesso venivano indossate armature normali; sappiamo che per il torneo di Chauvency furono utilizzati dai contendenti schinieri, bracciali e gorgiere in ferro. Al tempo stesso vi sono alcune testimonianze sull'uso di armature più leggere soprattutto, pare, per i behourds. Leggiamo per la prima volta di queste armature negli scritti di Matteo Paris. Il registro degli acquisti per il torneo di Windsor Park nel 1278 costituisce una fonte più dettagliata. Tra i 38 torneatori figurano i conti di Cornovaglia, Glouchester, Lincoln, Pembroke, Richmond e Warenne, oltre a molti cavalieri stranieri. Armatura e armi erano stati forniti a tutti, a costi che andavano dai 7 ai 25 scellini; il solo Lincoin ricevette un'armatura completa del valore di 33 scellini e 4 penny. Le armature e gli elmi erano in cuoio mentre le spade in osso di balena erano ricoperte di pergamena e argentate: il costo delle spade risulta di 7 penny, a cui si sommano 25 scellini per l'argentatura delle trentotto lame e 3 scellini e 6 penny per la doratura degli elmi. Il trasporto di tutta l'attrezzatura da Londra costò 3 scellini, quindi in totale vennero spese 80 sterline, 11 scellini e 8 penny. Non vengono menzionate le lance. L'apparizione sui terreni di gara dei diseurs, o giudici, fa pensare che le dimensioni del campo fossero ridotte.

 

I tornei organizzati dalla borghesia, come quello di Magdeburgo nel 1281, venivano rispettati dalla nobiltà. Tuttavia le regole stabilite nel XIII secolo avevano come scopo primario quello di eliminare gli indesiderati; ciò si tradusse in maggiori restrizioni nei confronti di coloro che non erano in grado di provare la loro appartenenza alla classe equestre per nascita. Ulrich von Liechtcnstcin, descrivendo i tornei tedeschi della prima metà del XIII secolo, notava con soddisfazione come a uno di questi raduni non avesse partecipato nessun nobile dall'animo meschino. Il vero cavaliere cercava la gloria, ma i guadagni per premi e riscatti rimanevano comunque un'attrattiva, soprattutto nelle giostre minori, e le occasioni erano sempre numerose; in una sola estate Ulrich partecipò a 12 raduni. Dalle sue descrizioni della carica in massa deduciamo che i cavalieri erano raggruppati sotto i colori dei loro signori e divisi in due squadre. L’esito dello scontro era comunque fortemente influenzalo dal caso; in questo il torneo restava ancora più simile ad un combattimento reale che ad una competizione
regolamentata. Durante un mêlée, Ulrich ed i suoi cavalieri, caricando con le lance, scompaginarono la compagnia di  Hadmar von Khnringe. Nonostante fossero stati circondati, gli uomini di Hadmar riuscirono a catturare tre avversari prima che questi potessero far voltare i propri cavalli. Vista la situazione in cui si trovava Hadmar, suo fratello guidò una carica a lance spianate impattando i cavalli del gruppo di Ulrich. Ora era quest'ultimo ad essere circondato, finché non venne in soccorso la squadra di Wolfger von Gors. Non viene fatta menzione dell'uso di spade in tutto lo scontro. Ulrich ci informa di avere rotto nove lance, ed anche Sir Wolfger e Sir Engelschalk ne avrebbero rotte diverse. Come per i tornei descritti da Willliam Marshal, anche questo andò avanti sino al calar del sole. Alla fine, Ulrich si ritirò in una delle locande dove si trovavano i prigionieri che aveva catturato; probabilmente i suoi scudieri ce li avevano tradotti dopo averli allontanati dal campo.

I romanzi cavallereschi medievali, come il Parsival di Wolfram von Eschenbach, ci forniscono ulteriori informazioni. Pare che nei paesi germanici i torneatori potessero scegliere tra cinque diverse specialità. Del Diu volge non si sa quasi nulla. Nel Zen muoten, a quanto sembra, un solo cavaliere era impegnato contro un intero gruppo con l'obbiettivo di disarcionarne un determinato membro, schivando i colpi degli altri. Il Zem puneiz, che si riferisce alla carica in mêlée; nello Zem treviers, dove l'intero gruppo doveva compiere una rotazione di 45 gradi a destra per prendere i cavalieri avversari, sul lato scoperto, evitandone le lance. Questa manovra poteva essere compiuta solo all'ultimo momento per sfruttare l'effetto sorpresa. Infine la Ze rehter tjost era la giostra tra due cavalieri.

 

Il termine giostra deriva dal latino juxtare, incontrarsi.

Rispetto al torneo presentava un grosso vantaggio: un cavaliere aveva la possibilità di sfoggiare la sua abilità in singolar tenzone, senza trovarsi immischiato con altri partecipanti. Spesso ai tempi del Marshal la giostra precedeva il mêlée e nel XII secolo ne parla nei suoi scritti anche William da Malmesburv; ma fu solo nella seconda metà del XIII secolo che venne alla ribalta. La sua popolarità si deve con tutta probabilità ai riferimenti letterari sui duelli tra il bene e il male, e, ancora una volta, sono i romanzi cavallereschi tedeschi che ce ne forniscono una descrizione. Ciascun contendente puntava al centro dei quattro chiodi dello scudo all'elmo o alla pezza a protezione della gola. Ulrich von Lichtenstein racconta come in molte giostre i torneatori fossero colpiti sulla goletta, (quella di Ulrich era in ferro). Si legge di parecchie gole spaccate in due o trapassate: durante una giostra Ulrich forò la goletta del suo avversario trapassandone lo scudo e la cotta, proiettandolo a terra sanguinante e mezzo morto a una certa distanza dal suo cavallo. Sappiamo anche che gli scudieri di Ulrich portavano ciascuno tre lance legate con una cinghia. Spesso erano colorate; un cavaliere portava una fascia di campanelli legati alla lancia, il cui
suono accompagnava quello dei campanelli che ornavano la sua armatura.

Solitamente era possibile rompere tre lance, ma il combattimento in sella con le spade era praticamente sconosciuto. Togliersi l'elmo stava a significare che si desiderava interrompere la giostra. Se i contendenti desideravano proseguire oltre le tre lance, potevano smontare e continuare il duello a piedi con le loro spade. Se uno dei giostratori veniva disarcionato da un colpo di lancia ma non gravemente ferito, l'altro poteva scendere da cavallo e continuare il duello a piedi. Alcuni cavalieri erano talmente impazienti di combattere con Ulrich che avanzavano tre alla volta, cosa che l'autore considerava scorretta. Sappiamo di scudi mandati in frantumi dai colpi di lancia o fatti volare quando le guigge che lo reggevano si spezzavano; durante un incontro una lancia penetrò lo scudo e la cotta di Ulrich ferendolo al torace. Non tutti i giostratori erano abili; una volta un cavaliere mancò Ulrich per dieci volte consecutive finendo col colpirne il cavallo al capo, e ferendo l'animale malamente. Un'altra volta un cavaliere teneva la sua lancia così bassa che ferì al collo il cavallo di Ulrich, la bestia indietreggiò e Ulrich fu disarcionato. In questo periodo i cavalli venivano lanciati al galoppo per raggiungere la massima velocità al momento dello scontro; Ulrich non solo descrive queste lunghe rincorse per acquistare forza di impatto, ma racconta anche di un cavaliere che non riuscì a spezzare la propria lancia perché andava troppo piano. L'effetto desiderato veniva raggiunto solo se entrambi i cavalieri lanciavano i loro cavalli al gran galoppo. Verso la fine del XIII secolo i tornei acquisiscono un ordinamento definitivo, come si desume dalla descrizione del raduno di Chauvency nel settembre del 1285. Pare che gli inviti dovessero essere spediti almeno tre settimane prima. L'autore, Jacques di Britex, riferisce che una grand féte della domenica era seguita da due giorni di giostra. Anche se non sappiamo quanti fossero i partecipanti, la cronaca del torneo di Hem riporta che in soli due giorni si tennero 180 scontri. A Chauvency gli araldi e i valletti d'arme, identificati gli stemmi, annunciavano a gran voce i nomi e a volte i gridi di guerra dei singoli partecipanti. Rispondevano inoltre alle domande poste dalle dame sugli spalti. Il mêlée fu organizzato per il mercoledì pomeriggio, in modo che il calare della sera ponesse fine all'incontro. Per quanto riguarda Hem, non viene fatto alcun cenno al mêlée.

Non vi sono riscontri sicuri sulle presenze femminili durante i tornei del XII secolo. Nella History of the Kings of Britain, risalente all'incirca al 1140 e scritta da Geoffrey da Monmouth, si parla di dame sugli spalti merlati che incitano i cavalieri impegnati in campo. Aspettando l'inizio di un torneo, William Marshal si mise a cantare mentre i cavalieri e le dame del seguito della contessa di Loigni
danzavano. Un menestrello compose un canto in cui chiedeva gli fosse donato un cavallo; William montò a cavallo, disarcionò il suo primo avversario e offrì l'animale al menestrello. All'inizio del XIII secolo nel Lancelot di Chétien de Troyes, le dame erano le patrocinatrici dei tornei; anche i mecenati della letteratura sovvenzionavano i tornei, per portare il romanzo cavalleresco nel violento mondo dei guerrieri. La diffusione degli ideali dell'amor cortese, che fecero la loro prima apparizione nel XII secolo nel Sud della Francia, e i romanzi cavallereschi, soprattutto sui cavalieri della corte di re Artù, che fiorirono nel XIII secolo, diffusero i modelli della cortesia e della cavalleria. È quindi naturale che le
giostre diventassero sempre più popolari nel XIII secolo. I cavalieri sentivano sempre più impellente il bisogno di rendere omaggio alla propria dama come gli eroi della letteratura cavalleresca. Forse l'esempio più eclatante di questa moda è il racconto in cui Ulrich von Liechtenstein durante il suo circuito nel Sacro Romano Impero, si presentava in campo vestito da dama con tanto di trecce finte. Molto si è discusso su come questo atteggiamento oltraggioso fosse accolto nelle varie tappe del viaggio, e in che misura la storia fosse stata romanzata.

Egli spiega che i cavalieri partecipavano al mêlée per rendere omaggio alle dame, sottintendendo che la giostra non era l'unico mezzo per conquistare ammirazione e che le dimensioni del mêlée si stavano notevolmente riducendo. Sempre dal suo racconto si deduce anche che molti campi di gara erano alquanto precari. In una delle sue avventure Ulrich, vestito da dama, segue la giostra dal balcone di una locanda. A quel tempo, quindi, non sempre venivano costruite tribune apposite. Nonostante tutto, in questo periodo le dame acquistano sempre più importanza nel rituale dei tornei. Alle giostre, dove partecipò nel suo circuito, Ulrich pose come condizione che i cavalieri da lui disarcionati si inchinassero nella direzione dei quattro punti cardinali in onore di una dama. Coloro che riuscivano a spezzare una lancia contro di lui vincevano un anello in oro da offrire alla propria dama. Jacques di Vitry parla di pegni presi dagli abiti delle dame che venivano portati come favori; un velo poteva essere portato intorno a una lancia o sull'elmo. Si cominciò a dedicare la giostra finale alle dame. Ulrich racconta che, in occasione delle nozze della Figlia del principe Leopoldo d'Austria, al torneo seguirono le danze e molti altri giochi cavallereschi.

Gli elementi cortesi e amorosi si estesero alle cerimonie, al teatro e al gioco.

A Chauvency gli interludi prevedevano, tra gli altri, il gioco del robardel, due ragazze travestite da pastore e pastorella che miniavano la storia del bacio rubato. La fantasia stava prendendo piede; uno degli avversari di Ulrich si presentò in campo con una tonaca nera da frate, con tanto di parrucca tosata sopra l'elmo! Nell'altra sua opera, l’ Artusfahrt, Ulrich racconta le sue avventure travestito da Re Artù e accompagnato da altri sei cavalieri vestiti in tema. Tutti coloro che riuscivano a spezzare una lancia venivano ammessi alla Tavola Rotonda. Quello di Artù era un personaggio molto popolare che spesso veniva usato per la cerimonia di apertura; la prima testimonianza si legge nella cronaca di un torneo organizzato a Cipro nel 1223. Sarasin racconta che, a Hem, la sorella di uno degli organizzatori, Aubert di Longueval, era vestita da Ginevra, mentre Robert, conte d'Artois, travestito da Ivano, salvava quattro damigelle dalle grinfie del Cavaliere della Torre Bianca. Quando Edoardo I organizzò nel 1299 un torneo simile, uno scudiere fu travestito da donzella riluttante.

 

Le esercitazioni di combattimento erano diffuse in Inghilterra almeno dal 1216, ma la Tavola Rotonda, lo dice il nome stesso, offriva molto di più. Wace ne parla per la prima volta verso la metà del XII secolo, lasciando capire che a quei tempi era oramai diventata familiare per il suo pubblico. A quell'epoca la tradizione di Re Artù era diffusa nella cerchia dei cavalieri inglesi e da questi il culto arturiano si trasferì in maniera quasi automatica ai campi di gara. Inizialmente questo culto si era diffuso tra i cavalieri che frequentavano la corte di Riccardo I. Aveva anche attraversalo la Manica. Nel 1235 fu organizzata una Tavola Rotonda a Hesdin, nelle Fiandre, mentre per la Pentecoste del 1281 a Magdeburgo si incontrarono mercanti e cittadini. Verso la fine del XIII secolo furono organizzati altri tornei simili ispirati al Santo Graal, in cui si invitavano cavalieri a mostrare la propria destrezza. Questi tornei erano associati alle feste di primavera che si svolgevano a maggio o durante la settimana del Pentecoste. Ulrich andò a Friesach nel 1224 travestito da Re Magio! Questo però non era il genere di manifestazioni che si tenevano nell'Impero. Nel 1286 fu organizzata una Tavola Rotonda ad Acri, in Terra Santa; i partecipanti della Reine de Femenie gareggiarono tutti travestiti da dame, monaci, suore o come i vari personaggi del ciclo arturiano. La prima citazione sui registri pubblici di una competizione denominata della Tavola Rotonda è dell'anno 1232. In tale occasione la gara, che doveva tenersi in un luogo che non era ancora precisato, fu annullata a causa di un'invasione dal Galles. Qui non si ha alcuna distinzione tra la Tavola Rotonda o qualsiasi altra forma di torneo. Tuttavia Matteo Paris, scrivendo dei giochi del 1252 a Wallenden, li chiama Mensa Rotunda e li distingue dal torneo, (torneametum quasi hostile). Sfortunatamente non si addentra in spiegazioni. Sembrerebbe che alla Tavola Rotonda fossero ammesse solo armi ottuse. Matthew racconta come il quarto giorno un cavaliere di nome Arnoldo, Arnaud, di Montigny fu ucciso con la gola trafitta dalla lancia di Roger de Levburne la cui punta "non era smussata come avrebbe dovuto"; la punta della lancia rimase nella ferita e presto si rivelò fatale. Dato che Roger in un precedente torneo si era rotto una gamba giostrando contro Arnaud, l'episodio fu macchiato dall'ombra del sospetto. La Prose Tristan
che risale circa al 1232, dice che scopo della Tavola Rotonda non è un duello mortale, mentre per un'altra fonte del 1235 si tratta di una giostra con delle regole ben determinate. Sembra molto probabile che non vi fossero mêlée, visto che precedenti malumori dei giostratori rischiavano di trasformarli in risse. L'uso delle armi ottuse si addiceva alla situazione, dato che la Tavola Rotonda non era
semplicemente un esercizio di abilità con le armi, ma piuttosto un'occasione mondana di incontro tra dame e gentiluomini, in cui la giostra non era che una parte del cerimoniale. Nel 1257 la Tavola Rotonda riunita a Warwick fa supporre che il combattimento non era il solo motivo d'incontro. La famosa Tavola Rotonda di Kenilworlh del 1279 si tenne sotto gli auspici di Roger Mortimer che fece venire, a sue spese per più di tre giorni, 100 cavalieri e un gran numero di dame. Il premio, un leone d'oro, fu vinto dal padrone di casa!

Nel 1284 Edoardo I organizzò una Tavola Rotonda nel Caenarvonshire per  festeggiare la sua conquista del Galles. Questi incontri proseguirono nel XIV secolo, e videro il loro culmine con i festeggiamenti organizzati nel 1344 da Edoardo III a Windsor. Due re e due regine, il Principe di Galles, un duca, dieci conti, nove contesse e molti altri vennero da paesi distanti quali la Scozia e la Germania, e il raduno durò quindici giorni. Nel 1348 o 1349 Edoardo tenne una Tavola Rotonda a Lichfield. Tra gli sfidanti o tenans vi erano anche il re e 17 cavalieri; gli ospiti o venans erano il Duca di Lancaster e 14 cavalieri. Per tale occasione il re giostrò con le armi di Sir Thomas Bradeston. Anche se la Tavola
Rotonda continuava ad apparire come occasione di incontri sociali, i raduni iniziarono a diradarsi verso la metà del XIV secolo.

 

La quintana era in uso sin dai tempi dei Romani e poteva anche essere un semplice palo di legno. Era un bersaglio contro il quale i guerrieri si addestravano. Venne in seguito sviluppata una forma più sofisticata per esercitarsi nell'uso della lancia a cavallo, aggiungendo un braccio girevole. Questo aveva fissati da una parte uno scudo e dall'altra un peso, ad esempio un sacco di sabbia. Quando lo scudo veniva colpito il peso compiva una rotazione; se il cavaliere non era abbastanza lesto riceveva un forte colpo sulla schiena. In altri casi c’era una sagoma rotante, spesso con i tratti del Saracino, che a volte aveva una spada di legno. Se veniva colpita con precisione in mezzo agli occhi la quintana non poteva ruotare. Sembra che anche coloro che non appartenevano alla classe equestre corressero la quintana sui prati nei pressi del proprio villaggio. Altre versioni includevano uno scudo fissato ad un'asta piantata in mezzo ad un fiume ed il giostratore restava a prua di una barca a remi, come racconta Fitzstephen per la prima volta verso la fine del XII secolo. Questa versione si sviluppò fino a dare vita dei veri e propri tornei tra barche. La regina Elisabetta I assistette ad uno di questi tornei a Sandwich nel 1573.

La corsa all'anello, Ringelrennen o Corso all'Anello, altro non era che una corsa al galoppo per prendere al volo e portare via con la punta della lancia un anello che pendeva dall'alto. La lancia utilizzata per questo gioco era più corta di quella usata nei tornei; un esemplare del XVII secolo, giunto sino a noi, misura 3 metri 22 centimetri e pesa 3,1 kg. La punta è conica per infilare l'anello, ma per ovvi motivi non ha lo schifalancia per proteggere la mano. A volte le aste affusolate di queste lance tardive erano ornate di intagli. Questo sport divenne popolare soprattutto nel XVI e XVII secolo, in particolare alla corte di Luigi XIV.

Nel XIV secolo, contrariamente a Enrico III, che regnò nel secolo precedente, Edoardo III, di animo più bellicoso, vedeva di buon occhio i tornei; ed il fatto che questi fossero ormai ben regolamentati senza dubbio giocò a loro favore. Poco tempo dopo la Tavola Rotonda di Windsor del 1344, emise lettere patenti che autorizzavano l'organizzazione di hastiludia e giostre a Lincoln una volta l'anno, in tempo di pace e in tempo di guerra. Il conte di Derby fu nominato Capitaneus, Capitano a vita di un torneo. In seguito, la carica sarebbe stata acquisita con elezioni.

 

Le giostre reali solitamente celebravano i matrimoni principeschi oppure le incoronazioni reali ed il loro proclama veniva bandito in tutta Europa. Ai cavalieri che volevano parteciparvi veniva concesso un salvacondotto in modo che potessero viaggiare liberamente sui territori stranieri. Durante la Guerra dei Cent'Anni, il duca di Borgogna condannò un duello tra il signore di Clery ed un cavaliere inglese al quale non era stato rilasciato il permesso di combattere contro il nemico. La colpa fu ritenuta punibile con la pena di morte, ma all'ultimo momento il re di Francia gli concesse la grazia.

Durante questi incontri era praticamente impossibile riuscire a prevenire eventuali disordini. Nel 1362 il consiglio cittadino di Norimberga tentò invano di vietare il torneo a causa dei disordini provocati dai loro cittadini in altre occasioni simili. Le gare venivano sempre più vincolate da una serie di regole. Uno dei più famosi tornei dell'epoca fu quello di St. Inglevert nel 1389. Fu annunciato per il 20 maggio a Calais. Reynolde de Roy, Sir Boucicaut e il signore di St. Pye avrebbero dovuto alloggiare sul posto la sera prima con i loro blasoni esposti all'esterno dei loro alloggi, sugli scudi di pace e di guerra. Tutti coloro che desideravano battersi dovevano andare di persona o inviare un rappresentante con un bordone per toccare lo scudo prescelto. Gli ufficiali di gara prendevano nota dei nomi e gli scudi non avrebbero potuto essere coperti di ferro o acciaio.

Lo scontro vero e proprio stava diventando sempre più soggetto a nuovi regolamenti. Il combattimento in campo o champ-clos spesso consisteva in tre giri di giostra, ed un ugual numero di colpi di spada, ascia o pugnale. Sul finire del secolo questi numeri tendevano ad aumentare. A Montereau sur Yonne nel 1387 erano permessi cinque colpi per ogni giostratore con le suddette armi. Il re di Francia che vi presenziava vide Sir Thomas Harpenden a terra privo di sensi a causa di un colpo inflittogli da Jean de Barres, che lo aveva disarcionato. Riuscì comunque a riprendersi e, montato nuovamente a cavallo, poté scambiare con il suo avversario i colpi che mancavano per terminare il combattimento; la giostra si concluse senza ulteriori ferite.

Il cronista Froissart, che ci ha raccontato questa storia, ci ha anche fornito una descrizione dei giochi di Entença, ai quali assistettero il duca e la duchessa di Lancaster insieme al re ed alla regina del Portogallo. Sir John Holland era stato sfidato da un cavaliere francese a compiere tre giri di giostra con la lancia e altrettanti con l'ascia, la spada e la daga, per amore della sua dama. Ad un araldo fu affidato il compito di annunciare che la sfida era accettata. Il terreno di gara era un campo recintato in piena città sul cui fondo era stato steso uno spesso strato di sabbia; intorno erano state erette tribune per i nobili. I contendenti si erano accordati per delle armi appuntite ed i due giostranti stavano uno di fronte all'altro ad un tiro di freccia di distanza. Al segnale entrambi partirono al galoppo e colpirono l'uno la visiera dell'altro; ma mentre il
francese mandò in frantumi la sua lancia, il suo avversario staccò l'elmo di netto, visto che era trattenuto da un solo laccio. Quando la cosa si ripeté, senza che Sir John fosse ancora riuscito a spezzare una lancia, gli inglesi si lamentarono. Venne detto a loro che Sir John sarebbe stato libero di legare l’elmo meno saldamente, se avesse voluto: sembra che in Spagna ed in Portogallo fosse diffusa l'usanza di non fissare gli elmi come in Inghilterra. Il resto dei giochi si svolsero senza incidenti né feriti ed il francese si aggiudicò la vittoria.

Una gara insolita si svolse nel 1398 sul ponte di Londra tra Lord Wells ed il conte di Crawford. Dopo lo scontro della prima tornata il conte era rimasto attaccato alla sella con una tale forza che le persone iniziarono a sospettare che vi si fosse legato. Per confutare queste accuse il conte scese e rimontò in sella, con grande agilità. Al terzo giro Lord Wells fu disarcionato e si ferì malamente. Le ferite erano un fatto ancora abbastanza frequente; nel 1390 John de Hastings, conte di Pembroke, durante una giostra d'esercitazione fu ferito a morte da un colpo all'inguine.

Con il passare del tempo i giochi diventavano sempre più spettacolari. Subito dopo l'ascesa al trono di Edoardo II (1307), Giles Argentine organizzò dei giochi a Stepney travestito da Re di Boscoverde. Nel 1343 i torneatori arrivarono a Smithfield travestiti da Papa e cardinali. Il tema delle crociate fu rievocato in occasione di un torneo parigino del 1385: una squadra rappresentava i cavalieri di Riccardo Cuor di Leone e l'altra i saraceni di Aladino. Bertrand du Guesclin partecipò ad un torneo con il volto nascosto dall'elmo e senza motivi araldici sullo scudo. Il cavaliere mascherato, così popolare in letteratura, veniva riproposto
anche sul terreno di gioco. Infatti anche Enrico VIII usò tale accorgimento.

Nel 1331 Edoardo III si unì ad una sfilata in cui ogni cavaliere, mascherato da tartaro, era legato con una catena d'oro e trascinato da una dama. La stessa idea viene riproposta nel 1339 quando Jehan Bernier partecipò ad una giostra alla Epinette, a Lilla, accompagnato da sua moglie e da quelle di altri tre uomini. Due lo condussero in campo con delle corde dorate, mentre le altre due portavano
ognuna una lancia. Allo stesso modo nel 1390, durante una sfilata in occasione del torneo di Smithfield, sessanta dame condussero ciascuna un cavaliere in armatura con una catena d'argento. I premi dopo due giorni di giostra consistevano in una corona d'oro per la migliore lancia tra i venans ed una
fibbia in oro per il migliore tra i tenans. Il giorno dopo, un martedì, il terreno di gara fu riservato per gli scudieri. I premi erano un destriero con equipaggiamento completo per il migliore tra i venans ed un falcone per il migliore tra i tenans. Dopo la giostra seguì un banchetto con danze che si protrassero fino allo spuntare del sole. Mercoledì la giostra fu aperta a tutti, cavalieri e scudieri, mentre giovedì e venerdì furono interamente dedicati alle feste, alle mascherate ed ai banchetti.

Le dame ormai erano entrate a fare parte integrante di questi raduni. Nel Romance of Perceforest si legge che strappavano lembi di tessuto dalle loro
vesti ansiose di rendere omaggio ai cavalieri. Fazzoletti di piacere venivano indossati dai torneatori come avveniva già in precedenza. Il vincitore poteva anche reclamare un bacio, o forse un altro pegno d'amore. La fascia virginale, le gage d’amour sans fin,  che una dama offriva in pegno al cavaliere, come promessa di matrimonio, venne in seguito sostituita da una giarrettiera che riportava le parole francesi amour sans fin, amore senza fine. Se un cavaliere combatteva per conto di una dama, questa diveniva la Regina del Torneo. A meta secolo in Inghilterra ci fu un gruppo di cinquanta dame che, vestite da uomini e a cavallo di splendidi animali, partecipavano a tutti i tornei, con grande disappunto da parte della Chiesa. Verso la fine del secolo, di tanto in tanto, veniva chiesto alle dame di scegliere il vincitore.

 

Lentamente, ma inesorabilmente, i tornei si scostavano sempre più dalla vera guerra. Nonostante ciò, nel 1386 Ralf Ferrers li descriveva ancora come occasione per fare pratica militare; il mêlée esisteva ancora per i combattimenti a cavallo con spada e mazza; nel 1393 i signori di Gruthuyse e Ghistelle fecero schierare i loro alleati su cinque file o gruppi sulla piazza del mercato di Brugge, Bruges. I costi di partecipazione erano molto alti, proibitivi per i giovani che volevano guadagnare fama e fortuna, e sempre più onerosi per i partecipanti che ogni volta dovevano provare la loro discendenza dalla classe equestre. Lo spettacolo era sempre più vincolato da formalismi e regole.

Le illustrazioni dei manoscritti e le incisioni su avorio mostrano che all'inizio le armature erano molto simili a quelle usale in guerra. Con il tempo si moltiplicarono le pezze di rinforzo sia per l’armatura da guerra che per quella da torneo, ma le lance con il rocchio compaiono spesso nelle illustrazioni dei cavalieri in torneo. L’inventario di de Nesle del 1302 comprende spallacci in osso di balena e usberghi solo per il torneo, mentre quello di Roger de Mortimer (1322) lascia intendere che venivano fatti degli elmi specifici per il torneo e per la giostra. Sfortunatamente le varie differenze non sono giunte sino a noi. Pare che i primi elmi con barbotto, del XIV secolo, venissero usati dai cavalieri per la giostra; allo stesso modo anche le panziere compaiono in connessione con le giostre, come si deduce da un elenco del 1337-1341, del guardaroba reale Inglese. Sempre nello stesso elenco si menziona un pesante guanto o manifer per la protezione della mano sinistra. Lo scudo a volte era saldamente collegato allo spallaccio, mentre alcuni cavalieri adottavano delle piastre laterali sagomate
collegate alla sella per la protezione delle gambe, invece dell'armatura. In quello stesso periodo alla lancia veniva aggiunto un ampio schifalancia in metallo per proteggere la mano destra.

Poteva capitare che in tempo di guerra le parti avverse potessero sfidarsi in una gara amichevole senza premi ili denaro, ma solo per tenere alto il morale degli uomini. Così nel 1356, prima della battaglia di Poitiers, un cavaliere di Hainault che si chiamava Eustace d'Aubrecicourt si fece avanti dalle fila inglesi. La sua sfida fu raccolta da un cavaliere di Nassau, Louis de Recombes. Si lanciarono l'uno contro l'altro a tutta velocità e caddero entrambi, ma il tedesco rimase ferito a una spalla. E mentre Sir Eustace gli si stava lanciando contro, gli piombarono addosso cinque armigeri tedeschi e lo portarono via legato in un carro. In Italia, al volgere del XVI secolo durante una tregua tra gli eserciti tredici guerrieri spagnoli e altrettanti francesi si batterono a Monervyne, (probabilmente Castellonalto di Monterivoso presso Terni), I cavalieri disarcionati venivano fatti prigionieri. Gli spagnoli miravano ai cavalli, ma vennero comunque sconfitti.

Un duello formale durante un assedio poteva romperne la monotonia, ma poteva anche essere fonte di problemi. A Bellême, nel 1113, i cavalieri montarono in sella e uscirono dal castello per provare la loro abilità, ma alcuni componenti dell'esercito assediante non avevano avuto notizia dell'ordine di tregua dato da Enrico I e li attaccarono in forze. I cavalieri di guarnigione cercarono di rientrare al castello, ma la strada d'accesso era bloccata, e la città fu presa. Nel 1420 i combattimenti a cavallo con le lance si svolgevano anche nel sottosuolo nelle grandi opere fatte con cariche esplosive dagli inglesi sotto Montereau. Durante un duello illuminato dalle torce il Signore di Brabanzon si batte contro Enrico V fino a che non si accorse della sua identità, dopo di che si ritirò educatamente. La situazione fu gestita con molta correttezza da entrambe le parti.

Il combattimento per determinare la colpevolezza di un uomo era presente nelle leggi di molte tribù germaniche e sopravvisse; in Europa nel Medio Evo sotto il nome di duello giudiziario. Si pensava che Dio avrebbe protetto l'innocente. Anche i re vi ricorrevano per dirimere alcune contese; fu così che Edoardo III sfidò il re di Francia ad un combattimento tra due campioni o cento cavalieri per parte à outrance. Per le cause civili, come l’assegnazione di terreni, la persona citata in giudizio, delta anche tenant, se accettava il combattimento poteva nominare un campione. La persona che chiedeva giustizia, detta anche demandant, doveva servirsi di un campione, ma se vinceva e si scopriva che era stato pagato perdeva la causa. Il duello era a piedi, senza armatura, ma con uno scudo rettangolare e una mazza appuntita di acero oppure rifinita con la punta d'osso. Il duello si teneva in un'arena circolare o ovale. In Inghilterra si ricorreva a questo genere di duelli anche per risolvere alcune cause di diritto penale, anche per i casi di omicidio. Nel 1455 a Valenciennes venne organizzato un duello giudiziario per giudicare un sarto accusato di omicidio. L'arena era circolare ed era provvista di un solo ingresso. I duellanti furono fatti accomodare su sedili ricoperti di tessuto nero, uno di fronte all'altro, per prestare giuramento. Dopodiché si passò alla preparazione: vennero rasati a zero, vennero tolte loro le scarpe e tagliate le unghie delle mani e dei piedi. Il busto, le braccia e le gambe furono fasciati con un abito in cuir bouilli allacciato stretto al centro. Chiesero quindi dell'olio da spalmare sul cuoio per renderlo scivoloso e della ceneri per sgrassare le mani e poter tenere saldamente le armi, infine domandarono un pezzo di zucchero da tenere in bocca per assorbire la saliva. Entrambi avevano una mazza appuntita in legno d'acero ed uno scudo. Il sarto prese da terra una manciata della sabbia che ricopriva l'arena gettandola negli occhi dell'avversario prima di colpirlo al volto. Questi, dal canto suo, atterrò il sarto e, tenendolo suolo con il ginocchio puntato sullo stomaco, lo colpì ripetutamente tra gli occhi con la sua mazza fino a ucciderlo.

In Germania il procedimento era simile, salvo qualche variante. Sotto la tenda di ogni duellante venivano posti un catafalco, una bara, un sudario e quattro candele. Nelle illustrazioni di Paulus Kall troviamo raffigurati dei duellanti che indossano lunghi mantelli bianchi con cappuccio ed una croce nera. I loro scudi, anch'essi ornati di croce, sono lunghi e rettangolari, con un numero variabile di punte sul lato superiore, inferiore e, a volte, anche al centro. Questa formula contemplava anche delle daghe invece delle mazze. Un altro tipo di duello prevedeva l'uso di mazze ferrate o spade, più il de Hut, uno scudo a forma di cappello. Per il combattimento si potevano scegliere anche gli spadonia due mani. Un altra possibilità prevedeva l'uso dell'armatura completa, spada, daga e martello d'arme. Nel Codice Gotha e ritratto un armaiolo che prima dell'incontro unge con olio i duellanti.

Tra le cause civili spesso vi erano liti per motivi d'onore o accuse di tradimento, la cui soluzione veniva solitamente decisa con un combattimento a cavallo con lance e spade affilate. L'appellante gettava un guanto che l'accusato raccoglieva in segno di accettazione. Se l'accusatore non compariva, veniva dichiarato fuori legge. Nel "guanto di battaglia non esisteva un numero fisso di colpi come per gli altri tornei. L'appellante aveva la scelta delle armi che prima dell'incontro venivano sottoposte ad un attento controllo. Il duello aveva inizio all'alba; qualora al tramonto non si fosse giunti ad alcun risultato, l'accusato veniva scagionato. Per ottenere una vittoria perfetta era necessaria una confessione di colpevolezza.

Nel 1398 si organizzò il famoso duello tra Henry Bolingbroke e Thomas Mowbray, ma Riccardo II lo interruppe ancora prima dell'inizio. Secondo il regolamento promulgato dal duca di Gloucester durante il suo regno, l'arena doveva essere lunga sessanta passi e larga quaranta; il terreno piano, duro e senza massi. Le uscite a est e a ovest dovevano esser chiuse da forti sbarre alte almeno due metri, perché i cavalli non potessero scavalcarle. Le armi consentite erano: lancia, spade lunghe, spade corte e pugnali. Di tanto in tanto vengono menzionati i giavellotti, come ad esempio per il duello di Quesnoy nel 1405 e di Arras nel 1431. Il duello giudiziario sopravvisse sino al XVI secolo; l'ultimo autorizzato in Francia fu nel 1547, mentre in Inghilterra se ne sono avuti sino al 1817.
L’anno seguente questa legge fu abrogata.

 

Forse fu proprio nel XV secolo che i tornei raggiunsero l'apice, trasformandosi in spettacoli sfarzosi che il brivido del rischio rendeva ancora più accattivanti. Holinshed riferisce che sussisteva sempre la minaccia del regicidio. Nel 1400 il conte di Huntingdon organizzò una giostra tra i suoi uomini e quelli del conte di Salisbury, ma fu scoperto un complotto contro Enrico IV. Tuttavia re e principi
non si sentivano più minacciati nei tornei. Al contrario, gareggiavano tra di loro per allestire spettacoli memorabili, sempre più ricchi di elementi fantasiosi. Nel XV secolo, quindi, i tornei riscossero un maggiore successo forse proprio presso la corte di Aix e di Borgogna, dove divenne quasi una vera e propria scienza. In Borgogna il sovrano sfruttava queste occasioni per rinsaldare i contatti con i suoi cavalieri e i comandanti del suo esercito, e al tempo stesso offriva uno svago ai suoi sudditi, che spesso pagavano per le sue guerre e i suoi spettacoli.

Comunque lo sfarzo della corte di Borgogna non fece sparire i raduni più piccoli. Ricordiamo, tra l'altro, che erano diffusi anche i tornei tra i borghesi, soprattutto nella regione della Borgogna dove fiorirono le società organizzatrici di giostre a Bruges, Tournai e soprattutto a Lille, con la festa della Espinette. Anche il duca Filippo, detto il Buono, era disposto a giostrare con i campioni borghesi.

I tornei italiani si svolgevano presso le corti che desideravano ostentare la loro ricchezza e la loro nobiltà e rappresentavano uno strumento utilissimo per alcune famiglie, quale quella dei Medici. In molte città come Firenze, Milano, Venezia e anche Roma, venivano allestiti spettacoli sfarzosi nello stile della corte di Borgogna. Verso la fine del XV secolo in alcune manifestazioni l’azione vera e propria era preceduta da declamazioni di poesia, come ad esempio a Pesaro nel 1475. Non era raro assistere a sfilate di carri o parate; nel 1466 lo spettacolo di Padova includeva un'enorme figura di Giove a cavallo, mentre nel 1501 una nave su ruote fu trascinata in una delle piazze di Roma e presa d'assalto.

In Germania le giostre e i tornei furono piuttosto rari nella prima meta del XV secolo. Ma dopo il raduno di Würzburg del 1479 i tornei tornarono ad essere popolari. L'organizzazione era in gran parte gestita da apposite società, quali ad esempio quelle di Steinbock, Rüden ed Esel, che controllavano strettamente i raduni cerimoniali. Verso la fine il Grossen Turniergesellschaft era formato dalla Svevia, dalla Baviera, dalla Franconia e dalla Renania. Le società avevano bisogno del sostegno di potenti nobili quali Graf Eberhard di Wüttemberg, che prese parte ad un torneo a Stoccarda nel 1484. La nobiltà tedesca non poteva competere con le ricchezze di quella borgognone, quindi lo spettacolo che ne risultava era meno sfarzoso. Nonostante ciò i principi tedeschi si appassionarono ai tornei, spesso dando anche troppa importanza al fatto di dover sempre primeggiare nelle gare. I destrieri venivano addestrati espressamente e mantenuti sempre in ottima forma. Da alcune lettere si apprende che spesso tali animali venivano richiesti in prestito.

Sussisteva ancora il rischio che in tempo di guerra gli animi potessero scaldarsi. Ne] 1402 a Orléans si svolse una gara à outrance tra i cavalieri del duca di Orléans ed alcuni avversari inglesi. Il duca ignorò chi gli consigliava di soprassedere a causa della ruggine tra le due nazioni. Le cronache francesi accusano gli inglesi di aver concertato un piano finalizzato a permettere che due di loro sopraffacessero un francese, ma il piano fallì. Un inglese morì e si accese così una battaglia aspra e sanguinosa conclusasi con la vittoria dei francesi. I rapporti fra i combattenti inglesi e quelli francesi divennero pessimi, al punto che nel 1409 il re di Francia dovette emettere un'ordinanza per proibire ogni forma di combattimento con armi affilate. Nel 1403, durante un duello con le asce a Valençia, uno spagnolo afferrò un francese per la gamba cercando di accoltellarlo; immediata fu la reazione del re d'Aragona che gettò lo scettro per bloccare il combattimento.

Anche in tempo di pace queste attività mantenevano i loro rischi. Quando nel 1428 i duchi di Borgogna e di Brabante espressero il desiderio di giostrare in occasione di un torneo a Bruxelles, furono dissuasi a farlo dai valletti d'arme che
temevano un incidente. Due anni più tardi due cavalieri furono feriti gravemente in due diversi incidenti sulla piazza del mercato ad Arras quando le loro visiere furono trapassate.

I tornei erano ancora organizzati per celebrare grandi occasioni. Nel 1403 durante l'incoronazione della regina di Enrico IV, Richard Beauchamp, conte di Warwick, giostrò per la sovrana. Egli sfidò Pandolfo Malalesta a giostrare e quindi a battersi a piedi con lance, poi con spade affilate e infine con pugnali appuntiti. Pandolfo fu ferito alla spalla e salvato dalla morte per l'interruzione del combattimento. Nel 1467 fu organizzato un torneo per celebrare l'incoronazione di Edoardo IV, in occasione del quale Lord Scales vinse l'anello ed il rubino. Quando Luigi XII entrò a Parigi fu eretto un enorme giglio alto trenta piedi, ornato dagli scudi degli sfidanti.

Le formalità si estesero anche alla fase precedente il torneo o la giostra vera e propria, vale a dire alla sfida. Alcuni cavalieri indossavano una emprise o un pegno che doveva essere toccato se si desiderava accettare la sfida. Così nel 1400 uno scudiero aragonese infilò un gambale e rifiutò di toglierlo finché qualcuno non avesse accettato la sua sfida. Nel 1445 il castigliano Galio de Baltasin arrivò a sfidare Philippe de Tenant. Con il consenso del duca di Borgogna, de Tenant si fissò sulla spalla la manica di un abito femminile in battista con una spilla ornata di pietre preziose. Galio si informò sui costumi locali, dicendo che dalle sue parti strappare il pegno con violenza voleva dire lotta all'ultimo sangue, mentre il semplice tocco significava volersi battere per l’onore. De Tenant quello stesso giorno inviò in una busta sigillata gli chapitres con le indicazioni sul tipo di duello da lui scelto.

 

Di particolare interesse per la storia dei tornei è il Traité de la forme et devis d’un tornoi di Renato, re d'Angiò. Nello scrivere degli eventi di un torneo di
ispirazione romanzesca a Aix nel 1440 o giù di lì, ci lascia una descrizione precisa dei particolari riguardanti le regole vigenti in Francia, Germania,
Fiandre e Brabante, mettendo però in un unico calderone gli usi e i costumi delle diverse regioni.

Il signore che decide di organizzare il torneo chiama il proprio valletto d'arme (o in sua assenza un araldo rinomato) e gli consegna una spada da torneo intagliata. A questo proposito Renalo racconta come il duca di Brelagna avesse inviato una sfida al duca di Borbone per un Tournoy et Bouhordis d’armes in presenza di dame e damigelle. Dovevano essere nominati quattro giudici, due provenienti dalla regione dello sfidante e altri due da altre regioni, comunque tutti dovevano essere baroni, cavalieri o scudieri di valore.

Il primo ad entrare in città è il destriero del signore con un giovane paggio in sella. I destriers e gli scudieri degli altri cavalieri torneatori seguono a due a due. Dietro arrivano i trombettieri ed i menestrelli, poi gli araldi con i paggi e infine i cavalieri e gli scudieri iscritti al torneo con il loro seguito. Il corteo dei giudici era guidato da quattro trombettieri, seguiti nell'ordine dal valletto d'arme, dai quattro giudici e dal resto della compagnia.

Mantenendo il loro seguilo riunito, i giudici cercavano di trovare alloggio presso una confraternita religiosa, in quanto i chiostri erano il luogo ideale per l'esposizione dei cimieri per il giorno successivo. I giudici dovevano avere una tela di un metro per sessanta centimetri, su cui esporre in alto i vessilli ed i nomi dei due cavalieri principali (sfidante e sfidato), e in basso i quattro vessilli con i nomi, cognomi, signorie, titoli e cariche dei quattro giudici. Il giorno del loro arrivo, i vessilli dei principi erano portati nel chiostro da uno dei loro cavalieri ciambellani ed i pennoni dai valletti o dagli scudieri più importanti. Gli elmi dei principi venivano portati dal capo scudiero, quello degli altri cavalieri e scudieri da gentiluomini o valletti. Il giorno seguente i torneatori raggiungevano il terreno di gara disarmati, salvo le aste, con i portabandiera che portavano i vessilli chiusi. Una volta sul posto, ognuno alzava la mano destra e giurava di obbedire al regolamento del torneo.

 

Spesso i contendenti fissavano delle regole in merito ad argomenti ben precisi, quali ad esempio il tipo di arma e il numero di colpi in un capitolato, detto Chapitres d’armes che, a volte, poteva essere redatto addirittura un anno prima dell'incontro. Un esempio del tardo 1600 afferma che un torneatore ritiratosi dietro le barres deve restarvi fino al giorno seguente.

In Inghilterra nel 1466 lord John Tiptoft, conte di Worcester, dietro ordine di Edoardo IV preparò un insieme di regole che dovevano essere rispettate in ogni tipo di giostra di pace royall, reale; in seguito vi furono molti altri regolamenti simili a questo. Dalle copie giunte sino a noi si apprende che il premio veniva assegnato, in ordine di preferenza, a chi riusciva:

A disarcionare con la lancia, o far cadere cavallo e cavaliere.

A colpire due volte il rocchio dell'avversario.

A colpire la visiera dell'elmo tre volte.

A rompere il maggior numero di lance nel modo corretto.

A rimanere in campo il più a lungo possibile con l'elmo sempre sul capo, avendo corso con grande correttezza sferrando i colpi più forti, meglio se con la lancia.

Non si poteva assegnare alcun premio a quel cavaliere che colpiva un cavallo, un avversario alle spalle, (girato o disarmato della lancia), la barriera per più di tre volte, o a chi si toglieva per più due volte l'elmo, (a meno che non cadesse il cavallo).

Si assegnava un punto a chi rompeva una lancia colpendo tra la sella e il ponticello che collegava l'elmo al petto, oppure dal ponticello in su. Si assegnavano tre punti a chi rompeva una lancia disarcionando l'avversario, o disarmandolo al punto da impedirgli di continuare. Veniva tolto un punto a chi rompeva la lancia sulla sella, mentre ne venivano tolti due a chi colpiva la barriera e tre se l'incidente si ripeteva. Una lancia spezzata a meno di trenta centimetri dalla punta non veniva considerata rotta, ma più semplicemente un buon atteint, (tentativo).

In caso di contestazioni l'ultima parola spettava solo ai giudici. Le lance e perfino i cavalli dovevano avere taglie e dimensioni simili. A Jehan de Boniface fu consentito l'uso di una lancia appuntita, mentre gli fu vietata un'altra lancia con quattro punte pericolosamente acute. Galiot de Baltasin si presentò ad Arras, nel 1446, su un cavallo che aveva testiera e bardatura ricoperti di punte d'acciaio, e, prontamente gli fu chiesto di sbarazzarsene. Il suo avversario, Philippe de Tenant, ruppe in combattimento il cinturone della spada, cosicché questa, girata nel fodero, si era impigliata nel sottopancia del cavallo. Siccome non era in grado di raggiungerla dovette battersi contro Galiot a mani nude fino a che la spada non gli cadde per terra sulla sabbia. Solo allora venne considerato disarmato e

potè restituire l'arma, secondo quanto previsto dagli chapitres.

È possibile farsi un'idea delle dimensioni dei terreni di gara sulla base delle cronache di un incontro svoltosi a Smithfield nel 1467. L'area era di 110 per 77 metri, circondata da una doppia palizzata. Edoardo IV, che ne era il giudice, sedeva su un podio cui si accedeva tramite una scala. Altre tre tribune erano una per i cavalieri, l'altra per gli scudieri e l'altra ancora per gli arcieri della guardia,
mentre in un'altra tribuna posta in posizione diametralmente opposta, trovavano posto il sindaco ed i consiglieri anziani. Sia al connestabile che al maresciallo venivano date delle sedie. La guardia del connestabile, formata da otto armigeri a cavallo prendeva posto sui due lati insieme a un valletto d'arme incoronato e all'araldo o al valletto. Garter e gli altri valletti d'arme stavano sul podio di
Edoardo, alla sua destra. Nel 1446 a St. Omer fu costruita una tribuna in pietra per i giudici. Nel 1520 sul campo del Vello d'Oro l'arena misurava 400 passi per 200 circondata da un fossato con un argine alto due metri e settanta; il terreno di gara era lungo 150 passi. In alcune cronache si dice si sviluppasse lungo l'asse est - ovest, forse per evitare il sole negli occhi ai contendenti e ai grandi signori che assistevano ai giochi, dato che sembra che i loro spalti venissero posti sul lato sud.

La principale innovazione nel XV secolo è l'introduzione della barriera della giostra per separare i contendenti. Dalle illustrazioni si vede che i torneatori potevano incontrare il loro avversario o a destra oppure a sinistra. Non solo a volte capitava che qualcuno caricasse di proposito l'avversario ma era anche molto frequente che si verificassero collisioni ed i passaggi ravvicinati potevano
ferire i cavalli e provocare gravi contusioni alle ginocchia dei cavalieri. La barriera era nata per evitare tutto ciò. Viene menzionata per la prima volta da Monstrelet in relazione a una giostra tenuta ad Arras nel 1429. Inizialmente la barriera, tilt o toile, era formata da una corda tesa da cui pendeva un pezzo di tela. Il conte di St. Martin sembrava preferire una traiettoria dall'angolo del campo di gara la cosa si rivelò la sua rovina: durante una giostra con Giiillaume de Vaudray la sua carica obliqua gli lasciò esposto il braccio destro dove l'armatura presentava un punto debole, la lancia di Vaudray colpì proprio in quel punto, lasciando la punta conficcata nella ferita.

La barriera molto probabilmente fece la sua prima comparsa in Italia, dato che le giostre in cui era in uso questa innovazione venivano chiamate campo all'italiana. Giunse in Inghilterra  negli anni 30 e fu solo alla fine del 1400 che si diffuse
anche in Germania. La barriera non venne a sostituire la vecchia formula di giostra in campo aperto, che continuò ad esistere come una forma alternativa. Non fu mai usata nel mêlée. Ben presto si resero conto che la corda non bastava a dividere il campo, così venne normalmente sostituita da una barriera
in legno, alta circa 170 cm. Alcune volte le illustrazioni del XVI secolo mostrano gli estremi della barriera flesse a tal punto che, alla fine della corsa i cavalieri erano costretti a voltare a destra, per evitare di finire nelle staccionate o nelle tende che si trovavano al di la della barriera. In seguito venne posto un vero e proprio ostacolo alla fine della corsa in modo da obbligare il cavaliere a svoltare a destra.

 

Anche se nel Medio Evo i termini tournois, joûtes, e pas d’armes, venivano spesso usati indistintamente, è possibile distinguere il pas per alcune caratteristiche. Uno o più sfidanti (i tenans) sceglievano un sito, (il pas), che dovevano difendere contro i venans, cioè ogni cavaliere o scudiero intenzionato a passare. Come anche per gli altri tipi di tornei, anche questa forma di tenzone, diffusa soprattutto nel XV secolo, vedeva impegnati i partecipanti non solo in giostre a cavallo, ma anche in combattimenti a piedi e in mêlée che impegnavano tutti i componenti le due parti. A partire dalla seconda meta del secolo vennero introdotti anche i duelli a cavallo con la mazza (baston).

Il pas, era modellato sulla scorta del duello giudiziario al cospetto dei giudici per questioni d'onore ed era una rivisitazione del genere di situazioni che si potevano incontrare nelle prime chansons des gestes. L'influenza letteraria è particolarmente evidente per l'uso frequente di un perron, (una montagnola o un pinnacolo artificiale), che spesso aveva accanto un Albero della Cavalleria. Era d'uso attaccare al perron gli scudi che dovevano essere toccati per segnalare la sfida. Al Pas du Perron Fée gli sfidanti suonavano un corno appeso all'albero. Nel 1443 ne fu organizzato uno all'Albero di Carlo Magno vicino a Digione. La sfida venne organizzata dandone annuncio in quasi tutta l'Europa cristiana e si svolse sotto il patronato di Filippo il Buono, duca di Borgogna. Tredici dei suoi nobili cavalieri riuscirono a tenere il pas per quaranta giorni, senza contare le domeniche e i giorni festivi.

Questi giochi erano caratterizzati da una forte ingenuità. Nel 1449, in occasione del Pas de la Bergere, Jeanne de Laval, la favorita di Renato d'Angiò, si presentò vestita da pastorella in un angolo del campo da gioco accanto alle tribune che erano state coperte da un tetto di paglia. Due cavalieri travestiti da pastori gettarono il guanto della sfida, (gage). Uno aveva uno scudo nero per sfidare i fortunati in amore, l'altro uno scudo bianco della felicità con cui sfidare gli innamorati non corrisposti, lo stesso anno Jacques de Lalain tenne il Pas de la Fontaine des Pleurs in un'isola sulla Saona.

Davanti a una tenda stavano le sagome di una dama e di un unicorno, quest'ultimo con tre scudi a goccia appesi attorno al collo. I colori bianco, viola e nero rappresentavano rispettivamente il combattimento con l'ascia, la spada e la lancia. I perdenti pagavano un pegno; tutti coloro che cadevano al suolo in seguito a un colpo d'ascia dovevano portare al polso una piccola catena d'oro per un anno intero o trovare la dama con la chiave. Un altro unicorno lo ritroviamo in un pas organizzato verso la fine del XV secolo. In questo caso gli scudi, (uno per ogni zampa), rappresentavano: la giostra a cavallo, il combattimento a cavallo con dodici colpi di spada, il combattimento a piedi con dodici colpi di spada, l'attacco ad un finto castello con l’uso di scudi, spade e picche. Questo si ripeteva ogni pomeriggio dal 2 novembre fino al giorno di Capodanno e siccome i combattimenti si protraevano sino alle 19.00, il terreno di gara doveva essere illuminalo da torce. Al Pas de la Pélerine di St. Omer nel 1446 i due scudi rappresentavano Sir Lancillotto e Tristano di Lyonesse.

Nel 1467 al pas di Smithfield l'ingresso di Escallis, (Lord Scales) fu annunciato con un colpo al portone; dietro di lui venivano dodici cavalli riccamente bardati e condotti da altrettanti paggi. Nella giostra con il Bastardo di Borgogna, il cavallo di quest'ultimo batté il capo contro il pomo della sella di Scales e cadde trascinando il cavaliere. I cronisti asseriscono che una punta sulla testiera del destrier di Scales si fosse conficcata nella bocca dell’altro animale; il commento del Bastardo fu che quel giorno aveva combattuto con un animale e che il giorno successivo sarebbe stato il turno di un uomo. Il combattimento si svolse a piedi; le lance furono giudicate troppo pericolose, la scelta cadde allora su asce e pugnali. Olivier de la Marche, che era presente, racconta che l'armatura di Scales fu aperta in molti punti dal calzuolo dell'ascia del Bastardo.

Nel 1468 al Pas à l'Arbre d'Or fu posto di fronte alla tribuna delle dame un abete tutto ricoperto d'oro, in mezzo alla piazza del mercato di Bruges.

Le gare facevano parte delle celebrazioni per il matrimonio di Carlo di Borgogna con la sorella di Edoardo IV che sarebbero durate dieci giorni. Un valletto d'arme consegnò a mano una lettera al duca da parte di una principessa che prometteva i suoi favori al cavaliere capace di liberare dalla prigionia un gigante che lei aveva posto sotto la protezione del suo nano. Quest'ultimo entrò vestito in satin bianco e cremisi trascinando il gigante. Insieme al valletto d'arme del Toison d'Or doveva prendere posto all'altezza di tre pali posti su un palco in cima ad una gradinata. Il valletto d'arme di Cleves bussò ad uno dei cancelli del campo da gioco con un colpo di martello, ed una volta entrato il suo stemma fu appeso all'albero. Adolf di Cleves, signore di Ravestein, fu condotto in campo travestito da vecchio, (questo travestimento era in voga tra gli organizzatori), e chiese il permesso di poter giostrare. Il Bastardo di Borgogna entrò sotto un ricco baldacchino. Il nano girò una clessidra della durata di mezz'ora e suonò il suo corno. Un banchetto concluse i giochi della prima giornata. Il premio era un destrier riccamente bardato che portava due ceste contenenti l'attrezzatura completa da giostra del Bastardo di Borgogna. Infine, vennero rimosse le tribune e la giostra per dare il via a un mêlée con le spade spuntate. I torneatori si accanirono a tal punto che non sentirono il segnale di termine dato dal duca, che dovette farsi strada nella calca brandendo la spada a capo scoperto.

 

La popolarità dei combattimenti a piedi crebbe proprio nel XV secolo. Spesso facevano parte di un programma in cui erano previsti sia i combattimenti a piedi che a cavallo. Potrebbero essere una forma derivata dei combattimenti giudiziari. Sul campo di gara vigevano un certo numero di regole, ma l'armatura rimaneva a discrezione dei contendenti. Per quasi tutto il XV secolo si utilizzava la normale armatura da guerra, ma verso la fine del secolo cominciò ad entrare in uso la falda a girello, o tonlet, che anni addietro aveva fatto una breve apparizione in Germania. Solitamente l'elmo era un bacinetto, ma era anche in uso l'elmo con celata. Nel 1500 fu introdotta una nuova forma di visiera a mantice, come anche un tipo a semisfera rimasto in voga fino alla metà del secolo. Queste spesso venivano fissate all'elmo come parti aggiunte.

Solitamente ogni contendente scendeva in campo con una piccola bandiera religiosa. Spesso si lanciava una lancia o una spada in segno di sfida prima di avvicinarsi per scambiare il numero di colpi stabilito. Durante un duello nel Pas de la Pélerine Jacques de Lalain fu ferito al polso e iniziò a sanguinare copiosamente. Egli pero dovette continuare il duello tenendo stretta l'ascia sotto il braccio e afferrandosi all'arma dell'avversario, dato che il duca di Borgogna si rifiutò di interrompere il combattimento ammettendo la sconfitta del suo uomo. Alla fine Lalain indietreggiò facendo perdere l'equilibrio al suo avversario che cadde in avanti, sbilanciato dalla sua pesantissima armatura. I giudici stabilirono che tutto il corpo aveva toccato terra, anche se furono in molti a protestare sostenendo che avevano toccato solo gomiti e ginocchia. Altri regolamenti prevedevano la sconfitta anche quando solo un ginocchio toccava terra. Secondo un regolamento inglese del 1554 perdeva il premio chi avesse colpito l'avversario sotto la cintura, usato una manopola da lancia, perduta o lasciata cadere la spada, toccata la barriera con la mano, o anche chi non avesse mostrato la spada ai giudici prima del combattimento. Alla fine del XV secolo venne introdotta una barriera, (spesso una semplice sbarra, ma a volte uno steccato ricoperto di tavole), per separare i contendenti. Così i giostratori non poterono più lottare corpo a corpo, ma furono costretti a colpirsi al di sopra di questa, anche se sono citati casi in cui un contendente aveva cercato di portare l'avversario dalla sua parte, sollevandolo di peso al di sopra della barriera. Una fonte riporta l'utilizzo di sbarre poste alle due estremità della barriera che potevano essere abbassate per fermare il combattimento, qualora i giudici lo ritenessero necessario, mentre un'illustrazione di un combattimento in presenza di Elisabetta I mostra una rete che proteggeva la regina dai frammenti che potevano volare lontano dal campo. Alabarda, spada, ascia e pugnale erano di uso comune; il Freydal di Massimiliano I illustra i combattimenti con molti altri tipi di armi, come spada bastarda, mazza, roncone, aalspiess, bastone ferrato e mazzafrusto. Nel XVI secolo si fa strada il Fuβturnier, dove diversi contendenti divisi in due squadre combattevano tra di loro al di sopra della barriera. In questa e in alcuni altri tipi di gara gli sfidanti erano chiamati maintenators e i loro avversari Aventuriers

 

La giostra, con il tempo, si andava evolvendo e specializzando secondo diverse formule, con o senza barriera a metà campo. Con il passare del tempo furono messe a punto anche delle pezze d'armatura specializzate da utilizzare durante la giostra e quindi iniziarono a sorgere delle differenze tra le armature da giostra e quelle da battaglia. In Inghilterra, leggiamo per la prima volta di queste armature speciali in un lascito di Lord Bergavenny, che visse sotto il regno di Edoardo IV. In Borgogna il primo riferimento risale al 1443. Un manoscritto francese del 1446 cita un numero di pezzi per la giostra che erano adottati in quasi tutti i paesi in cui questo gioco era diffuso. L'elmo era legato con una cinghia a una brigantina o a una panziera munita di resta per il calcio della lancia. La mano e l'avambraccio sinistro erano protetti da un manifer; la mano destra era chiusa in un gaignepain o manopola, (probabilmente in cuoio); il gomito destro era protetto da un poldermitton; lo spallaccio destro a lamelle aveva un grosso besagew circolare; una poire, (paracolpi a forma di pera in legno), era fissata alla corazza sul lato destro dietro lo scudo rettangolare in legno. Questo era rivestito di elementi quadrati di corno e trattenuto da un laccio. L'armatura a protezione delle gambe era di uso corrente, in Francia, per la giostra.

In Inghilterra si potevano distinguere tre tipi di tenzone. La giostra della pace per la quale l'armatura utilizzata era simile a quella appena descritta. I giostratori correvano alla barriera, tutti e due tenendo la sinistra, armati di lance con rocchio. Il secondo tipo di gara, la giostra della guerra, veniva corsa in armatura da battaglia con lance appuntite. L'elmo era spesso un bacinetto con visiera piena. Verso la metà del XV secolo vennero introdotti un largo rinforzo per la spalla sinistra, il grandguard, ed un altro per il gomito sinistro, il pasguard. Il terzo tipo di giostra era quella al largo o alla rinfusa che dalla precedente differiva solo per l'assenza della barriera. Una volta che le lance erano state usate, i combattenti levavano le pezze di rinforzo e continuavano con le spade smussate. Il mêlée era simile, solo che vi prendeva parte un determinato numero di cavalieri per parte.

In Germania l'armatura descritta dal manoscritto francese era quella in uso per la gara nota come Gestech. Probabilmente per questo tipo di giostra veniva usata un'armatura da battaglia con lo Stechhelm a becco di passero, lo scudo rettangolare e lance con la punta arrotondata. Già nel 1436 un inventario di Federico del Tirolo riporta alcune pezze speciali. L'armatura per le gambe non veniva usata, dato che l'arcione della sella si allargava a protezione degli arti inferiori. Intorno al 1480 questa protezione fu sostituita da un paracolpi imbottito, Stechsack, appeso intorno al torace del cavallo proprio come uno dei primi hourt. L'arcione posteriore della sella era basso in modo da non impedire al cavaliere di essere disarcionato, anche se mandare la lancia in frantumi
era un risultato altrettanto importante. Nello Hoenzeuggestech, (che fece la sua comparsa alla fine del XIV secolo), la seduta della sella era sollevata di circa venticinque centimetri dalla groppa del cavallo in modo tale che il cavaliere si trovasse praticamente in posizione eretta. Un arcione alto corredato da fermi laterali fissava rigidamente il cavaliere alla sella, ma ne aumentava a dismisura il rischio di strappi o fratture della schiena. Questo tipo di gara decadde dopo il 1450 per ritornare in auge, anche se per breve tempo, al volgere del XVI secolo. La seconda categoria di giochi organizzati in Germania era la Rennen o Scharfrennen, da cui derivarono poi vari altri tipi di giostre. Lo Scharfrennen viene menzionato per la prima volta nel 1436. Le fonti iconografiche ci consentono di stabilire che, fino all'ultimo quarto di secolo, la protezione dei cavalieri era limitata a una mezza armatura o brigantina e l'elmo era completo di celata e guardaviso a protezione di testa e gola. Lo scudo usato era rettangolare e scopo della giostra era quello di disarcionare l'avversario utilizzando una lancia appuntita.

Una forma di mêlée che fa la sua comparsa in quest'epoca è la Kolbentournier o torneo del bordone in cui veniva utilizzato un Kolben, una pesante mazza a sezione poligonale che termina con una punta ottusa. Probabilmente questo genere di spettacolo ha le sue origini nei duelli giudiziari a piedi per le classi inferiori, in cui veniva usata la mazza. Non erano ammesse le lance, e lo scopo era quello di distruggere a bastonate gli alti cimieri degli avversari. Alla corazza veniva avvitato un bacinelle di forma pressoché sferica rinforzato da una griglia di sbarrette in ferro e ricoperto di cuoio, che poteva essere dipinto. L'interno era imbottito e spazioso. Al fine di assicurare i cavalieri alle loro selle queste erano state dotate di alti schienali. Rüxner cita un mêlée tedesco della fine del XV secolo in cui le mazze vennero usate per due ore, dopo di che venne dato il segnale di passare alle spade ottuse. Il Kolbentournier sopravvisse fino al primo quarto del XVI secolo, e poi sparì. Le uniche fonti iconografìche sono inglesi.

 

Nel 1477 con la morte di Carlo di Borgogna, detto il Temerario, tutte le attenzioni passarono ai tornei organizzati dalla corte di Massimiliano I e del Sacro Romano Impero. L'imperatore appoggiò con entusiasmo questo passatempo. E appunto verso la Germania che dobbiamo rivolgere le nostre attenzioni per avere maggiori informazioni riguardo la storia dei tornei nel XVI secolo. Grazie ai particolari che troviamo in Freydal, in Der Weiβknig, ne Il Trionfo di Massimiliano e in altre fonti tedesche, possiamo tentare di ricostruirne la storia. I premi offerti in questi giochi potevano essere un anello, una ghirlanda, un gioiello, una spada, un elmo oppure un destriero. Molte erano le gare riconosciute, tra queste un buon numero furono ideate dall'imperatore stesso. La forma di alcune di esse non ci è nota, ma sappiamo che tutte prendevano origine dai due generi principali. Il primo di questi era il Gestech o Stlechen, di cui abbiamo già parlato, e ora detto
anche il Gemeinedeutsche Gestech oppure Gestech tedesco. Il destrier era coperto da una bardatura riccamente decorata sotto la quale potevano esservi
delle protezioni in cuoio. Lo Stechsack proteggeva il torace dell'animale. La sella era senza arcione. Scopo della gara era disarcionare l'avversario, o riuscire almeno a spezzare la lancia.

Lo Hohenzeuggestech, di cui abbiamo già parlato, visse per un breve periodo un secondo momento di gloria. Il Gestech im Beinharnisch era il Gestech tedesco in cui erano coperte dall'armatura anche le gambe; con gli arti inferiori impacciati dall'armatura era più difficile tenersi in sella.

La Germania importò il Welsch Gestech o Giostra italiana che prevedeva la barriera. Inizialmente l'armatura indossata era simile a quella utilizzata per la Giostra tedesca, con lo Stechhelm e senza protezione per gli arti inferiori, ma sin dagli inizi del XVI secolo fu introdotta l'armatura anche per le gambe. Lo scudo era leggermente più lungo e la controresta usata per bloccare la lancia anche
dietro l'impugnatura cadde in disuso per permettere di brandirla con maggiore facilità sopra la barriera.

Il secondo tipo di giostra era la Rennen, da cui derivarono un gran numero di varianti. La gara principale era la Scharfrennen o Schweifrennen con lance appuntite. Nel 1500 questo tipo di competizione aveva acquisito una sua formula fissa. Al posto dell'elmo venivano portate una celata, (Renhut), e un guardaviso, (Bart); non era prevista armatura per le gambe, ma per proteggere le cosce venivano appesi ai lati della sella i Dilgen, un paio di cosciali mobili. Il Renntartsche era un grosso scudo in legno e cuoio con rinforzi in ferro, che veniva fissato sia al petto sia al guardaviso. Altre fonti pittoriche mostrano delle versioni studiate per essere eliminate di netto con un colpo. La sella che veniva utilizzata aveva gli arcioni bassi, dato che lo scopo principale del gioco era quello di disarcionare l'avversario. Rispetto a quelle usate per il Gestech, le lance avevano un diametro minore.

La Anzogenrennen prevedeva l'uso di uno scudo lunghissimo che arrivava fino alla sella. La vite di fissaggio al guardaviso era molto allungata. Anche nella Bundrennen lo scopo era quello di disarcionare il cavaliere, ma questi non aveva il guardaviso dietro il Renntartsche, una semplice piastra metallica, e dato che lo scudo poteva essere trapassato il cavaliere rischiava di essere colpito al volto dalla lancia dell'avversario. Nella Wullstrennen non veniva usato l'elmo; il Renntartsche era alto e aveva una fessura attraverso la quale il cavaliere poteva vedere. Nella Pfannrennenen o giostra del tegame, il cavaliere era protetto solo da una piastra legata sul petto. Data l'assenza di armatura, questa era una gara assai pericolosa, tanto che sul campo era già predisposta una bara!

Nella Geschifttartscherennen veniva utilizzato uno scudo meccanico. La superficie di questo Renntartsche era formata da tanti spicchi trattenuti da un meccanismo a molla che, quando lo scudo veniva colpito, saltava mandando in aria tutti gli spicchi. Nella Geschiftscheibenrennen i cavalieri portavano attaccato al petto una grossa piastra o disco che saltava in maniera simile a quella dello scudo meccanico. Sembra che nel Trionfo di Massimiliano venga raffigurato lo stesso meccanismo utilizzato nella Bundrennen e nella Scharfrennen dove lo scudo era amovibile. In entrambi i tipi di Geschiftrennen i cavalieri indossavano l'armatura da battaglia. Spesso veniva aggiunta l'armatura per le gambe, nel qual caso si toglievano i cosciali attaccati alla sella.

La Feldrennen veniva corsa in armatura da battaglia e la sella aveva l'arcione; scopo principale del gioco era quello di mandare la lancia in frantumi.
Nella Welschrennen celata e guardaviso erano sostituite da un elmo chiuso, inoltre alla corazza vi era fissato uno scudo con un disco centrale.
Probabilmente la Kronelrennen fu introdotta da Massimiliano: un giostratore era armato per il Gestech e l'altro per la Sharfrennen. Il primo aveva una lancia appuntita, il secondo una lancia a rocchio.

Il mêlée aveva luogo in armatura da battaglia e la sella era dotata di arcione.

Come armi venivano usate la lancia e la spada. Nel Feldturnier, descritto nel libro sui tornei del duca di Baviera, venivano indossati delle pezze di rinforzo. In questa versione era consentito portare appesa alla sella una spada di riserva.

Questi giochi rimasero in auge fin verso il 1540, epoca in cui si producevano pezze specifiche per la giostra e il torneo da aggiungere alle armature. Le armature, quindi, venivano attrezzate a seconda dei casi, che si trattasse di giostra a cavallo, a piedi o guerra. A partire dal 1540 circa il Welsch Gestech si
trasformò in Plankengestech, in cui la guardastanca, (il manteau d'armes), era fissata sul lato sinistro allo spallaccio e al petto. Questa forma fu l'ultima a scomparire, resistendo fino al XVII secolo. Il Gestech vero e proprio si trasformò nella seconda metà del XVI secolo e divenne il Freiturnier, che si correva
senza barriera. Il Pasguard sul braccio sinistro divenne più grande fino ad arrivare quasi alla spalla sinistra.

Nel XV e XVI secolo la forma di giostra più diffusa nei paesi dell'Europa occidentale rimase quella con la barriera. In un cartello di sfida del 1501 è prevista la giostra, la corsa al largo, (senza barriera), il duello alla spada a cavallo e il combattimento a piedi sulla barriera con lance. A Lillà nel 1513
le giostre si svolgevano in una sala con i pavimenti in marmo e, per non fare scivolare i cavalli, gli zoccoli venivano ricoperti da feltri. Eccetto la corsa al
largo, le gare sopra citate erano tutte diffuse nelle corti dei Tudor e tra queste la più popolare era la giostra con barriera o Joust Royale. La bourdonass era
una lancia cava utilizzata per giostrare; degli esemplari giunti sino a noi misurano circa 370 cm. Durante i tornei sempre più spesso facevano capolino delle esibizioni atletiche. Nel 1507 il programma di un torneo includeva gare di tiro con l'arco, (sia con frecce normali che senza impennaggi), di lancio dell'asta e di lotta.

Giacomo IV di Scozia organizzò dei raduni sul modello di quelli della corte di Borgogna, mentre Enrico VII partecipava con entusiasmo a un gran numero di tornei articolati. Nel 1511 una macchina allegorica semovente lunga otto metri  scese in campo a Westminster. Era la rappresentazione di una foresta con tanto di alberi, uccelli, animali, abitanti dei boschi e una giovane vergine. La macchina era trainata da un leone d'oro e un'antilope d'argento condotti da uomini selvaggi e cavalcati da damigelle. Quindi entrarono il re e i tre sfidanti, mentre ai quattro angoli della foresta erano stati fissati i loro scudi. Ma la guerra con la Francia tra il 1512 e il 1514 sembra aver segnato un brusco arresto a questi spettacoli sfarzosi.

Fa eccezione l'incontro con Francesco I al campo del Vello d'Oro in occasione del quale fu costruito l'Albero dell'Onore. La pioggia e il vento imperversarono sui giochi e Enrico IV insistè affinchè fosse rimossa la parte finale della barriera che
obbligava i cavalli a una brusca deviazione. I costumi erano sfarzosi: uno era tutto ricoperto di rami e foglie in oro applicate una a una.

Nel 1524-25 Enrico prese parte ai Giochi di Natale con giostre, tornei e barriere davanti al Castello della Lealtà. Lì d'appresso si trovava una piccola collina con un unicorno e gli scudi; a difesa della fortificazione stavano un capitano e quindici gentiluomini. Nell'arena di Greenwich fu eretto un castello con armatura in ferro alto quindici metri e di sei metri di lato. Quattro cavalieri attaccarono due difensori usando picca, rotella e spade smussate. Sfortunatamente il giorno seguente, durante il secondo attacco, gli animi si surriscaldarono e i giochi degenerarono in una sassaiola.

All'inizio del regno di Inghilterra erano di moda gli attacchi simulati a sagome di castelli; ma sul continente questi attacchi erano molto più cruenti. Una variante del pas, lo Scharmtzel prevedeva che si utilizzasse un castello, un portone o una testa di ponte in legno, costruiti per essere il centro di questo assedio in miniatura. Nel 1507 in un attacco al castello c’era tra gli spettatori Luigi XII; uno dei partecipanti trovò la morte. Nel 1517 in occasione delle nozze del duca di Urbino, Francesco I ordinò la costruzione di una città in miniatura tutta in legno circondata da fossati, popolata da cento cavalieri e quattro fanti. L'assedio durò un intero mese e vi furono anche dei cannoni che sparavano palle cave. Nel 1553 a Dresda quattro squadroni di cavalleria attaccarono un castello la cui guarnigione era armata di forche, Aalspiesse, (picche), e quattrocento vasi di terraglia da lanciare. Entrambe le parti fecero uso di artiglieria.

 

I tornei non persero mai del tutto il fattore rischio.

A Roma, nel 1501, durante un attacco ad una macchina a forma di nave, cinque

combattenti rimasero feriti. Come in Germania, anche in altre regioni, (Trani e Valladolid, per esempio), per alcune gare si continuavano a usare lance appuntite. Di tanto in tanto anche in pieno XVII secolo si correvano delle giostre senza la barriera, come per esempio a Danzica. Nonostante l'armatura studiata proprio per ridurre al minimo i rischi, continuavano ad esserci dei feriti tra i partecipanti. Nel marzo 1524 il duca di Suffolk rischiò di ammazzare Enrico VIII: frantumando la sua lancia sull'elmo del monarca, la visiera fu sbalzata in aria violentemente e l'elmo si riempì di schegge. Fortunatamente per Suffolk il re non fu ferito e, almeno apparentemente, non era neanche spaventato. Al contrario Enrico II di Francia non fu altrettanto fortunato: insistette per rompere un'altra lancia con il connestabile di Montgomeri durante una giostra del 1559. Quest'ultimo mandò in frantumi la sua lancia ma non la lasciò cadere immediatamente e una scheggia entrò nella visiera del re, ferendolo mortalmente. In seguito a questo incidente i tornei non tornarono mai più in auge.

I cavalieri continuavano a prendere parte a giostre, tornei e combattimenti alla barriera, e anche Giacomo I Stuart, nel 1612, volle partecipare ai giochi per l'anniversario dell'ascesa al trono, e sette anni dopo il figlio Carlo, principe di Galles, entrò nell'arena di Whitehall in armatura, a cavallo di un destriero riccamente bardato e impiumato. Le lance erano diventate più fragili, per potersi rompere più facilmente. In alcune regioni europee, alcune forme di torneo sopravvissero fino all'inizio del XVIII secolo.

Il pas d'armes divenne il trionfo elisabettiano, dando maggiore spazio alle mascherate.

In seguito fece la sua comparsa il Carrousel o Karrousel, che fu favorito fortemente dalla corte di Luigi XIV: due squadre di cavalieri dotate di scudi si bersagliavano con delle sfere in argilla cave, che potevano essere riempite di polvere o acqua profumata. A volte venivano usate delle mazze imbottite o delle spade smussate per abbattere i cimieri degli avversari;, ma l'armatura usata era per lo più in rame colorato o in sottile lamina di ferro. I cavalieri correvano ancora la quintana, la giostra dell'anello, oppure continuavano a infilzare i fantocci del saracino. La ricchezza degli allestimenti era più che mai sorprendente, ma nel XVII secolo i giochi di abilità con la lancia vennero sostituiti dai giochi di destrezza equestre. Campioni di equitazione quali Antoine de Pluvinel insegnavano l'arte del maneige, per cavalcare non i cavalli da guerra, bensì i cavalli napoletani o berberi.

Nel XIX secolo qualcuno cercò di far rivivere i fasti dei tornei medievali, tra questi l'esempio più importante è il Torneo di Eglington del 1839 organizzato dal XIII Conte. Come spesso accade in Gran Bretagna, gran parte dei costosi preparativi fu rovinata dal clima inglese. Più di recente alcuni moderni gruppi di ricreazione storica hanno iniziato a organizzare dei tornei regolari ai quali assistono molte persone. Malgrado la violenza i tornei hanno assolto il loro compito: quello di diffondere gli ideali della cavalleria tra le moltitudini che si accalcavano per assistere a questi spettacoli.