di Niall Ferguson
 

 

Mai sottovalutare un regime rivoluzionario. In particolare, mai sottovalutare la tenuta del fervore dei rivoluzionari nella loro lotta per la causa. La Rivoluzione francese cominciò nel 1789, ma ci vollero vent'anni di guerra prima che la lotta degli eredi della rivoluzione venisse stroncata, e più d'una volta - nel 1830, nel 1848 e nel 1870 - minacciarono di tornare. La Rivoluzione russa cominciò nel 1917, ma l'Unione Sovietica ha costituito una minaccia mortale fino a metà anni '80. Quanto alla Rivoluzione cinese del 1949, soltanto pochi mesi fa il regime di Pechino ha minacciato l'uso del nucleare nella questione di Taiwan.
Nel mondo anglosassone la gente non abbandona mai la speranza che i rivoluzionari all'improvviso vedano i vantaggi della pace, della legalità e del governo rappresentativo. Forse perché pensano che le loro rivoluzioni - la Rivoluzione inglese del 1640 e quella americana del 1770 - abbiano seguito questo schema. Eppure non ci fu governo più bellicoso di quello di Cromwell.
Pura fantasia, quindi, immaginare che la Repubblica islamica dell'Iran, fondata nell'anno rivoluzionario 1979, fosse sul punto di trasformarsi in una democrazia amica. Eppure, la gente l'ha immaginato. Soltanto l'anno scorso mi è capitato di cenare a Washington con il figlio del deposto scià. Il suo Paese, assicurava alle persone lì riunite, avrebbe presto imboccato la strada della democrazia. La gente era stufa di ayatollah e di mullah.
Lo stesso tipo di argomentazione veniva espressa da neo-con come Richard Perle e e Michael Ledeen. «In Iran - dichiarava lo stesso Presidente Bush in un suo intervento del novembre 2003 - la domanda di democrazia è forte e diffusa». Avanti con i sogni. Ben lungi dall'essere sulla soglia della democrazia, l'Iran oggi è sul punto di diventare la maggior minaccia per la democrazia nel mondo.
Gli iraniani dicono che l’obiettivo non è altro che diventare «produttori e fornitori di energia nucleare nel giro di un decennio». Dato che sono fra i maggiori produttori di petrolio al mondo, questa corsa all'energia nucleare è un po' sospetta. Certamente non è dettata dal desiderio di combattere l'effetto serra.
Ma che cosa succede? La risposta tecnica è che il tetrafluoruro di uranio (noto anche come yellowcake) viene trasformato nel più versatile esafluoruro di uranio. Il passo successivo - che gli iraniani non hanno ancora fatto, ma faranno presto - è l'uranio arricchito, che fornisce combustibile sia per i reattori sia per le testate nucleari. Ciò che serve agli iraniani è il tempo - e di tempo sembra gliene stiamo dando.
Il problema è che l'Occidente ancora una volta è diviso e la comunità internazionale a un punto morto. Gran Bretagna, Francia e Germania hanno a lungo incoraggiato la linea diplomatica. In una certa fase gli Stati Uniti potrebbero anche aver preferito la linea militare, ma ora sono troppo impegnati nel vicino Iraq per apprezzare anche solo la prospettiva di colpire dal cielo. Ora sembra possibile che venga adottato il Piano B di Washington - andare al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Ma non fatevi prendere da un eccesso di entusiasmo. Prima di tutto l'obiettivo degli americani è soltanto quello di minacciare sanzioni economiche. Con il petrolio a 63 dollari al barile, è poco probabile che gli iraniani vengano intimiditi. In secondo luogo, qualsiasi risoluzione dell'Onu ha bisogno di essere richiesta dai 35 Paesi rappresentati nell'Agenzia Atomica Internazionale e approvata da tutti e cinque i membri permanenti dello stesso Consiglio di Sicurezza.
La Rivoluzione iraniana è stata un evento di importanza storica mondiale, paragonabile nelle sue implicazioni al 1789 in Francia, al 1917 in Russia e al 1949 in Cina. Vi sembrerà un confronto iperbolico.
Ma considerate l'importanza storica, economica e demografica dell'Iran. Poi considerate quanto la rivoluzione iraniana abbia cambiato l'equilibrio del potere in Medio Oriente. D'un colpo ha reso obsoleta la geopolitica della Guerra Fredda. Improvvisamente, il mondo si confrontava con un regime né capitalista né comunista, ma islamista.
Gli israeliani sanno da tempo che cosa significa. Da anni combattono contro i fanatici di Hezbollah appoggiati dall'Iran. Eppure gli americani e gli europei hanno continuato a credere che la minaccia iraniana non li riguardasse. Anzi: abbiamo inavvertitamente fatto molto per rafforzare la posizione del regime a Teheran.
C'è una famosa frase di Henry Kissinger, che nel 1980, quando Saddam Hussein scatenò la guerra Iran-Iraq, disse: «Peccato che non possano perdere entrambi». Ma il risultato dei due interventi militari occidentali contro l'Iraq, nel 1991 e nel 2003, è che l'Iran alla fine ha vinto. Il punto è che «L’asse del male» del presidente Bush - Iran, Iraq e Corea del Nord - non è mai stato un «asse». L'Iran e l'Iraq erano avversari storici. Indebolirne uno significava inevitabilmente rafforzare l'altro. Inoltre, come il governo inglese aveva sempre saputo, l'Iran era andato decisamente più vicino dell'Iraq nell'acquisto di armi di distruzione di massa vere e proprie.
Oggi è più vicino ancora. E, peggio del peggio, non c'è nessuno in Iran che voglia le armi di distruzione di massa più accanitamente del Presidente Ahamadinejad. E' la solita vecchia storia: la generazione plasmata dalla lotta rivoluzionaria si rivela più bellicista di quella che ha fatto la rivoluzione.
Allora dove si va a parare? Il Piano A - la carota europea - è fallito. Il Piano B - il flaccido bastone Onu - fallirà a sua volta. Esiste a questo punto un piano C? Gli aerei americani (o israeliani)? La risposta è sì, ma è un piano rischioso. Secondo Michael J. Mazarr, dell’U.S. National War College, l'Iran potrebbe rispondere con una «provocazione elaborata, feroce, globale, destinata a trascinare gli Stati Uniti in un conflitto di lunga durata».
Per ripetere: la rivoluzione iraniana è ancora in fase iniziale. Non ha ancora prodotto il suo Bonaparte, il suo Stalin, il suo Mao. O invece sì? Una guerra su larga scala con il Grande Satana può essere quel che serve al signor Ahmadinejad per indossare quei panni sanguinari.