di Piero Ostellino

 

 

 

   Caro Fassino, con simpatia. Poiché mi pare sia sua intenzione fare finalmente dei Demo­cratici di sinistra un partito socialdemocratico, mi permetta di darle un consiglio. Una volta segretario, adotti subito e faccia adottare a tutto il suo partito, davanti al mondo, il vecchio motto inglese: Right or wrong, my country. Sarebbe già un bel modo di legittimarsi agli occhi degli italiani come un partito che ha smesso di avere il proprio referente fuori dei confini nazionali.

Ieri Mosca, oggi chiunque se la prenda con l'Italia di Berlusconi. Personalmente, non ho dubbi. Solamente quando noi italiani avremo con il nostro Paese lo stesso tipo di rapporto che hanno gli inglesi con il loro saremo finalmente una nazione, non un'accozzaglia di «campanili di partito» l'uno contro l'altro e tutti contro gli interessi nazionali e l'Italia sarà un Paese rispettabile e rispettato da tutti.

Non mi pare, però, che la sinistra si sia com­portata in tal modo in questi ultimi tempi. Essa ha sostenuto, infatti, che l'Italia sarebbe stata dentro o fuori dell'Europa secondo che avesse partecipato o no al consorzio per la fabbricazione di un nuovo aereo da trasporto militare. E si è accodata alla polemica anti italiana di Parigi e di Berlino, accusando di scarso europeismo il governo solo perché il suo ministro della Difesa, Antonio Martino, e lo stesso presidente del Consiglio non sono così convinti della «necessità» del progetto come lo è quello degli Esteri, Renato Ruggiero.

Fortunatamente, è intervenuto quel gran galantuomo del presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, a ricordare che l'Italia non prende lezioni di eu­ropeismo da nessuno e che tocca al governo e solo al governo valutare l'opportunità politica e l'esigenza operativa di scelte «tecniche» come quella di aderire o no alla costruzione di un aereo.

Caro Fassino, lei è uomo politico troppo avveduto e persona intellettualmente troppo onesta per non sapere che, aderendo al consorzio solo per non essere accusati da Chirac e da Schròder di antieuro-peismo, noi non dimostreremmo di es­sere europeisti, ma unicamente di essere subalterni alla Francia e alla Germania.

E' questo che vuo­le il suo partito? Personalmente, mi rifiuto di crederlo, anche se non posso fare a me­no di cogliere nelle sue posizioni, se non l'interesse peloso di francesi e tedeschi, al­meno una forma, pe­raltro diffusa, di europeismo convenziona­le e conformistico.

Faccio un esempio. Enrique Baron Crespo, il presidente degli europarlamentari socialisti, lamenta: «A Roma vedia­mo il balletto di posizioni sulla partecipazione dell'Italia alla costruzione dell'Airbus A400M che pure è essenziale per la poitica di difesa comune che stiamo costruendo. Non è proprio un bello spettacolo di solidarietà europea».

Baron Crespo non mi era mai parso un esempio di grande intelligenza politica. Ora, la sua idea che, invece di definire e di individuare «prima» una politica di difesa comune e solo «dopo» costruirne gli «strumenti operativi», si debba partire dalla costruzione di questi ultimi, l'aereo da trasporto, per arrivare alla difesa comune, sarà anche funzionale agli interessi del signor Lagardère, padre del consorzio, ma è, dal punto di vista concettuale e politico, una pura idiozia.

E' questa l'idea che la sinistra ha del modo di pervenire alla difesa comune europea? Fassino, la prego, mi dica di no.

Non sono né pro né contro l'Airbus mi­litare perché non ho la sufficiente competenza per giudicare. Vorrei che la decisio­ne del nostro governo corrispondesse a una concreta esigen­za militare dell'Europa e ai nostri interes­si nazionali, di politica estera, di bilancio, di politica industriale, e non a quelli di una lobby.

E' troppo chiedere alla sinistra di ragionare allo stesso modo?