di Sergio
Romano
A giudicare dalle lettere che il Corriere ha ricevuto negli scorsi giorni, ciò
che è maggiormente piaciuto nel grande articolo di Oriana Fallaci sugli
attacchi terroristici dell’11 settembre è l’orgoglio nazionale. E’
piaciuto a tutti: sia a coloro che sottoscrivono le dure critiche della Fallaci
al mondo musulmano, sia a coloro che non le approvano o le condividono soltanto
in parte. Non ne sono sorpreso. Esiste un patriottismo che gli italiani non
riescono a esprimere e che crea, per questa sua incapacità di uscire
all’aperto, una specie di malessere nazionale. I vecchi ricordano le sue
manifestazioni più sguaiate, le generazioni del dopoguerra sono state abituate
a deridere i suoi simboli tradizionali, nessuno vuole regalare questo sentimento
a chi potrebbe farne un uso di parte; molti giovani, addirittura, lo rovesciano
nel suo contrario e ne fanno una sorta di bandiera anti-istituzionale.
Se qualcuno vuole la prova di questa patologia nazionale - un sentimento che non
riesce a trovare né parole né simboli - dia un’occhiata alla bandiera sulla
facciata del seggio in cui oggi andrà a votare o di altri palazzi pubblici di
fronte ai quali gli accadrà di passare nel corso della giornata. Non è una
bandiera nazionale. E’ un drappo stinto, sporco, spesso stracciato. Lo hanno
appeso a un’asta per obbedire a una disposizione ministeriale o per compiacere
un vecchio e paterno presidente della Repubblica che ama parlare di patria e
ricorda con orgoglio gli anni in cui vestiva l’uniforme. Siamo passati con
burocratica indifferenza da un’Italia senza bandiere a un’Italia
imbandierata. Ma nessuno si sognerebbe di salutare il «tricolore», di
ammainarlo al tramonto, di ripulirlo per le feste nazionali o di ripiegarlo
religiosamente con una piccola cerimonia per farne dono alla vedova di un
pompiere morto sul lavoro o a un funzionario dello Stato che va in pensione dopo
quarant’anni di onorato servizio. Le sole bandiere che suscitano passione in
Italia sono quelle delle contrade al Palio di Siena e delle squadre di calcio
negli stadi.
Sulle cause di questa indifferenza sono stati scritti molti libri: una guerra
perduta, una memoria nazionale divisa tra fazioni inconciliabili, le ideologie
internazionaliste del dopoguerra (comunismo, pacifismo, ecologismo), troppi
manuali scolastici in cui il Risorgimento è trattato come una rivoluzione «incompiuta»
o «tradita». Ma l’«italianità» (una parola, ormai, pressoché
impronunciabile) esiste. E’ riemersa nel momento in cui abbiamo visto sugli
schermi della televisione le reazioni degli americani agli attentati
terroristici dell’11 settembre. Non siamo stati colpiti, badate, dal coraggio
con cui la gente di New York si è messa al lavoro per scavare, curare i feriti
e seppellire i morti. In tutti i grandi disastri nazionali, dalle inondazioni
del Polesine a quella di Firenze, dalla tragedia del Vajont ai terremoti,
abbiamo fatto altrettanto.
Ci ha colpito e sorpreso che questo lavoro collettivo di fronte alle telecamere
fosse un coro patriottico e che la bandiera fosse diventata in quella terribile
circostanza un segno di riconoscimento, una parola d’ordine. Abbiamo capito
che il sentimento nazionale può essere espresso con orgoglio e che quella
manifestazione di patriottismo sarebbe stata più efficace, di fronte alla
minaccia terroristica, di qualsiasi reazione militare. E ci siamo resi conto che
a noi mancava qualcosa. Le immagini di New York hanno avuto sul sentimento
nazionale degli italiani un effetto liberatorio e l’articolo di Oriana Fallaci
è stato per molti lettori la scintilla di un corto circuito.
Il patriottismo degli americani ha suscitato, con un provvidenziale effetto
mimetico, il patriottismo degli italiani. Se qualcuno nei prossimi giorni
provvederà a ripulire il tricolore degli edifici pubblici, sapremo che anche
l’Italia ufficiale se ne è accorta.