
di Alberto Ronchei
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- La trama terroristica di Bin Laden, a lungo programmata, appare fin da
principio rivolta a complesse ambizioni di potere politico, anche se
affidate alla mobilitazione strumentale dello zelo islamico. Secondo la
logica degli eventi, la sfida contro gli Stati Uniti non è certo spiegabile
infatti come un azzardo isolato. Nello scenario d’un piano concepito a più
scopi e a più stadi successivi, anzi, entrano anche il petrolio saudita e
l’atomica pakistana. Le aggressioni a New York e al Pentagono, senza
considerare il bioterrorismo all’antrace ancora d’incerta origine,
dovevano dimostrare agli arabi e insieme all’intero mondo islamico la
vulnerabilità della superpotenza temuta come «gendarme internazionale».
Ora la più che scontata reazione americana in Afghanistan contro i talebani,
protettori di Bin Laden e delle sue basi terroristiche, introduce il secondo
stadio. A questo punto l’appello alla «guerra santa» vuole
destabilizzare nell’Arabia Saudita il governo «servitore degli infedeli»,
già scosso dalle rivalità nella famiglia di re Fahd, e l’intera penisola
arabica per catturare il petrolifero «bottino di Allah». E poi, con
l’urto dei profughi afghani sulle frontiere del Pakistan e la sovversione
invocata fra le masse di Peshawar e Islamabad, è previsto che i mullah
possano travolgere il governo di Musharraf, detentore dell’arma atomica.
Ma secondo indizi rivelati dalla Washington Post e dal Wall Street
Journal , entra in scena con la lunga ombra di Saddam Hussein anche il
sospetto d’una Iraqi connection . Finora è provato solo che dopo
l’invasione irachena del 1990 nel Kuwait e la disfatta, Saddam ancora
insediato al potere ha sempre dedicato le rendite petrolifere di Bagdad al
riarmo, imputando l’indigenza e le carestie sofferte dalla popolazione
all’embargo economico degli stranieri. E per anni ha cercato complicità
occulte, nell’attesa d’una rivalsa con qualsiasi mezzo contro le
sconfitte subite durante le operazioni desert shield e desert
storm legittimate dall’Onu. Proprio in quegli anni, Osama Bin Laden
contestava il governo saudita perché aveva consentito il permanere delle
basi militari americane in terra d’Arabia. Nel ’96, protetto dai
talebani di Kabul, si rifugiava nell’Afghanistan dove aveva già
contribuito alle battaglie antisovietiche, per gestire un terrorismo
ramificato in molte nazioni e sorretto da ingenti risorse finanziarie.
Le prove iniziali della sua rete Al Qaeda furono le aggressioni contro le
ambasciate americane a Nairobi, Kenia, e Dar es Salaam, Tanzania, 1998, con
224 vittime. Se davvero esiste un patto fra Saddam e Bin Laden, risale a
quelle prove o al principio degli anni ’90? Ora in ogni caso il piano
terroristico a stadi successivi di Bin Laden e dei suoi complici, primo
indiziato Saddam, ha raggiunto un successo nel colpo inferto all’immagine
della superpotenza e nella guerra psicologica del panico. Ma poi? Contro il
neoterrorismo politico e fideistico si schierano per la prima volta insieme
non solo Stati Uniti e Unione Europea, ma Russia e Cina. Non è credibile
che verrà mai consentito al terrorismo transcontinentale qualsiasi
controllo sul petrolio nell’area del Golfo e sull’atomica del Pakistan.
Irraggiungibile appare dunque l’epilogo della visione che traspare dai
proclami e dalla condotta di Bin Laden, ossia l’avvio dell’impero arabo
unificato nell’ambito del mondo islamico, fondato su nuovi poteri e
guidato da una personalità carismatica. L’intera storia politica insegna
che una grande distanza corre tra velleità e volontà, come tra questa e il
successo. La scelta dei mezzi, con l’uso temerario dei peggiori, deriva
forse da un’allucinazione coltivata nella dura vita delle caverne fra le
colture afghane dell’oppio.