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Sabato, 13 ottobre, 2001. Il sabato è una giornata ideale per
riordinare il rifugio. Mentre io e mia moglie cerchiamo di sgomberare
tutta la "paccottiglia" accumulatasi dall'ultima volta in cui
abbiamo temuto una guerra (non più di un anno fa, all'inizio dell'Intifada),
mia figlia più piccola è alle prese con l'elenco delle amiche da
invitare alla prossima festa di compleanno. Il quesito importante è il
seguente: invitare Tali, alla cui festicciola lei non è stata invitata?
Dopo gli attentati negli Stati Uniti ci è stata negata anche questa
illusione: la possibilità di fare affidamento su una routine consueta e
sensata. Nella mente aleggia continuamente il pensiero: chissà dove
saremo tra un mese?
Ormai abbiamo capito che le nostre vite non saranno più come prima
dell'undici settembre. Il crollo delle Twin Towers ha aperto una
spaccatura lunga e profonda nella vecchia realtà e da lì sale verso di
noi il rombo sordo di ciò che potrebbe scaturirne: violenza, crudeltà,
fanatismo, follia. Di colpo tutto è possibile. Sembra che la nuova
situazione abbia liberato e scatenato negli uomini l'istinto di
distruzione, di devastazione, la smania di fare a pezzi, di sgretolare
qualsiasi espressione di vita corpi umani, il tessuto sociale, la legge,
lo stato, la cultura. Il desiderio di preservare ciò che si ha e una
normale vita quotidiana appare all'improvviso tenue e illusorio. Ed è così
commovente e addirittura eroico lo sforzo di mantenere una facciata di
ordinarietà, di tenere unita la famiglia, di salvaguardare la casa e gli
amici (decidiamo di invitare Tali).
Domenica. Per mia fortuna l'invito a redigere questo diario arriva
dopo che ho cominciato a scrivere un nuovo racconto. Se così non fosse
temo che queste mie cronache sarebbero molto deprimenti. E' già passato
qualche mese da che ho terminato il mio ultimo romanzo e mi rendo conto
che il fatto di non essere occupato nella stesura di un libro influisce
negativamente su di me. Quando non scrivo ho la sensazione di non capire
veramente ciò che mi succede. Gli avvenimenti, le esternazioni, gli
incontri paiono esistere solo "l'uno di fianco all'altro", senza
alcuna connessione tra loro. Ma dal momento in cui mi dedico a un nuovo
racconto tutto si ricompatta in un'unica trama: ogni avvenimento ne
alimenta un altro e lo carica di vitalità. Ogni cosa che vedo, ogni
persona che incontro è un "suggerimento" che mi viene inviato e
che attende di essere interpretato.
Sto scrivendo la storia di un uomo e di una donna. A dire il vero nelle
mie intenzioni il protagonista avrebbe dovuto essere solo l'uomo ma la
donna, un personaggio in cui si imbatte per caso e che avrebbe dovuto
limitarsi ad ascoltare la sua storia, d'un tratto mi pare interessante
quanto lui. Mi chiedo se sia giusto, da un punto di vista letterario,
concederle tanto spazio. Il suo personaggio sta spostando il centro di
gravità del racconto e ne turba il fragile equilibrio. Ieri notte mi sono
svegliato pensando che avrei dovuto eliminarla e sostituirla con un altro
personaggio, più "defilato", che non metta in ombra il
protagonista. Ma al mattino, quando l'ho vista sulla carta, non sono stato
capace di separarmi da lei. E non lo farò fintanto che non la conoscerò
meglio. Ho scritto di lei per tutto il giorno.
Ora è quasi mezzanotte. Quando scrivo un racconto cerco di addormentarmi
con un'idea appena abbozzata, non ben definita, con la speranza che
durante la notte, nei miei sogni, prenda forma. E' così stimolante e
ritemprante liberarsi, grazie alla scrittura, dello sconforto di vivere in
un luogo sciagurato. E' talmente bello tornare a sentirsi vivi.
Lunedì. Nei giornali europei trovo sempre più di frequente
espressioni di ostilità nei confronti di Israele e persino accuse di
responsabilità in relazione ai recenti avvenimenti. Mi indigna constatare
con quanta foga determinati soggetti usino Israele come capro espiatorio.
Come se lo stato ebraico rappresentasse la causa unica, semplice e quasi
esclusiva dei recenti attacchi terroristici all'Occidente. E' incredibile
che Israele non sia stata neppure invitata a unirsi alla coalizione contro
il terrorismo, a differenza di Siria e Iran (!)....
Ho l'impressione che prese di posizione come queste e altri avvenimenti
recenti (l'atteggiamento nei confronti di Israele durante il congresso di
Durban e l'istigazione all'odio razzista verso lo stato ebraico da parte
dell'Islam) abbiano portato molti israeliani a riconsiderare il modo in
cui vedono se stessi. La maggior parte di loro, che credeva di essersi
lasciato alle spalle il drammatico destino degli ebrei, sente ora che la
tragedia del proprio popolo torna a perseguitarli. All'improvviso appare
chiaro quanto gli israeliti siano ancora lontani dalla "terra
promessa", quanto siano ancora diffusi lo stereotipo del
"giudeo" e l'antisemitismo, spesso celato dietro sentimenti
antiisraeliani (all'apparenza "legittimi").
Sono molto spesso critico nei confronti del mio Paese ma nelle ultime
settimane sento che l'ostilità verso Israele, così come trapela dai
mezzi di comunicazione, non viene alimentata solo dalla condotta del
governo Sharon. Come ogni essere umano percepisco questa sensazione in
profondità, sottopelle. La sento come una sorta di fremito che si insinua
in me giungendo a toccare le cellule più antiche della memoria, evocando
i tempi in cui gli ebrei non erano considerati esseri umani, fatti di
carne e sangue, ma simboli del "diverso". Ecco un esempio, una
metafora agghiacciante: "...In conclusione lei afferma - esclama il
giornalista della Bbc al termine di un'intervista a una personalità araba
- che Israele è la causa del problema che sta avvelenando oggi il mondo.
Auguro ai telespettatori buonanotte".
Martedì. Da più o meno due giorni si registra una diminuzione
della violenza tra israeliani e palestinesi. Il cuore, abituato alle
delusioni, rifiuta ancora di farsi trascinare dall'ottimismo però la
calma mi permette di dedicarmi alla scrittura senza rimorsi. La donna del
mio racconto acquista sempre più un ruolo di primo piano. Non ho idea di
dove mi condurrà. C'è in lei un che di amaro e di spregiudicato che mi
intimorisce e mi attrae a un tempo. Ogni volta che mi accingo a scrivere
sono consapevole della grande aspettativa che il racconto che sto per
creare mi sorprenda in qualche modo, mi tradisca persino, mi trascini per
i capelli - e contro la mia volontà - nei luoghi più angosciosi e
terrificanti per me, demolisca e sgretoli tutte le certezze, le comodità
e le difese della mia vita, distrugga me, il rapporto con i miei figli,
con mia moglie, con i miei genitori, con il mio Paese, con la società in
cui vivo, con la mia lingua.
Non c'è da stupirsi che io trovi tanto difficile addentrarmi in una nuova
storia. L'anima è impaurita. Come ogni cosa viva, essa aspira a
perpetuare il proprio movimento, le proprie abitudini. Perché mai
dovrebbe prendere parte a un progetto di autodistruzione? Le cose non
vanno poi tanto male per lei. Forse è per questo che ho bisogno di tempo
per portare a termine un romanzo, come se nei primi mesi io fossi
costretto a liberarmi, strato dopo strato, delle cateratte che avvolgono
la mia anima renitente.
Mercoledì. "Solo chi non ha sentito le ultime notizie,
sorride". Così ha scritto Bertolt Brecht. Alle sette e mezza del
mattino la radio annuncia che il ministro Rechavam Zeevi è rimasto
vittima di un attentato. Zeevi era uno degli uomini politici più
estremisti nelle sue posizioni verso i palestinesi. Non ho mai condiviso
le sue idee ma un simile atto di terrorismo è terribile e
ingiustificabile. E questa è la mia opinione anche quando Israele elimina
una personalità politica palestinese.
Israele come ogni altro Stato ha naturalmente il diritto di difendersi
quando un terrorista con una bomba si appresta a compiere un attentato. Ma
Rechavam Zeevi, malgrado le sue idee, non era un terrorista.
Il cuore è in ansia: chissà cosa succederà ora! Gli ultimi due giorni
sono stati relativamente calmi e abbiamo quasi osato tornare a respirare a
pieni polmoni. Ora, di colpo, la trappola si richiude su di noi. Penso
ancora a quanto l'insopportabile leggerezza della morte ci domini (mentre
scrivo ho la sensazione di documentare i giorni antecedenti a una
tragedia).
In ogni caso ieri sera c'è stato un momento di consolazione: come ogni
martedì mi sono incontrato con due amici un uomo e una donna per
approfondire brani del Talmud, della Bibbia ma anche di Kafka e di Agnon.
Questa tradizione di studio in comune (denominata in ebraico Hevruta)
è una sorta di antica "istituzione" ebraica in cui
l'apprendimento e il pensiero vengono stimolati dal dibattito e dalla
dialettica. Durante gli anni di conoscenza reciproca io e i miei compagni
abbiamo sviluppato un lessico personale di riferimenti e di ricordi. Io
sono il "laico" fra i tre ma mantengo con gli altri, ormai da
dieci anni, un dialogo vivace, eccitante e stimolante. Quando studiamo mi
sento intimamente parte di una catena millenaria di pensatori e di
intellettuali ebrei. Riesco a toccare le fondamenta della lingua ebraica,
del pensiero ebraico. All'improvviso sono in grado di decifrare il codice
di comportamento sociale e politico dell'odierna Israele. Nonostante il
senso di turbamento e di smarrimento che mi circonda d'un tratto sento di
appartenere a qualcosa.
Giovedì. Tutto va a catafascio. L'esercito entra a Ramallah. È una
giornata di combattimenti. Sei palestinesi perdono la vita, tra cui una
bambina di dieci anni e un alto esponente del Flpl, responsabile della
morte di alcuni israeliani. Un cittadino israeliano viene ucciso da colpi
di pistola provenienti dal villaggio dell'esponente palestinese appena
assassinato. La fragile tregua non c'è più e chissà quanto tempo ci
vorrà per ripristinarla. Telefono a una delle persone con le quali posso
condividere la disperazione di un momento come questo: Ahmed Harb,
scrittore palestinese di Ramallah, un amico. Mi dice che sente degli
spari. Parla anche dell'ottimismo diffuso tra i palestinesi fino all'altro
ieri, prima dell'assassinio di Zeevi. "Guarda come gli estremisti di
ambo le parti collaborano - dice - e con quanto successo....".
L'altro ieri, per la prima volta, dopo settimane, Israele aveva tolto il
blocco a Ramallah. Dopo l'attentato a Zeevi sono ricomparse le transenne.
Gli chiedo se c'è qualcosa che posso fare per lui. Ride: "Vogliamo
solo muoverci, poterci spostare, uscire dalla città e farvi
ritorno...".
Tra un'edizione e l'altra del telegiornale, tra le sirene delle ambulanze
e il rombo degli elicotteri che ci sorvolano senza interruzione, cerco di
isolarmi e lotto per concentrarmi sul mio racconto. Non tanto per girare
le spalle alla realtà che in ogni caso è presente come un acido che
corrode qualsiasi rivestimento difensivo ma perché ho la sensazione che
in circostanze come queste l'atto stesso dello scrivere diventi una forma
di protesta, di autodefinizione, a fronte di una situazione che minaccia
letteralmente di cancellarmi. Quando scrivo, o lavoro d'immaginazione, o
creo una nuova locuzione, è come se riuscissi ad avere la meglio anche se
per poco tempo sull'arbitrarietà e sulla tirrania di questo stato di
cose. Per un istante non sono più una vittima.
Venerdì. La settimana si avvicina alla fine. Gli avvenimenti sono
stati così gravi che non ho avuto il tempo di parlare di molte cose,
importanti e care: di mio figlio che scrive un copione surreale per il
laboratorio di teatro del liceo, della partita di calcio vista con lui in
televisione tra Manchester United e Deportivo la Coruña (con il gol
scandaloso subito da Barthez), di mia figlia che sta svolgendo una ricerca
scientifica sul suo pappagallo, di mio figlio maggiore, soldato, per il
quale provo ansia in ogni istante, e anche del venticinquesimo
anniversario di matrimonio mio e di mia moglie che ricorre questa
settimana e che abbiamo festeggiato con grande preoccupazione: riusciremo
a salvaguardare l'involucro fragile e vulnerabile della famiglia anche nei
prossimi anni?
Così tante cose care e momenti privati vanno persi a causa dell'angoscia
e della violenza. Così tante forze creative, inventive e cognitive
vengono investite in distruzione e uccisioni (o per preservarci da
distruzione e uccisioni). Temo che se non arriverà la pace a poco a poco
ci trasformeremo tutti in una sorta di armatura vuota, priva del proprio
cavaliere.
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